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Filosofia

(823 risultati)

La vita come processo / François Jullien, sul vivere

In principio il détour, la deviazione per la Cina. Non per esotismo di maniera, per seduzione ingenua dell’Altrove, ma per fare di quell’Altro assoluto costituito dal pensiero cinese un “apriscatole” grazie al quale accedere a quel che non pensiamo più a pensare: le evidenze che diamo per scontate, gli a priori nascosti, le rive in cui scorrono i nostri pensieri o l’occhio con cui guardiamo il mondo, avrebbe detto Wittgenstein. È così che François Jullien (nato nel 1951), esperto di filosofia greca, negli anni Settanta si stacca dall’“Europa dagli antichi parapetti” (Rimbaud, Il battello ebbro) per incontrare la cultura di matrice confuciana, formatasi in totale estraneità rispetto all’Occidente. La lezione proto-strutturale di Marcel Granet – l’autore di Il pensiero cinese (1934, Adelphi, 2018) – si arricchisce del ricorso all’“eterotopia” suggerita da Michel Foucault: solo facendo incontrare ciò che non si è mai incontrato, solo ponendosi a distanza (lo spaesamento di Lévi-Strauss), una cultura ha l’occasione di riflettere su di sé e sui propri impensati. Siamo chiamati, nell’epoca dell’uniformità globalizzata, a una vera decostruzione, quella che si opera solo muovendo dall’...

Leggerezza di Laura Campanello / Le carte della vita e gli esercizi filosofici

“Tanto l’ereditarietà quanto l’ambiente che ci formano, così come lo status culturale, tutto ciò assomiglia alle carte che si danno alla cieca, prima che il gioco cominci. Senza la benché minima libertà: il mondo dà e tu semplicemente ricevi quello che ti viene dato, senza possibilità alcuna di scegliere. Ma così (…) la questione è: che cosa fa ciascuno di noi delle carte che ha ricevuto? C’è chi gioca in modo eccezionale con delle carte che non sono nulla di speciale, c’è chi fa il contrario e spreca e butta via delle carte meravigliose! Qui sta tutta la nostra libertà: la libertà del modo in cui giocare le carte che abbiamo. Ma anche questa libertà (…) è ironicamente subordinata al destino individuale, alla pazienza, all’intelligenza, all’intuito, al coraggio. Tutto questo patrimonio, in fondo, non è soltanto un altro mazzo di carte distribuite prima della partita senza interpellarci? E se le cose stanno così, che cosa ci resta alla fine, per esercitare la libertà di scelta?”   Così scriveva Amos Oz in Una storia di amore e tenebra. Ma se le cose stanno così allora “il coraggio”, come dice Don Abbondio, “se non ce l’hai non te lo puoi dare”? o come insegna Aristotele le...

Un nuovo volume della collana Riga / Max Ernst: collage, testi e visioni

Come allargare “la parte attiva delle capacità allucinatorie dello spirito”? Lo spiega l’artista dadaista e surrealista Max Ernst in Au-delà de la peinture, una raccolta dei suoi scritti pubblicata a Parigi nel 1937 e ora tradotta per il pubblico italiano insieme ad altri testi critici e letterari ormai introvabili (Max Ernst, Riga 42, a cura di Elio Grazioli e Andrea Zucchinali, Quodlibet, Macerata, 2021; Rigabooks). Le tecniche adottate da Ernst sono due. La prima è il frottage, un’antica tecnica grafica che l’artista riscopre e sviluppa pittoricamente con la “raschiatura di colori su un fondo precedentemente colorato e situato su una superficie inuguale” (pp. 57-58).    Max Ernst, Forest and Sun, 1931. Frottage su carta. Museum of Modern Art, New York / Max Ernst, La Forêt, 1927-28. Raschiatura di colori (grattage). Collezione Peggy Guggenheim, Venezia. La seconda è il collage, che consiste nell’accostare elementi figurativi tra loro incongrui allo scopo di scatenare le facoltà visionarie. È evidente che la “successione allucinante d’immagini contradditorie” (p. 63), che contraddistingue il collage surrealista, non ha un rapporto con il papier collé...

