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Musica

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1947 - 2022 / Roberto Masotti, Vedere come ascoltare

Unire e miscelare assieme l’amore per la musica con quello per la fotografia: è quanto ha fatto Roberto Masotti con tenacia e passione dalla fine degli anni Sessanta fino al 25 aprile di quest’anno quando è scomparso, a 75 anni, con ancora alcuni progetti in corso, che presto vedranno la luce. Stava infatti realizzando con l’amata moglie Silvia – sua compagna di vita e di lavoro, di idee e confronti – un libro sui ritratti; mentre è, per fortuna, già in fase di stampa il suo ultimo libro Franco Battiato, Nucleus. È quest’ultimo il terzo libro dedicato a musicisti-compositori che Roberto aveva seguito e frequentato nel corso degli anni, dopo quelli dedicati a Keith Jarrett e John Cage, tutti pubblicati dall’editore Seipersei. Fotografo di musica, per la musica, con la musica, Roberto Masotti ha passato la sua vita a frequentare concerti, a vivere accanto ai musicisti e ai compositori più innovativi e alternativi. Il tutto sempre chiedendosi come riuscire con la fotografia – per sua natura un mezzo silenzioso e basato solo sul visibile – a suggerire, evocare, dare voce e immagine alla musica e ai musicisti, ai loro vari modi di viverla intimamente, di crearla e “sentirla” dirigendo...

Da Sanremo a Torino, e ritorno / Identità eurovisionarie, figli reietti, padri snaturati

Chiedersi cosa sia Eurovision significa ripercorrere la storia dei media, della cultura popolare, dei cambiamenti socioeconomici e dei rapporti geopolitici che hanno accompagnato, in forma leggerissima, il progetto di integrazione europea dalla metà del Novecento. Ossia, il mutare dei suoi confini e del senso di appartenenza, l’investimento materiale e simbolico nell’idea stessa di Europa. La guerra fredda, l’esplosione dei consumi, il crollo dell’Unione Sovietica, le pressioni della decolonizzazione e il ritorno dei nazionalismi. Nientemeno: proprio Eurovision, l’evento extra-sportivo più seguito al mondo, quello spettacolo chiassoso ed esteticamente discutibile, rappresenta un osservatorio culturale privilegiato, un laboratorio di sperimentazione di linguaggi scenici e sonori, il contraltare popolare alle dinamiche economiche che fondano l’europeismo contemporaneo, il superamento del localismo e la definizione di un’identità transnazionale, composita ed eterogenea, attraverso la competizione fra brani vincitori delle competizioni nazionali.    È questa storia che racconta con ricchezza di dettaglio storiografico un volume di Dean Vuletic – Eurovision Song Contest. Una...

Il canto del fuoco / Quando Leonard Cohen partì per il fronte

Leonard Cohen non credeva nel mondo di pace immaginato da John Lennon, un mondo senza nazioni, proprietà privata o religioni. “Non ho una canzone dal titolo Give peace a chance”, dichiarò in un’intervista sette mesi prima della guerra del Kippur. “Potrei scrivere una canzone sulla guerra e, se la cantassi in una maniera pacifica, allora avrebbe lo stesso messaggio. Non mi piacciono questi scrittori di slogan”. In un’altra intervista dichiarò che “la guerra è una delle rare circostanze in cui gli uomini danno il meglio di sé”. Era anche dell’avviso che la cultura derivi dalla lealtà verso una lingua, un gruppo, un luogo, e che soltanto il nazionalismo sia in grado di produrre arte.   In una delle sue canzoni si presentava ironicamente nei panni di Field Commander Cohen – il comandante da campo Cohen – e a un certo punto battezzò la band che lo accompagnava in tour The Army – l’Esercito. Il padre, Nathan Cohen, s’era guadagnato delle decorazioni durante la Prima Guerra Mondiale, e se non fosse morto quando Leonard aveva solo nove anni, con ogni probabilità avrebbe indirizzato il figlio verso la carriera militare. Sognava di vederlo in divisa all’Accademia di Kingston, forse in...

