Fran Lebowitz, il fumo e l’anima perduta di New York

Fran Lebowitz è dipendente dal fumo, che è un vizio da boomer. Non ha cellulare. Né internet. Però ha un numero di telefono domestico e un indirizzo fisico. Dice che tanto può bastare e davvero non le si crederebbe. A raccogliere le sue confessioni è Martin Scorsese, un altro boomer, che con Pretend it’s a City, docuserie in sette puntate appena sbarcata su Netflix, scende in campo per provocare. E si capisce come la scelta di questo network sia funzionale rispetto all’obiettivo: Netflix – lo vedremo – rappresenta la controparte ideale della partita di Martin e Fran. Che sono costantemente in camera, allo stesso tempo autori della serie e personaggi di essa, discutono incessantemente, ammiccano, scherzano, danno letteralmente corpo al fantasma del nemico, esibendo, di fronte al loro pubblico di millennial, il loro disallineamento, la loro “novecentesca” differenza. La città, il modo di muoversi e rappresentarsi in essa, di vivere i suoi spazi e attraversarla diventa, allora, misura dello scarto. 

 

 

L’effetto comico e paradossale che, sulle prime, fa apparire Fran-senza-cellulare come uno strano fenomeno da baraccone passa, allora, velocemente, lasciando trasparire poco per volta il fatto che ognuno dei suoi vezzi apparentemente autoreferenziali possa fare sistema, disvelare una vera e propria teoria della cittadinanza. Dipanare una tale teoria rappresenta, allora, il modo più efficace per uscire dallo strawman che i millenial hanno cucito addosso alla “vecchia guardia”, chiamando in causa la loro irresponsabilità e il loro privilegio. Fran e Martin vogliono aver ragione nel merito e giocarsi la partita rappresentando le loro ragioni in un pubblico dibattito. Se questo accade – come sta già accadendo dato che la serie è acclamata in tutto il mondo – la medesima partita potrà già di per sé considerarsi vinta.

 

Perché l’obiettivo di Pretend it’s a City non è affatto quello di arroccarsi su posizioni passatiste, quanto quello di passare un testimone: si può, secondo Scorsese, indicare la possibilità di una solidarietà intergenerazionale alternativa alla #cancellazione che prenda sul serio, accogliendole genuinamente, le istanze di cambiamento che provengono dalle nuove generazioni. Fran Lebowitz, muovendosi attraverso un gigantesco plastico progettato a suo tempo da Robert Moses, è la traghettatrice (traduttrice/traditrice) perfetta di una operazione culturale di questa portata. Lo è innanzitutto perché “senza potere” (“I have no power but I am filled with opinions” dichiara a un certo punto), senza una rendita di posizione, un privilegio da dover difendere (ma chi è davvero senza uno straccio di privilegio in questo mondo?). Perché ebrea. Lesbica. Working class heroine (è stata tassista e donna delle pulizie ma mai cameriera nei locali). Outsider, da sempre parte della scena culturale della città, “allevata” dai suoi artisti più rappresentativi e generosi. E allora la sua storia diventa parabola (si può ricordare al proposito che Fran non scrive da una ventina d’anni e la sua unica attività è “raccontare” New York nei suoi spettacoli di stand-up), memoria da tramandare ad ogni costo, per non disperdere l’anima della città. Che è il vero problema di New York. Ed è allo stesso tempo il problema di tutte le città, essendo la grande mela modello ineludibile delle trasformazioni urbane in cantiere in giro per il mondo. 

 

Si diceva che Fran è un’accanita fumatrice. Già nel 1995, Paul Auster e Wayne Wang potevano immaginare la necessità di un film come Smoke (e insieme a Smoke il bellissimo Blue in the face), dedicato alle tabaccherie di quartiere, luoghi che, a ben vedere, mostravano già allora i segni della loro imminente sparizione, luoghi fragili, destinati a essere spazzati via dall’ondata di moralismo per cui va bene invadere l’Iraq ma guai a te se fumi una sigaretta. A quel progetto e a quella nostalgia parteciparono tutti gli amici. Fra gli altri Harvey Keitel, Forrest Whitaker, William Hurt, Jim Jarmusch, Lou Reed, Madonna, Michael J. Fox, Mira Sorvino, John Lurie e altri ancora: custodi dell’anima che New York di lì a poco avrebbe perso. 