Un approccio sistemico / Rete, vita e natura

In maniera garbata e convincente, quello che ci propongono Fritjof Capra e Pier Luigi Luisi è una vera e propria rivoluzione nel modo di vedere il mondo, un rovesciamento di prospettiva che coinvolge tutto e tutti e indica un’altra direzione per la cultura umana. Capra è un noto fisico e saggista, negli anni Settanta il suo Tao della fisica ha rappresentato un primo concreto tentativo di vedere connessioni fra le visioni della fisica occidentale e discipline spirituali orientali, in particolare Buddismo, Induismo e Taoismo. Pier Luigi Luisi è un chimico di fama internazionale che si occupa in particolare dell’origine della vita e dell’auto-organizzazione dei sistemi naturali e sintetici.    Il loro The systems view of life, è un testo del 2014 uscito in italiano nel 2020 per le edizioni Aboca con il titolo Vita e Natura, Una visione sistemica. È un volume ponderoso, 760 pagine in cui i due autori, con un’andatura che ricorda quella di un tranquillo maratoneta, attraversano alcuni dei più importanti paesaggi della cultura umana, dalla fisica alla biologia alle scienze sociali, guardandoli quasi con nostalgia per passare oltre, guidati da una visione che passo dopo passo,...

Un libro di Maria Pace Ottieri / Addio gloria

Gloria, vanagloria, onore, vergogna, splendore, prestigio, lode: sembra di aver come sbagliato secolo, a leggere alcune delle parole/concetti di cui si occupa Maria Pace Ottieri, intervenendo con dotta sagacia e condendo il tutto con un pizzico di gender (la gloria non ama le donne, un po’ come il jazz, mi vien da dire. Ha un debole invece, ricambiato, per gli uomini). Gloria è una parola obsoleta, «bandita dall’immiserita vita contemporanea», che trova un succedaneo, un surrogato immiserito, in concetti quali visibilità, celebrità, protagonismo e reputazione o, per dirla con linguaggio arcaico, nella vanagloria. E come non è più tempo di gloria, non è nemmeno più tempo di eroi, della gloria vessilliferi. O per meglio dire gli eroi hanno cambiato casacca e sono diventati le vittime passive.   La gloria degli eroi e la passione delle vittime   Cominciamo dunque da qui, da uno dei molteplici spunti di riflessione, tutt’altro che banali, presenti nelle pagine di Ottieri; cominciamo dallo spunto che nota che nei nostri giorni bizzarri l’attenzione, e contemporaneamente il conferimento di qualcosa di simile alla gloria, si è spostato dall’eroe attivo alla vittima passiva....

Il nuovo libro di Wolfram Eilenberger / Arendt, Weil, De Beauvoir e Rand: Le visionarie

A distanza di quattro anni da Il tempo degli stregoni, Wolfram Eilenberger torna in pista per Feltrinelli con Le visionarie, una biografia intrecciata di Hannah Arendt, Simone Weil, Simone De Beauvoir e Ayn Rand – quest’ultima, per noi europei, è certamente la meno canonica del gruppo (ma vedi su doppiozero l’articolo di Alberto Mittone). Quando aveva condotto la stessa operazione con Heidegger, Benjamin, Wittgenstein e Cassirer, in copertina c’era un mare in tempesta, ora svetta un vulcano in eruzione, in entrambi i casi il punto di forza del lavoro non è un particolare scrupolo di ricerca o lo scavo biografico, ma una sequenza di accostamenti suggestivi da cui emerge forte un ritratto del tempo e di loro: le ragazze degli anni Trenta, di natura impetuosa.   Il montaggio inizia con un quartetto di fotografie in bianco e nero, che le ritraggono giovani e variamente belle. Questo innesco non fa che confermare lo spirito del libro, perché le foto sono quelle che conosciamo, non si tratta di scatti sconosciuti, sono le stesse immagini che chiunque potrebbe trovare in Rete, la differenza è soltanto che qui stanno insieme, con la cura di una prima minuta didascalia letteraria: «...