Un monumento musicale della cristianità / La Passione secondo Bach

Cantare il racconto evangelico della Passione di Gesù durante le celebrazioni del Venerdì Santo era un’antica tradizione musicale della Riforma luterana. In origine lo si era fatto in modo responsoriale, poi si era affermato lo stile corale polifonico ed erano emerse in ruoli sempre più importanti le voci soliste. Alla fine del Seicento, l’impetuosa affermazione, anche nelle città tedesche, del gusto melodrammatico di origine italiana aveva avuto l’effetto di aggiornare forma e stile della musica con la quale nelle chiese si narrava la morte del Cristo. Nasceva quella che poi gli storici avrebbero chiamato Passione-Oratorio. Si trattava di una formula di compromesso, in equilibrio fra la severità teologica del genere sacro e la ricchezza degli “affetti” tipica dell’Aria, cuore dell’opera italiana. Dal punto di vista strutturale, questo tipo di composizione era basato sull’interpolazione fra il testo evangelico (non necessariamente nell’originale, talvolta sottoposto ad ampie elaborazioni) e una serie di “Arie spirituali” di commento e meditazione, contrizione e pentimento, affiancate a loro volta da un certo numero di cori polifonici; il tutto, con accompagnamento strumentale...

Vagabondi eccezionali 3 / Moondog, un contrappuntista in strada

A Plymouth, Wisconsin, c’è una chiesa episcopale, si chiama Saint Paul. Nei primi anni del secolo scorso il pastore di quella chiesa è il signor Hardin, la moglie, Norma, suona l’organo la domenica durante le funzioni. I due avranno tre figli. Il secondogenito, Louis Thomas, nasce a Marysville, in Kansas, il 26 maggio del 1916, ma presto la sua famiglia si sposterà in Wyoming, in Missouri, in Iowa e in Arkansas… per Louis l’infanzia è un’odissea attraverso gli Stati Uniti a seguito del padre, predicatore itinerante e sempre alla ricerca di lavoretti remunerativi. Un’odissea difficile: i genitori sempre in crisi, i trasferimenti continui, le scuole diverse. Tra i primi ricordi di Louis c’è il suono della campana della chiesa di Plymouth e l’organo suonato dalla madre nella chiesa di Saint Paul. Ci tornerà a distanza di anni, per ascoltare quella campana che gli aveva lanciato un incantesimo, il primo suono ad essere ricordato, l’ultimo ad essere dimenticato. Quel giorno entrerà nella chiesa, suonerà le corde dello stesso organo che suonava la madre, salirà sul pulpito e reciterà alcuni suoi distici, proprio lì dove il padre recitava i sermoni.    A sei anni Louis vive un’...

San Lorenzo / Il canto del marinaio

Una volta i marinai cantavano assieme, sul mare e per terra. Sui grandi velieri i canti assecondavano le fatiche quotidiane, tirare le funi delle vele ad esempio. Come in tutti i canti di lavoro, i tempi dello sforzo dettavano il ritmo del canto, forme brevi che tendevano alla ripetizione; ne possiamo ascoltare uno – Haul Away – registrato negli Stati Uniti all’inizio degli anni Trenta (Robert Winslow Gordon Collection, The Library of Congress).   Poi c’erano i canti veri e propri, nelle pause sulle navi, e nelle licenze a terra. In Gran Bretagna, agli inizi dell’Ottocento, cantavano anche i marinai che non potevano più navigare, dopo una ferita o un infortunio in mare. Erano costretti a mendicare, come racconta un articolo anonimo comparso sulla rivista umoristica e satirica “Punch” del 1841. L’articolo – per nulla umoristico, per la verità – descrive quella che doveva essere una scena comune nelle strade di Londra: gli abiti dei marinai-mendicanti, le parole rivolte ai passanti, le canzoni intonate per attirare la loro attenzione; del resto, il titolo del pezzo – Poor Jack – è anche, come vedremo, il titolo di una (allora) famosa canzone.     Il disegno che...