 

 

È gioco facile rispondere alla domanda su cosa abbia preso il posto delle sgarrupate tabaccherie ritratte nel film: baretti hipster, leghe di kickball, ristoranti vegani, asettici e decorosi luoghi di consumo. E allora tocca a Fran ricordare i suoi tempi. Ricordare che, proprio ai suoi tempi, nessuno si sarebbe mai trasferito a New York per ritrovare la decorosa pulizia del proprio paesello di origine: “New York era stupenda, per questo sono venuta: non certo perché fosse pulita. Io venivo da un posto pulito. Non ho pensato: voglio andare a New York perché è immacolata”. 

 

Ci si trasferiva in città in cerca di anonimato, per essere nessuno, fuggendo dall’appiccicosa complicità del vicinato. Un’ottima ragione per trasferirsi in città – lo ricorda sempre Fran – era proprio essere gay: se sei gay vai a New York, liberandoti dall’intolleranza e dalla chiusura comunitaria del tuo paesello d’origine. È sempre stata questa la promessa della città, in ogni tempo e in ogni dove. Ma oggi in qualche modo New York, come tutte le città, è cambiata, chiede ai propri cittadini unità d’intenti, connivenza piccolo-borghese. Ed è proprio il decoro – su cui, ricordiamolo, a Roma si sta facendo campagna elettorale – a minacciarne la vitalità: “Non sono venuta perché fosse sicura, venivo da un posto così, né perché fosse pericolosa. Non ero felice di essere in pericolo ma mi sono ambientata in fretta”. 

 

La New York degli anni ’70 poteva essere allo stesso tempo violenta e vitale. Al giorno d’oggi, non c’è più spazio per i mobster e i godfellas di cui Martin Scorsese – colpevole pure lui – avrebbe raccontato le gesta. Criminali e assassini sicuramente ma anche eroi metropolitani che con la loro volontà di potenza, con il loro individualismo avrebbero spinto la città oltre il suo limite. Senza mobster, niente Copa. Senza Copa, niente crooners, niente stand-up comedians. Ed è così che sopravvive New York, sicura e gentrificata, senza mobster ma anche senza Copa e senza crooners. Sopravvive senza più uomini della folla, imprevisti e imprevedibili, popolata da cittadini che ci tengono a pensarsi come compaesani e che non ti ruberebbero mai la borsa in metropolitana perché ti conoscono, sanno chi sei e cosa ci fai lì:  

 

A volte in metropolitana vedo persone appoggiarsi la borsa accanto e lasciarla lì e penso: sei fuori di testa, vien di rubarla anche a me. Perché non importa cosa ti porti dietro, potrebbe essere anche una matita, la stringo a costo della vita: non riusciranno ad averla. Non lascerei niente sul sedile accanto mai. E non perché temo che la gente pensi che sia una bomba ma perché temo che qualcuno me la prenda: succede sempre. 

 

Si tratta di pensieri che sottotraccia alimentano un dissenso più articolato di quanto si possa pensare. Marc Webb, un altro regista, in un altro film dedicato alla grande mela, The Only Living Boy in New York (2017) la mette più o meno allo stesso modo. L’esordio del film è un cartoon, in voce off, davvero emozionante: 

 

Nel ventesimo secolo, se volevi conoscere i vicini, ti trasferivi in periferia. Se volevi diventare un tossico, ti trasferivi a New York. Ora è tutto sottosopra, i tossici stanno in periferia. E l’edificio accanto è una dannata lega di kickball. Era arte contro commercio e il commercio ha vinto. Per i bambini l’unico luogo in cui trovare l’arte è il museo. E l’unico luogo per il romanticismo è la confessione d’amore sotto la pioggia. Come nei film. Ma è più complicato di così. È sempre un casino. Qui ora è sicuro, ma c’è ancora degrado urbano. È solo migrato verso le cene dell’Upper West Side. Ai migliori manca ogni convinzione mentre i peggiori sono pieni di appassionata intensità. L’ha detto Yeats, ma anche Lou Reed, citandolo dal vivo al Bottom Line. Lou Reed non c’è più, come il Bottom Line. Probabilmente è un ciclo dell’anima, l’unica anima rimasta alla città. Tutti fingono che sia tutto ok. Ma è una bugia. Manca qualcosa e tutti lo sentiamo. 

 

 

I tanti millennial che si rivolgono a Fran come una “reduce” di quella New York pericolosa e lurida ma tanto affascinante, vivono, come sostiene Marc Webb, nel senso di colpa di avere perso qualcosa anche se non riescono a capire dove guardare per capire “cosa manchi” davvero.