Le storie che curano / James Hillman, il peso dell’anima

In Le storie che curano, ripubblicato ora da Raffaello Cortina con una nuova Prefazione di Luigi Zoja, Hillman, in modo coerente con tutto il suo impianto filosofico e clinico, ripone la psicoterapia con le sue pratiche e ritualità dentro uno stile narrativo correlato a un’attività più estetica e poetica che scientifica.    L’efficacia terapeutica passa attraverso i fili sottili della narrazione con le storie immaginative che ci raccontiamo e riraccontiamo all’infinito. Zoja nella Prefazione scrive che “l’analisi aiuta il paziente non perché restituisca alla sua vita un ordine interpretativo, ma perché le dà un ordine narrativo”. Per Hillman leggere Jung, Freud, Adler per la loro immaginazione, dove appunto si situa il potere terapeutico delle loro cure, può portare lo scrittore a riporre fiducia nell’efficacia terapeutica delle sue narrazioni. Per guarire l’anima dalla sua condizione prosaica dobbiamo avvicinarla al fare poetico (poiesis), una condizione di fondamentale importanza non tanto per fuggire la realtà ma per poterla immaginare diversamente soprattutto attraverso vite non vissute. La terapia diventa quindi la forma massima di riscatto di quel mondo immaginale...

Un libro di Santiago Zabala / Essere dispersi

«Là dove c’è il pericolo, cresce anche ciò che salva». Forse sono i due versi di Friedrich Hölderlin più citati ed equivocati di sempre. Provengono da Patmos, un inno che l’amico nobile Federico V gli commissiona per celebrare l’isola greca dove l’evangelista Giovanni ha avuto le rivelazioni che lo condurranno a scrivere l’Apocalisse: è pane perfetto per i denti di Hölderlin, che porta a termine la lirica nel 1803. Come capita in altri casi virtuosi, il poemetto è così intenso e fitto di significati che ciascuno ci legge ciò che vuole. In un certo senso, a prenderlo e tirarlo per uno dei suoi fili, il libro di Santiago Zabala – Essere dispersi (Bollati Boringhieri, 2021) – si presenta come una spiegazione contemporanea e definitiva della citazione, che in effetti compare proprio a un passo dalla fine (pagina centocinquanta).    La domanda che Zabala spalanca in testa al saggio è chiara, avvincente, e sembra c’entrare poco con Hölderlin: come mai viviamo in un mondo senza emergenze? O meglio: come mai viviamo in un mondo dove alcune emergenze fondamentali non rappresentano più il cuore del discorso politico? Dall’11 settembre 2001 fino al termine del mandato di Donald...

Lo spazio domestico e la felicità / Emanuele Coccia: la mia casa è la tua

Ai primi di luglio del 1975 ho attraversato il giardino di casa e ho visto il mio amico Luciano che già mi aspettava al di là della strada, anche lui con lo zaino in spalla. Ci siamo salutati contenti, e con il pollice teso verso l’alto abbiamo cominciato a chiedere un passaggio alle auto: facevamo l’autostop. Così siamo andati dal Piave in Norvegia. Per circa due mesi abbiamo peregrinato di città in città, di casa in casa, come dei veri nomadi. Come i pellerossa nella prateria. Ogni sera ci si inventava una soluzione per la notte, spesso finivamo ospiti nelle case delle persone che ci davano i passaggi in auto, o in un ostello della gioventù. E non sono mancate anche certe splendide notti estive nella campagna tedesca o danese o svedese.   Un’amica conosciuta in viaggio ci ha trovato alloggio in una casa di “amici di amici”, un luogo meraviglioso nella via delle ambasciate di Oslo (un edificio interamente ligneo del Settecento) dove abbiamo riposato per un paio di settimane andando pressoché ogni giorno a mangiare i gamberetti crudi appena pescati nel Baltico che i pescatori vendevano per pochi soldi al porto. Una grande esperienza di vita che Luciano ed io ci portiamo...