Ramón Andrés, Il mondo nell’orecchio / La musica dei cieli di pietra

Il mondo nell’orecchio. La nascita della musica nella cultura (Adelphi 2021) di Ramón Andrés, poeta, saggista, traduttore, nato a Pamplona, residente a Barcellona, instancabile scrittore di musica (non critico; piuttosto affabulatore musicale, perché vale il detto di Gabriel García Márquez, l’unica cosa che è migliore della musica è il parlare di musica), non è un libro facile, e non solo perché appartiene al genere arcano della letteratura neopitagorica, della musica delle sfere, ma soprattutto perché è il libro di un inarrestabile analogista, dove ogni riferimento conduce a infiniti altri riferimenti e non è nel potere dell’autore rinunciare a una citazione in più, a un altro nome da aggiungere, a un altro parallelismo da inserire, e così per 480 pagine, che avrebbero anche potuto essere molte di più, perché tale è la natura dell’argomento.   Che proprio nella musica sia possibile scorgere, rappresentare, mettere in scena la struttura dell’universo – come nella matematica, sì, ma questa è una matematica che si può ascoltare, di cui si può almeno parlare – costituisce una tentazione troppo forte per il musicomane. Ed ecco che il fiume dei rimandi si fa inarrestabile, nessun...

Ennio, il suono dell’attesa / Morricone secondo Tornatore

Di Morricone sapevamo già tutto. Sapevamo delle sue passeggiate in salotto all’alba, della sua metodicità imperturbabile, dell’amore per la moglie, del temperamento schivo e della sua cocciutaggine. Sapevamo anche della frustrazione per non essersi affermato come autore di musica pura, che Giuseppe Tornatore ha impiegato come molla narrativa per raccontare la storia di una redenzione dal senso di colpa in Ennio, il documentario da lungo tempo annunciato e finalmente uscito nelle sale con ben 350 copie, dopo una felice anteprima nell’ultimo scorcio di gennaio.   D’altra parte, Morricone aveva già lasciato che gli aneddoti su di lui circolassero in filmati, interviste, libri, e un’autobiografia. Per essere un compositore, e con quel carattere, Morricone si è esposto mediaticamente molto di più di tanti altri della sua generazione, e addirittura più degli esponenti di quelle successive già immerse nel mondo della condivisione digitale. Se fosse stato veramente un personaggio misterioso, Tornatore non avrebbe avuto tutto quel repertorio di filmati (found footage dicono gli specialisti) per confezionare un avvincente film di montaggio. Ma Ennio non è un film per chi cerca...

Da Roosevelt a Broadway / Fratello, dove sei? Musica della Grande Depressione

Fra le fotografie che meglio richiamano la Grande Depressione degli anni ’30 ci sono senza dubbio gli scatti in bianco e nero dei serpenti umani in attesa di una zuppa e un tozzo di pane a Manhattan, isola assurta, allora, a neocapitale economica del pianeta. Le tristemente note bread lines, le code per il pane. A New York, nei primi mesi di quel decennio, le bread lines più lunghe, potere della filantropia, potevano contare su un padrino illustre: William Randolph Hearst, il magnate della stampa che sarebbe poi stato immortalato da Orson Welles in Citizen Kane. Hearst aveva predisposto un autocarro dal quale dei volontari elargivano abbondanti ciotole di zuppa calda e fette di pane alle legioni di disperati che facevano la coda intorno a Columbus Circle in attesa del loro turno, uno dietro l’altro all’incrocio fra la Cinquantanovesima Strada e Central Park West. L’economia statunitense era collassata nel giro di pochi mesi portandosi dietro, nella caduta, centinaia di migliaia di uomini e di donne che da un giorno all’altro si trovarono per strada senza un lavoro e senza un soldo.     Nel 1932, all’apice della crisi e, si potrebbe dire, nonostante la crisi, Broadway...