Mi sembra che facendo sintesi delle sette puntate della serie si possa giungere alla conclusione che sia l’idea che le città debbano modellarsi sul modello della community, imposto dai social network, a segnare la crisi della metropoli. A essere venuta meno è, dunque, la consapevolezza che all’affiliazione comunitaria, alla community, ci possa essere un’alternativa, che ci possa essere un fuori-comunità. Il concetto di comunità viene, insomma, svincolato dalla sua dialettica con la società e diventa totalizzante, totalitario. E allora ciò che sembrava il vezzo di una vecchietta tanto grumpy quanto vanitosa, non avere il telefonino, rivela il suo ruolo nella teoria della città di cui Frances si fa portatrice. 

 

Fran non usa Facebook perché sceglie la vita, senza sentirsi obbligata a dover rivelare i fattacci suoi, le sue preferenze, al prossimo, alla community. Fran rifiuta di impegnarsi nell’artificazione forzata della propria vita ad uso del suo network. Artificare la propria vita per postarla su Instagram significa invertire l’ordine delle priorità: non mi sposto più per andare da qualche parte ma per rappresentarmi nella foto che posterò sui social. E arriviamo allora al paradosso che perfino una torta in una tavola imbandita richieda di essere considerata come un’opera d’arte. Causticamente interviene Fran: “Se si può mangiare non è [solo] un’opera d’arte”! È questo rovesciamento per cui gli oggetti e i servizi di cui quotidianamente ci serviremmo nella loro qualità di strumenti (il cibo, la metropolitana, la propria abitazione) diventano feticci identitari, estetizzazioni forzate, che ci fanno perdere di vista le priorità. 

 

Ci interessa la stazione della metropolitana “artificata” (nel documentario si fa riferimento a una stazione allestita come una mostra permanente di dipinti canini, costata svariate centinaia di migliaia di dollari) sullo sfondo della quale poter scattare la foto da condividere su internet ma non ci occupiamo più del servizio, dei treni cadenti, dei loro ritardi, del fatto che ci possano essere altri utenti che alla metro si recano non per farsi la foto ma per andare al lavoro. Si capisce anche che una tale trasformazione delle nostre vite sempre più rivolte all’artificazione diventi un problema politico, propriamente della città. Nella misura in cui le strade – chiuse al traffico, pedonalizzate – non servono più per spostarsi da un luogo all’altro ma per rappresentarsi nella città artificata. Con l’idea che questa ossessione per la rappresentazione, si sostanzi in una spietata semplificazione di ogni orizzonte urbano, nel suo appiattimento, nella sua morte. È diventando lo stereotipo di se stessa, arrendendosi al destino ineluttabile di diventare luogo turistico che la città muore. È quello che succede a Times Square. Inondata da turisti. Piazza che ogni newyorkese che si rispetti prova a evitare come la peste, spazio un tempo vitale ormai “venduto”, ceduto ai turisti, stranieri senza arte né parte che letteralmente non hanno idea di cosa fare e soprattutto percorrono le strade senza avere una destinazione, senza sapere dove andare. E quindi la città arretra, si restringe. Perde pezzi, pezzi della sua storia, pezzi della sua anima. 

 

Tutto ciò non è evidente a prima vista: non se ne fa parola nella propaganda della rigenerazione urbana, non si può evincere dalle foto postate su Instagram. In queste foto, la metropoli sembra sempre la metropoli, le strade urbane traboccano di pedoni: ma a ben vedere questi pedoni non vanno da nessuna parte. 

Si diceva dell’intolleranza verso il fumo, da cui tutto nasce. Un altro asse di cambiamento delle città è legato alla cultura del benessere. Basta andare indietro di qualche decennio per ritrovare città senza palestre, senza l’ossessione per la vita sana, in cui, ancora una volta, il problema dell’essere in forma, di bruciare calorie era per così dire un effetto collaterale di vivere e non un fine dichiarato. Un passaggio divertente di un altro film, Guy (2018) di Alex Lutz, falso documentario dedicato alla differenza di sensibilità fra le generazioni che mostra un cantante di musica pop scadente degli anni ’70 alle prese con i medesimi cambiamenti descritti dal documentario di Scorsese. A un certo punto, l’attenzione si sposta verso una palestra. Guy attraversa Parigi e vede che al posto della discoteca che frequentava da ragazzo adesso c’è proprio una palestra, piena di tapis roulant collegati a degli schermi attraverso cui i clienti possono isolarsi dal resto, esercitando i loro muscoli nell’alienazione. La discoteca e la palestra vengono messe a confronto, proprio in quanto luoghi di “smaltimento” delle calorie di troppo: nel primo caso l’obiettivo per cui chiunque si sarebbe recato in un luogo del genere nulla avrebbe avuto a che fare con il “benessere” (quanto piuttosto con il trovare il fidanzato o la fidanzata o ancora socializzare con gli amici), la palestra invece è proprio il luogo della cura del corpo, a prescindere da qualsiasi anima, sia pure l’anima gemella. 