Tra neuroni e politica / Lo scandalo della libertà

Senza la libertà, esisteremmo in quanto persone? O non saremmo altro che meccanismi? Se non fossimo gli arbitri dei nostri giorni, che valore avrebbe la nostra vita? In che cosa consisterebbe il merito o il biasimo che attribuiamo ai nostri simili se, come tante marionette, la nostra esistenza fosse mossa da fili invisibili? Sono domande che non possono lasciarci indifferenti: siamo creature libere o siamo guidati dal fato, dagli dei, dal cieco ed eterno movimento degli atomi, dai neuroni e dalle sinapsi? Anche se, come diceva il grande Musil, “simili indovinelli si sciolgono in un modo curioso e cioè dimenticandoli”, l’autore di Il prigioniero libero (Adelphi, 2020), Giuseppe Trautteur, affronta il problema con entusiasmo contagioso, a partire dall’ossimoro del titolo. Il suo testo è di una chiarezza e precisione invidiabili e delinea con encomiabile brevità la cornice concettuale dentro la quale oggi si discute del libero arbitrio sia nel mondo scientifico che in quello filosofico. Il libro rivela, senza sconti, lo scandalo rappresentato dalla libertà che è un ospite inatteso e scomodo per la scienza che descrive un mondo dominato dal caso o dalla necessità. Al contrario, per...

Un libro di Enrico Testa / Filottete: rubare l’anima

Come «squittenti bestiole del senso» Non c’è bisogno di conoscere il mito al completo e nemmeno gli antefatti della storia per godere dell’antica tragedia Filottete di Sofocle. Nel Prologo infatti Odisseo spiega a Neottolemo, che lo accompagna nell’impresa, tutto quello che il pubblico di ascoltatori o lettori ha bisogno di sapere: che Filottete è figlio di Peante, che Odisseo ricevette dai comandanti dei Greci l’ordine di abbandonarlo sull’isola di Lemno con una piaga purulenta al piede; e che Odisseo è venuto per riportare Filottete a Troia perché la città non può essere conquistata senza il suo arco. Nel dialogo il pubblico è informato anche del fatto che Neottolemo è figlio di Achille e che Odisseo ha bisogno del suo aiuto per condurre l’operazione.   Grazie a queste informazioni siamo in grado di seguire la storia e di godere dei versi di Sofocle anche senza essere specialisti della materia. Né specialista in quanto grecista o esperta di drammaturgia sono io che qui mi permetto di affrontare l’argomento, e nemmeno, paradossalmente, l’autore dello splendido commento introduttivo alla tragedia, e della traduzione in lingua italiana, Enrico Testa, le cui parole fanno...

La violenza: un fatto complesso / Vendetta e delirio

Il libro di Arianna Barazzetti, Complessità della violenza, uscito da poco per Mimesis, è il risultato di una serie di percorsi di ricerca sulla violenza realizzati in Cile, in Brasile e in Italia: la violenza di un golpe, la violenza nelle miserie della favela a Rio de Janeiro, la violenza che emerge dal lavoro clinico nelle carceri del nostro paese. Si tratta di un testo teorico impegnativo, denso e ben articolato, di quasi quattrocento pagine. Dalla lettura emerge un primo nodo fondamentale: la violenza non riguarda i soggetti in quanto isolati, ma un clima; qualcosa che appartiene sempre a una comunità oppure a un’istituzione sociale. Nelle democrazie, la violenza dovrebbe essere vietata ai cittadini perché monopolio delle forze dell’ordine e delle forze armate, dovrebbe essere esercitata solo in caso di estrema necessità, ma questo non accade. Non c’è paese democratico in cui singoli o gruppi di esponenti della polizia non commettano abusi, o non vi siano gruppi, non riconosciuti o semi-riconosciuti, che non scorrazzino armati, come nelle mafie locali, negli squadroni fascisti della morte, tra le guardie della rivoluzione, nel ku-klux-klan o altre simili aberrazioni...