Creativi d’Emilia / Vasco Rossi è lo stadio

Lo stadio della musica   Nella musica rock, il mondo anglosassone rappresenta il principale punto di riferimento. È qui, infatti, che tutto è nato e che continua ancora oggi in gran parte a manifestarsi. Pertanto, un italiano come Vasco Rossi, volendo fare musica, non ha potuto evitare di guardare a quello che era già accaduto negli Stati Uniti e in Inghilterra. L’ha fatto, inoltre, da figlio della provincia minore e di una famiglia non benestante. Una condizione per certi versi simile a quella di Bruce Springsteen, che, proprio per la sua provenienza provinciale, ha scelto di percorrere la via dell’autenticità in musica (Frith, 1990). E anche Rossi, come ha affermato lo scrittore Pier Vittorio Tondelli, ha avuto un successo che «è spiegabile solo con la sincerità e la generosità del personaggio, che riuscì a interpretare la grande anima rock della provincia italiana, offrendo non tanto un sublime messaggio musicale, quanto piuttosto un atteggiamento, una storia vissuta, una mitologia» (Un weekend postmoderno. Cronache dagli anni Ottanta, Bompiani 1990).    Probabilmente, allora, anche Rossi è stato mosso dalla stessa voglia di riscatto sociale che ha animato il...

I 150 anni dell’opera di Verdi / La resistenza di Aida

Negli ultimi dieci anni, in Italia è stata allestita più di cento volte. È andata in scena in 40 teatri di città grandi e piccole, spesso all’aperto, nelle piazze, negli anfiteatri, perfino in una cava nel territorio del minuscolo Comune di Montecrestese in Val d’Ossola. In tutto, fanno circa 460 rappresentazioni (dati di Operabase.com), 184 delle quali all’Arena di Verona, fuor di ogni dubbio il centro planetario della fortuna di Aida. Nell’anfiteatro romano l’opera egizia di Verdi è stata proposta per la prima volta nell’agosto del 1913, da almeno una trentina di anni è titolo stabile dei festival estivi ed è andata in scena finora 728 volte, radunando oltre 7 milioni di spettatori.   La terz’ultima opera del bussetano, insomma, gode di una popolarità consolidata, che non ha bisogno di ricorrenze per rimanere nel grande repertorio. Nel 2021 cadeva il centocinquantenario della prima assoluta, avvenuta al Cairo il 24 dicembre 1871, e la programmazione – nonostante le problematiche pandemiche – non ha fatto segnare soverchi rallentamenti. Lo stesso accade quest’anno, in cui ricorre il 150° anniversario della prima rappresentazione italiana ed europea, quella che Verdi...

Verso Katmandu / Alla ricerca dello sballo perfetto

È l’estate del 1962. A Londra, John, Paul, George e Ringo – al momento quattro illustri sconosciuti – sono rinchiusi, da giorni, negli studi di Abbey Road per incidere il singolo Love Me Do. Il fatto è che la sonorità della batteria non convince il produttore George Martin che farà ripetere l’incisione più e più volte. Prima con Pete Best, mandato a casa dopo quattro giorni di prove, poi con Ringo. Ma ancora non ci siamo. Tenta con un altro percussionista, Andy White, e sposta Ringo al tamburello. Martin continua a non essere soddisfatto, ma preso per stanchezza, finirà per usare la versione della batteria di Ringo. Il 45 giri uscirà il 5 ottobre di quell’anno, infilato in una triste copertina sleeve, quelle di carta scadente con il buco al centro, identificato dal solo nome dell’etichetta discografica, in questo caso la Parlophone.  Malgrado il disprezzo dell’establishment socio-musicale, il disco, e soprattutto il successivo singolo Please Please Me, uscito a ruota, sarà l’insospettato fischio d’inizio di una rivoluzione di costume, incontrollabile e inarrestabile, che vedrà la generazione dei Baby Boomer – accompagnati dall’avventurosa colonna sonora dei quattro ragazzi di...

Un libro del grande Satchmo / Louis Armstrong: un lampo a due dita

Quaranta acri di terra e un mulo. È quanto il Governo Federale degli Stati Uniti promise, pochi mesi prima dell’assassinio del presidente Lincoln, agli ex schiavi di colore. S’era nel gennaio del 1865. Ai proprietari degli Stati Confederati, con quel provvedimento, sarebbero stati confiscati 400.000 acri di terreno, una striscia di terra che si estendeva da Charleston, nella Carolina del Sud, al fiume St. John in Florida, lungo la costa della Georgia. Più di 160.000 ettari di terra coltivabile di cui alcune famiglie di afro-americani avrebbero potuto rivendicare la proprietà. Fu il primo tentativo di riparare ai torti subiti dalle popolazioni afro-americane su suolo americano. A pensarci oggi, e questioni razziali a parte, qualcosa di colossale per le implicazioni politiche che avrebbe comportato: un provvedimento del genere, se messo in atto, avrebbe trasformato il governo degli Stati Uniti nel primo governo socialista della storia.   Di quella solenne promessa non restò nulla. Nell’autunno del 1865 l’ordine fu revocato dal presidente subentrante Andrew Johnson, e i proprietari delle piantagioni del sud tornarono in possesso delle loro terre. Quaranta acri e un mulo. Molti...