 

 

L’ottimismo superstizioso di andare in palestra, condurre una vita di privazioni alimentari, ricorda Fran, però, non ci salva: 

 

Le cattive abitudini possono ucciderci ma le buone non ci salvano. Vivere in modo sano non dà nessuna garanzia. A questo proposito voglio parlare di un mio amico – non dirò chi è ma posso dire che era uno delle pochissime persone della mia età che non fumava, non beveva, mi rimproverava sempre perché io lo facevo. E ha passato la vita a mangiare broccoli, asparagi e a bere acqua, a correre ed è morto per un tumore a cervello al 50 anni. Mia madre è morta da poco e aveva quasi 92 anni: non è quello stile di vita che ti uccide. 

 

È anche questa ossessione “californiana” verso la salute che ha interrotto alcuni fra i canali di comunicazione fra le generazioni: i nonni non possono più offrire caramelle ai propri nipotini senza rischiare di essere linciati dai genitori. È la durezza ideologica, militante con cui questi schemi si sono diffusi a ridurre ogni interstizio di convivialità fra i singoli: nessuno si azzarda più a offrire caramelle ai bambini. Ancora una volta il problema non è decidere se le caramelle facciano bene o male – fanno male, è ovvio – ma perdere il contatto con l’alterità del prossimo, prendere il suo gesto di apertura per una dichiarazione di guerra.  

 

Ed è a questo punto che si entra nel merito delle questioni più spinose, legate alle istanze di movimenti come #metoo o black lives matter. Fran si propone come mediatrice: riconosce, per avere subito la discriminazione sulla sua pelle, le istanze politiche (sessismo, razzismo etc.) a cui questi movimenti danno voce: come non vedere il ruolo predatorio che i maschi hanno svolto sul mercato del lavoro costringendo molte donne lavoratrici a dover sottostare alle loro pretese sessuali pur di lavorare? Che lo scandalo abbia fatto emergere ciò che era sotto gli occhi di tutti non può che essere positivo, quello che si definisce un progresso effettivo. I problemi nascono quando, però, queste istanze pretendono di entrare nella vita intima delle persone, arbitrandone un giudizio sommario. È sulla base di questo giudizio che si “cancellano” romanzi e opere d’arte. 

 

Ma, ricorda Fran, anche il racconto di un “privilegiato” può essere esteticamente bello, interessante, informativo. Edith Warthon (dalla cui opera Scorsese ha tratto il bellissimo L’Età dell’innocenza, 1993), la privilegiata, merita di essere letta per il valore estetico delle sue opere e perché racconta se stessa, il suo milieu, restituendone al prossimo una rappresentazione complessa, non in quanto qualcuno possa o non possa approvare il suo stile di vita. La letteratura, i libri, le storie, sono da questo punto di vista il contrario dei social network: piuttosto che servire come specchi della propria identità dovrebbero essere usati per comprendere l’altro, per conoscere ed esplorare il mondo, sia anche l’alterità radicale dell’aristocrazia raccontata in L’Età dell’innocenza. Ed è allora che la disputa fra boomer e millennial si rivela anche come disputa mediatica. La casa di Fran è piena di libri. E il suo problema è trovare una casa abbastanza grande che possa contenerli tutti.

 

A fare da costante background a queste considerazioni è l’andare a piedi. New York è una città in cui si va a piedi e, durante tutte le puntate della serie, Martin si diverte a filmare la sua amica in campo lungo mentre attraversa la città. Bisogna stare attenti a non cadere nella trappola di considerare questo “andare a piedi” un valore di per sé. Uno dei passaggi più divertenti della serie è all’inizio, quando Fran descrive la sensazione che si prova a percorrere le strade turisticizzate del centro pieno di gente assolutamente ignara di dove si trova. Queste persone ti sbattono letteralmente contro senza accorgersene, perché non guardano dove vanno essendo con la testa in giù sulle mappe dei propri telefonini. Ecco se una cosa si può imparare dalla visione di Pretend it’s a City è proprio che non basta contare i passanti in strada per capire se una città è viva quanto piuttosto verificare che in essa questi stessi passanti si arrabattino con degli obiettivi concreti, con un perché.  

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