Sedici racconti / I Miti personali di Matteo Marchesini

Matteo Marchesini aveva iniziato a confrontarsi con i miti nel 2017 sulle pagine del “Foglio”. In aprile ha raccolto e pubblicato sedici racconti, per lo più molto brevi, nel volume Miti personali, sottolineando con l’aggettivo personali come l’infinita variazione narrativa cui dà vita il mito arrivi, anche quella, alla polverizzazione individuale nell’età della comunicazione diffusa e dei social media. Il libro, pubblicato da Voland, è un volumetto di piccolo formato di 140 pagine, aperto da una citazione di Vico, “gli uomini prima sentono senz’avvertire”, che mi sembra collocare queste riscritture in un ambito liminale, di scoperta, di blocco o obnubilamento delle capacità di discernimento. Il libriccino è illustrato in copertina da una foto della serie Homage a Saul Steinberg di Paolo Ventura, l’immagine di un uomo adulto, con lineamenti che annunciano la vecchiaia incipiente, che tiene per mano una specie di sé stesso bambino, entrambi con qualche tratto clownesco nel volto o nel costume. Per illustrare la serie Ventura scrive sullo specchiarsi nell’infanzia, uscire dall’infanzia, regredire nell’infanzia, concetti che dovremo ricordare a mano a mano che analizziamo questi...

Un libro di Edoardo Kohn / Come pensano le foreste

Poesia e antropologia: che c’azzeccano? Sempre più spesso questo binomio viene invocato nelle cronache culturali, e ancora di più viene praticato nel loro effettivo svolgimento: dai poeti meno, probabilmente, ma senz'altro da antropologi, etnologi, etnografi o comunque li si voglia appellare. Non senza irritazioni nell’establishment accademico, sempre pronto a difendere i tradizionali steccati disciplinari, accade – con un’insistenza divenuta tendenza – che molte ricerche antropologiche acquisiscano un tono e un linguaggio, e dunque evidentemente dei contenuti, che tracimano nel poetico, o che quanto meno ricordino passaggi, stili e sensazioni che la poesia ha talora prodotto nel corso della sua lunga storia. Non si tratta, per carità, di  intuizioni liriche del sentimento, secondo la famigerata lezione crociana che rispunta per ogni dove non appena ci si distrae un attimo; ma, forse, di presagi, accostamenti inconsueti, folgorazioni percettive che la sensibilità poetica sa come, dove e perché trascrivere – trasformare – in specifica testualità. Così per esempio Tim Ingold, il cui stile è già di per sé intrinsecamente lirico, ha fatto del concetto di corrispondenza,...

Un libro di David Levi Strauss / Perché crediamo alle immagini fotografiche

Poeta, saggista, critico d’arte, studioso vicino a John Berger, come quest’ultimo David Levi Strauss scrive sulla base di urgenze e interrogativi etici. Non a caso vari suoi scritti vertono sugli intrecci tra politica ed estetica, con particolare attenzione al mezzo fotografico. Nel 2007 è stato pubblicato il suo libro Politica della fotografia (Postmedia books, Milano), una raccolta di saggi sul rapporto tra fotografia e politica. Ora per Johan & Levi è uscito il suo denso saggio Perché crediamo alle immagini fotografiche (Milano, 2021, pp.88, € 10) dove, a fare da guida alla sua riflessione, si trovano critici e filosofi come Walter Benjamin, John Berger (che, per altro, aveva scritto l’introduzione al suo libro precedente), Roland Barthes e soprattutto Vilém Flusser.    Le domande di fondo, che attraversano tutto il libro, sono: «In che modo crediamo alle immagini tecniche e come sta cambiando la fede che riponiamo in loro?»; ma anche: come mai continuiamo a credere alle fotografie nonostante tutto, nonostante la loro sempre più scarsa attendibilità nel raccontarci la verità, nonostante sia sempre stato possibile manipolarle e falsificarle? Sappiamo fino a che...