Il Concerto di Capodanno a Vienna / Le peripezie di Radetzky

La suonano ogni primo giorno dell’anno, da decenni, sempre alla stessa ora – intorno alle 13.30. Fino a non molto tempo fa, c’era la diretta televisiva; adesso è rimasta la radio, perché il piccolo schermo italiano in quel momento è occupato dalle Arie d’opera che giungono dalla Fenice di Venezia, e non è la stessa cosa. Ma il Concerto di Capodanno per antonomasia, il più antico e di più nobile lignaggio – anche solo per il prestigio dell’orchestra che ne è protagonista, i Wiener Philharmoniker – è quello che si svolge nella “Sala d’oro” del Musikverein di Vienna. E la Marcia di Radetzky è la sua invariabile conclusione, il bis di rigore stabilmente iscritto nel programma, a rassicurazione di tutti coloro i quali, ovunque nel mondo, affidano proprio a questa musica un positivo auspicio per l’anno che comincia.     I programmi cambiano, perché la galassia dei Valzer viennesi (e danze assortite) è sterminata e perché l’albero genealogico degli Strauss, autori non unici ma dominanti da sempre nelle locandine, è notoriamente molto ramificato. Solo “Sul bel Danubio blu” e la Marcia di Radetzky sono fissi nei programmi, solo a quest’ultima spetta la chiusura della...

La docuserie di Peter Jackson / Get Back. Ecco chi erano i Beatles

“Chi erano mai questi Beatles?”, chiedeva Roberto Roversi in una poesia musicata dagli Stadio nel 1984. Io ascoltavo questo brano da ragazzino, nella versione cantata da Lucio Dalla e Gianni Morandi: i Beatles li avevo appena scoperti, e un po’ come la ragazzina immaginata da Roversi avevo mille domande per chi li aveva “girati nei giradischi e gridati, aspettati e ascoltati, bruciati e poi scordati”. La poesia di Roversi parla in realtà del passare del tempo e di ragazzi che diventano nonni. Chissà cosa avrebbe pensato di un’operazione come The Beatles: Get Back, la miniserie documentaria di Peter Jackson appena uscita in tre parti su Disney +, che ci riporta indietro di più di 50 anni e per quasi otto ore ci fa vivere a stretto contatto con John, Paul, George e Ringo. È davvero un’immersione totale nel loro mondo, per provare a capire chi erano davvero questi ragazzi, in un’esperienza che nemmeno la Beatles Antohology uscita a metà anni ’90 ci aveva permesso di fare.     In quel gennaio 1969 i Beatles si riunirono per lavorare a un nuovo progetto, intitolato appunto Get back. L’intenzione era quella di tornare alle origini del gruppo, scrivere nuove canzoni, provarle...

Alla Scala di Milano / Macbeth: un capolavoro di frontiera

Il primo incontro di Verdi con Shakespeare ha una storia singolare, per molti aspetti unica. L’idea del Macbeth, l’opera che il 7 dicembre inaugura la stagione della Scala, nacque durante l’estate del 1846, dopo il debutto primaverile di Attila alla Fenice di Venezia. In laguna Verdi si era ammalato di una “febbre gastrica” durata varie settimane e il medico gli aveva prescritto sei mesi di riposo, esortandolo a trascorrere un periodo alle Terme di Recoaro, per “passare le acque”. Nel pieno dei cosiddetti “anni di galera” – contrassegnati da un attivismo frenetico e da condizioni produttive sempre al limite – il musicista decise di seguire scrupolosamente la prescrizione, anche se una simile pausa rischiava di avere conseguenze sulla sua carriera. Con il senno di poi, una scelta vincente.   Trovatosi nelle condizioni di pensare a un’opera con calma e in profondità, come fino a quel momento non gli era mai accaduto, Verdi avrebbe realizzato un “unicum” non solo rispetto alla sua produzione precedente, ma nell’intero suo catalogo. Un dramma musicale sempre prediletto e difeso dai detrattori. E infatti, diciott’anni dopo il debutto (Firenze, Teatro della Pergola, 14 marzo 1847...

