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Marco Balzano, Quando tornerò

Non esiste, ovviamente, alcuna automatica proporzione tra il rilievo sociale dei temi di cui un romanzo parla e il suo valore letterario. D’altro canto, non c’è dubbio che una delle funzioni della letteratura consista nel mettere davanti agli occhi del lettore aspetti del presente che fino a quel punto gli erano sfuggiti, o ai quali non s’era curato di prestare attenzione. Non perché siano nascosti: al contrario, perché sono troppo palesi. Ma per coglierli occorre sostare un attimo, porvi mente: considerarli. La nazionalità più rappresentata fra gli immigrati in Italia è la Romania, con oltre un milione di presenze (circa un quinto del totale). Poco meno del 60% sono donne; di queste, moltissime sono dedite ad assistere gli anziani. Fin qui, cose risapute – numeri, forse, a parte. Ma che ne è delle famiglie delle centinaia di migliaia di badanti romene? Ricevono un aiuto economico prezioso, in qualche caso provvidenziale, certo. E poi?

 

Gli effetti dell’emigrazione sul tessuto sociale dei paesi di partenza è oggetto di pagine memorabili nel più famoso libro di Carlo Levi, Cristo si è fermato a Eboli. Lì si parla di contadini lucani che andavano in America, e spesso finivano per dimenticarsi delle mogli e dei figli lasciati al paese. In Quando tornerò (Einaudi, pp. 200, € 18,50) Marco Balzano parla invece di donne straniere che vengono in Italia. Negli ambienti psichiatrici romeni è definito «mal d’Italia» la forma di esaurimento che colpisce chi emigra per offrire ai figli un futuro migliore, a prezzo di una prolungata separazione che provoca non soltanto dolore e nostalgia, ma anche devastanti sensi di colpa.  

 

La migliore definizione del libro di Balzano è contenuta nella nota conclusiva, che fra l’altro rende conto del non breve lavoro di preparazione e di documentazione: «un romanzo familiare a tre voci». Ambientato nella Romania nord-orientale, non lontano dai confini con la Moldavia, Quando tornerò è infatti diviso in tre parti. Nella prima (Dove sei) la voce narrante è quella dell’adolescente Manuel; nell’ultima (Boomerang) parla la sorella, maggiore di otto anni, Angelica; la parte più lunga è quella centrale (Lontana), riservata alla madre Daniela, che esasperata dall’inettitudine del marito Filip e angosciata dalla mancanza di prospettive decide di punto in bianco, senza consultarsi con i familiari, di trasferirsi a Milano per lavorare. Superato lo strappo iniziale, i primi effetti sembrano positivi: dall’Italia arrivano soldi e regali, e la rete domestica – che comprende anche i nonni, i genitori di Daniela – sembra reggere. Ma il logorio è rapido, perché il valore del tempo cambia molto a seconda dell’età, e a diciannove o vent’anni – e figuriamoci a tredici o quattordici – ogni mese, ogni settimana conta.

 

Così i legami affettivi si logorano, il senso di abbandono si diffonde. A un certo punto anche il padre se ne va a fare il camionista in Polonia, salvo dover rientrare in capo a un anno in Romania, di nascosto, dove si arrangerà come fattorino. Ma senza più rientrare in una famiglia che nel frattempo s’è disgregata. Morto il saggio nonno Mihai, Angelica trasferita a Iași, dove studia all’università, Daniela sempre più affaticata e distante, Manuel nervoso e deluso, privo di punti di riferimento. L’evento centrale della storia è un incidente stradale che assomiglia molto a un tentativo di suicidio. Daniela rientra precipitosamente in patria per assistere Manuel in coma.    

 

 

Nella seconda parte – che comprende 31 dei 45 capitoli non numerati in cui la narrazione si articola – il racconto di Daniela si alterna fra la rievocazione delle sue esperienze in Italia e la vita in ospedale, accanto al figlio privo di coscienza. Non è il caso di spifferare come la storia si conclude: dirò solo che, come spesso accade nella narrativa contemporanea, si ha un’impressione duplice e contraddittoria, perché da un lato il finale si presenta più che mai aperto, dall’altro è chiaro che quanto è accaduto peserà come un macigno su qualunque futuro. E quanto vale per la storia di questa famiglia varrà per molte, moltissime altre: con effetti complessivi sulla società nel suo insieme che sarà bensì compito degli esperti cercare di pesare e comprendere, ma che per intanto sarebbe dovere di tutti non ignorare. Dietro ciascuna delle donne che si prendono cura dei nostri vecchi soli, degli infermi, dei malati di Alzheimer, c’è una storia di separazioni dolorose, di lacerazioni: di lontananze che le nuove tecnologie possono sia ridurre sul piano pratico, sia rendere più evidenti su quello emotivo.    

 

 A Milano Daniela si trova a lavorare in quattro case diverse. Prima assiste un vecchio, Giovanni; poi si occupa di due bambini, di quattro anni e dieci; quindi della signora Elena; infine di Oreste, che alla fine del libro apprendiamo essere in punto di morte. Strana relazione, quella che la badante o bambinaia ha con le persone a lei affidate. La convivenza implica prossimità, e a volte induce una certa affezione reciproca. Se il rapporto con i bambini ridesta inclinazioni materne, può capitare perfino che un occasionale colpo della strega provochi un rovesciamento di ruoli, e che sia la novantenne Elena a prendersi cura di Daniela. Ma per una ragione o per l’altra, è destino che quelle intimità siano sempre precarie. Così, mentre i legami con la famiglia in Romania si allentano, quelli che si creano in Italia rimangono sostanzialmente laschi e strumentali; e del resto, quando cominciassero a diventare davvero qualcosa di diverso, forse non farebbero che accelerare la sensazione di esaurimento, il senso di burnout – il mal d’Italia, insomma.

 

Dopo il fortunato Resto qui (Einaudi 2018), storia dell’attaccamento al paese natìo, ispirata – come a suo tempo dichiarato dall’autore – dalla vista del vecchio campanile sommerso di Curon, nel lago di Resia – Balzano racconta una vicenda in qualche modo speculare: anziché il desiderio di rimanere, la decisione di andarsene. In entrambe le vicende, al centro è il rapporto con i luoghi, sconvolto o travolto dalla pressione di forze esterne (la guerra, le decisioni politiche, le necessità economiche). Un essere umano non è solo un nodo di relazioni materiali e affettive con i propri simili: è anche un incrocio di percorsi, alcuni volontari, altri imposti o subiti. Quello che una volta si usava chiamare il movimento della Storia si esplica anche in una miriade di piccole dislocazioni individuali; ma nei dati che le statistiche registrano, nel linguaggio freddo e onesto dei numeri, sono interi destini a consumarsi. 

   

Quando tornerò conferma le qualità già manifestate da Balzano. Una scrittura limpida, giocata su un fraseggiato breve, la capacità di creare personaggi credibili, il senso del ritmo narrativo. E, su tutto, la volontà di raccontare una storia non banale, in grado di suscitare l’interesse del lettore. Inducendolo, anche, a riflettere e a fare confronti con il proprio personale stare e spostarsi: con le partenze e i ritorni, avvenuti o mancati, nei quali ci si è costruiti, giorno dopo giorno. Insomma: un romanzo che è un buon viatico, per l’auspicata ripresa della possibilità di muoversi, dopo mesi e mesi di confinamento. E un invito a misurare i nostri passi.   

 

Marco Balzano, Quando tornerò, Einaudi, pp. 200, € 18,50.    

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