Echi dall'origine e memoria del futuro / La teoria delle balene

Il fascino che l'arcaico esercita su di noi potrebbe essere collegato all'archeologia della nostra mente, laddove risiedono le condizioni originarie dei nostri processi emozionali. Il canto delle balene è un’esperienza originaria, per molti aspetti inenarrabile nei suoi effetti nelle nostre sensazioni. Forse Claudia Losi nel concepire il suo progetto artistico di lunga durata ha voluto ascoltare l'arcaico che risuona in noi e tradurlo in un progetto durato venti anni. Il suo lavoro, tra le altre originalità, si caratterizza come un’isteresi: ci racconta che nel nostro presente non agiscono solo le cose di oggi, ma sono attive e importanti le cose di sempre, sulla cui accumulazione noi costruiamo, più o meno consapevolmente quello che siamo e facciamo oggi. Come lo definisce lei, quel progetto è un arcipelago che si compone di isole, stretti e continenti in movimento, come le correnti che lo attraversano, dai tempi e dalle voci differenti. È la mia balena, scrive Claudia Losi. Ognuno di noi ha, per certi aspetti, la propria balena, e tutti abbiamo i nostri antenati, come proprio a proposito di delfini e balene ha mostrato Marco Belpoliti con I nostri antenati: delfini e balene. Un...

Un libro di Bianca Sorrentino / Pensare come abisso

Alcuni giorni fa su Instagram – luogo di finzione, spazio che non esiste, eppure – il celebre comico Maccio Capatonda ha postato una foto che lo ritrae intento a leggere alcune pagine della Bibbia con in mano una tazza che reca questa scritta: “Esistono storie che non esistono”. Al di là della trovata, ironica e marchettara al contempo, potremmo anche dire che resistono storie che non esistono. Perché dacché esiste l’uomo, esistono storie che non esistono. Anzi, oggi siamo quasi certi che questa caratteristica, quella i critici chiamano anche “sospensione dell’incredulità” (di fronte alle storie), abbia permesso alla specie Sapiens del genere Homo di prevalere sugli altri uomini.   Come sostiene lo storico Yuval Harari in Sapiens. Da animali a dei (Bompiani, 2018), la caratteristica unica della nostra specie non è semplicemente il linguaggio (tutti gli animali ne hanno uno), ma un linguaggio unico con cui abbiamo sviluppato (senza sapere ancora come, e perché) «la capacità di trasmettere informazioni su cose che non esistono affatto. Per quanto ne sappiamo, solo i Sapiens sono in grado di parlare di intere categorie di cose che non hanno mai visto, toccato o odorato. Leggende...

Il ritorno del panteismo / Il dio sensibile

Emanuele Dattilo ha scritto un grande libro. Si intitola Il dio sensibile, e come dice senza giri di parole il sottotitolo è un Saggio sul panteismo.   La prima scoperta che si fa, man mano che si avanza nella lettura, è che il panteismo è il tema dei temi, uno dei sentieri filosofici sui quali gran parte dei contemporanei si sta avventurando, specialmente negli ultimi anni. Solo che in tanti lo imboccano senza saperlo, senza dominare la materia, prendendo strade secondarie, andando in palestra o coltivando fiori esotici, cambiando idea a metà percorso, usando splendide parole di tradizioni altre, ma ignorando quelle studiate a scuola – va detto che in tanti casi sono impronunciabili e geniali locuzioni latine altomedioevali. Il panteismo, dunque, è pienamente in linea con lo spirito del tempo: è di moda, ed è persino utile per appassionarsi agli algoritmi di ricerca e alla questione ecologica, peccato che lo sanno in pochi.   La seconda scoperta che si compie divorando queste pagine è che Neri Pozza non poteva scegliere una copertina migliore di Tramonto a Turners Cove. Perché, le rivelazioni che Dattilo ci accompagna a vivere con una pazienza e una cultura rare,...

Una nuova nomina / Trieste e l’eredità di Basaglia

Il lungo addio   Trieste è sottosopra. La notizia è che il nuovo direttore della psichiatria triestina è figura destinata a segnare una netta discontinuità rispetto alla storia del luogo. Storia prestigiosa, legata alla presenza di Franco Basaglia, alle battaglie che lo avevano visto protagonista negli anni sessanta e settanta. Legata alla chiusura dei manicomi da lui fortemente propugnata e realizzata, e alla creazione di un modello di gestione della salute mentale modernissimo. A quarant'anni di distanza, viene giudicato da vari osservatori internazionali tra i migliori al mondo.    Storia prestigiosa ma a quanto pare in via di dismissione. È l’ultimo atto di un lungo addio. Il recente concorso per il rinnovo della direzione di uno dei servizi chiave della psichiatria triestina, a cui erano iscritti una decina di candidati, ha visto perdente, tra gli altri, uno psichiatra triestino cresciuto all'interno di quel modello e impegnato da trent’anni nella sua difesa e nel suo rinnovamento, Mario Colucci, una figura di clinico e di ricercatore di levatura indiscussa. E ha visto vincitore uno psichiatra, Pierfranco Trincas, legato a tutt'altro modello, quello oggi...

8 luglio 1921 - 8 luglio 2021 / Cento anni di Edgard Morin

Edgar Morin è stato uno studioso che ha saputo avere un ruolo pionieristico in numerosi ambiti. Uno di quelli che l’ha visto tra i primi protagonisti è quello dell’analisi sociologica della cultura creata dai media. Erano i primi anni Sessanta e negli Stati Uniti, sul ruolo svolto dai media nella società, c’erano già state le riflessioni fortemente critiche di Max Horkheimer e Theodor Adorno in Dialettica dell’illuminismo e le prime analisi di Marshall McLuhan ne La sposa meccanica, mentre in Europa Roland Barthes aveva già cominciato ad analizzare i suoi Miti d’oggi. Però la prima analisi sistematica del ruolo sociale svolto dalla cultura dei media si deve a Morin, che nel 1962 ha pubblicato L’esprit du temps, tradotto in Italia nello stesso anno dall’editore Il Mulino con il titolo L’industria culturale e ripresentato nel 2002 da Meltemi come Lo spirito del tempo.    Morin si era già occupato della cultura dei media nel 1956 con Il cinema o l’uomo immaginario e nel 1957 con I divi, ma è soltanto mediante Lo spirito del tempo che ha compiuto un’analisi approfondita e ad ampio spettro di questo tipo di cultura. La quale, come sosteneva in tale libro, viene prodotta e...

Maledici Dio e poi muori! / Massimo Recalcati: il grido di Giobbe

Giobbe, il protagonista dell'omonimo libro biblico, era un uomo giusto e molto ricco. Aveva terre, figli, moglie, amici, mandrie, denaro e buona salute. Benedetto da tanta buona sorte, non gli era difficile essere anche amico di Dio! Come non benedire con gratitudine chi gli mostrava tanta benevola generosità?  Troppo facile questa fede, insinua Satana, personaggio che nell'Antico Testamento compare soltanto in questo libro e il cui nome significa colui che si aggira accusando. Allora chiede a Dio che gli permetta di togliere a Giobbe i suoi beni per metterne alla prova la fede e la devozione. Dio acconsente che sia spogliato di tutto, ma non della vita.  Comincia così la terribile esperienza di Giobbe che rapidamente perde le proprietà, poi i figli, gli animali, gli amici e infine anche la salute. Distrutto da piaghe e dolori che lo rendono ripugnante, insopportabile nei suoi lamenti e nella sua rassegnazione al punto che la sua stessa moglie imprecherà: maledici Dio e poi muori!  E Giobbe cosa farà? Maledirà Dio? Lo rinnegherà, adesso che il suo volto, prima tanto amichevole, si è trasformato in quello di una bestia feroce che lo azzanna e lo tormenta senza...

L’opera innovatrice di Catherine Malabou / Divenire forma

  Se si ipotizza una “facoltà formatrice” (the formative faculty) che acquisisce e prepara il proprio materiale da se stessa, e che l’apparizione del pensiero, della volontà e anche della vita, non sono che degli eventi come gli altri nella lunga sequenza delle età della formazione della terra, allora si pone una domanda: come mai a un certo punto, tra le forme, emerge il divenire di una forma che si fa domande sul proprio stesso divenire forma e sul divenire delle forme? O, detta in altri termini, cos’è quella forma che si pone la domanda o le domande, che si trascende; e il suo divenire e la sua esistenza cosa significano?  Quale senso ha una forma tra le forme che pensa se stessa, che oltre ad avere un linguaggio si parla, che si interroga e interroga, che dice “no”? Catherine Malabou ci porta in una frontiera del pensare filosofico, oggi, e lo fa non proponendosi di mettere Kant e il kantismo in soffitta, né accogliendo acriticamente le tendenze che consegnerebbero alla scienza e alle neuroscienze in particolare, le risposte sulla contingenza della vita, sulle origini del pensiero e della conoscenza, e sul trascendentale. Si propone di “negoziare con Kant” e con i...

Un libro di Stefano Chiodi / Genius loci. Anatomia di un mito italiano

Nell’ormai celebre conferenza promossa dal Nexus Institute nel 2004, incentrata sul problema dell’esistenza e persistenza di un’idea e/o identità europea, George Steiner inizia il suo discorso (poi tradotto e pubblicato in italiano nel 2006 con il titolo Una certa idea di Europa) indicando la memoria, o meglio, la sua eccedenza, come primo tratto distintivo del Vecchio Continente. Un’autorappresentazione come lieu de la mémoire in cui l’uomo «colto si trova intrappolato», schiacciato sotto il peso di un passato soffocante che funge contemporaneamente e incessantemente da memento mori. «Troppo di tutto, in questo sterminato luogo comune», scrive Luigi Ghirri in Niente di antico sotto il sole, riferendosi a quell’eccesso di memoria che satura i luoghi nostrani e ottunde lo sguardo. Da una analoga premessa prende pure avvio Genius loci. Anatomia di un mito italiano di Stefano Chiodi (recentemente pubblicato da Quodlibet), dove lo studioso analizza le vicende della spuria e plurale identità italiana che si avviluppa attorno al concetto di genius loci a partire dall’omonima mostra curata da Achille Bonito Oliva nel 1980 e al suo intrecciarsi con i temi e problemi posti dalla...

Templi, giardini, cimiteri / Tanizaki a Kyōto

Dormo, e sogno bambini nel cortile di un tempio in rovina, ricoperto di muschio, giocare a ombre e demoni. (Lafcadio Hearn)   La passeggiata lungo il canale fiancheggia le pendici dei monti orientali di Kyōto, dai quali prende il nome la storica area di Higashiyama, e conduce in prossimità di alcuni templi e santuari tra i più suggestivi dell’antica capitale dell’Impero. Inaugurata alla fine dell’Ottocento, percorsa quotidianamente nei decenni successivi dai pensatori della prestigiosa Scuola di Kyōto, è oggi nota in loro memoria come il Sentiero della Filosofia (Tetsugaku no michi) e frequentata soprattutto all’inizio di aprile, sotto l’incanto rosa dei ciliegi in fiore. Durante la mia visita i passanti si contano sulla punta delle dita, ma il silenzio dei quartieri assonnati in cui i rumori del traffico urbano si mescolano ai canti degli uccelli, in questa tarda mattina di fine dicembre, pare invitare alla scoperta di una bellezza meno appariscente, e forse impalpabile. Sceso dal tram, ho seguito per un po’ il sentiero deserto prima di addentrarmi nei vicoli che salgono verso il tempio buddhista Hōnen-in, uno dei tesori meglio conservati e nascosti della città.  ...