Un saggio di Paolo Bertinetto / Arti dell’improvvisazione

Improvvisa la vita Ottiero Ottieri     Quando ripariamo un ventilatore con un pezzo proveniente da un altro elettrodomestico; quando cerchiamo di cavarcela in una situazione sociale inaspettata; quando immaginiamo un percorso alternativo, forse non sappiamo di stare facendo qualcosa di simile al sax di Coltrane che inanella uno sull’altro, con incredibili grazia e violenza, i propri taglienti sheets of sound. Non stiamo ovviamente facendo la stessa cosa, ma di certo qualcosa di imparentato con l’azione artistica improvvisata. Questo e altro il lettore può apprendere dal saggio di Alessandro Bertinetto, Estetica dell’improvvisazione (Bologna, il Mulino 2021), che si prefigge di elevare a dignità estetica una modalità dell’arte per cui l’Estetica moderna ha sempre mostrato una certa diffidenza: laddove, invece, gli ultimi due secoli hanno visto in generale, in molteplici contesti culturali, un rilancio dell’improvvisazione nelle diverse prassi artistiche. Se il secondo capitolo è dedicato a delineare il concetto-base dell’intero saggio: la «grammatica della contingenza; il primo e l’ultimo, rispettivamente La nascita dell’arte dallo spirito dell’improvvisazione e Un’...

Larsen C di Christos Papadopoulos / Danza come esperienza estetica

Lo spettacolo – ipnotico, caustico, avvolgente – inizia con una luce che fende lo spazio della scena. Così facendo, il nero perfetto della scatola teatrale che giace nelle retine del pubblico appare ferito da quel fascio luminoso. Non siamo più di fronte a uno spazio-tempo a scorrimento immobile, ma a un ambiente esperienziale vero e proprio in cui si innesta un ticchettio cronografico. C’è uno stato di sommessa, sottile agitazione che permea l’inizio e che trova liberazione solo nel superamento di quell’immagine iniziale e scura, un’immagine tanto conchiusa e definitiva quanto semplice ed enigmatica. Da quella apertura disegnata dalla luce, che sì apre un varco ma in realtà non preannuncia nulla di ciò che segue, a una a una iniziano ad apparire immagini plastiche e misteriose. Questo primo segmento di luce è, dunque, uno spazio laterale. È una zona che si estende quasi discretamente verso il fondo della scena. Una sagoma emerge da una penombra in cui si staglia in maniera via via più chiara un preludio di corporeità: così la danza si annuncia. Si intuisce la natura umana di questa prima forma, da essa emana un calore. L’immagine è quella di una superficie liscia, mobile, duttile...

23 novembre 1921 - 23 novembre 2021 / Fred Buscaglione: dal whisky facile

La sera del 15 gennaio 1935 – XIII dell’Era Fascista, alla vigilia della guerra di Abissinia – il quattordicenne Ferdinando “Nando” Buscaglione (nato cent’anni fa a Torino, il 23 novembre 1921), studente di violino – ’l merlus, il merluzzo, lo chiamava lui – si trovava fra il pubblico del Teatro Politeama Chiarella di via Principe Tommaso (dove nel 1910 Filippo Tommaso Marinetti e Umberto Boccioni avevano  presentato il Manifesto della pittura futurista), insieme all’amico fisarmonicista Renato Germonio, conosciuto alle adunate del sabato, ad ascoltare e a spellarsi le mani per applaudire nientemeno che Louis Armstrong nella storica serata del suo primo concerto in Italia organizzato da Alfredo Antonino, personaggio di spicco dell’ambiente d’avanguardia musicale torinese, fondatore dell’Hot Club, primo ritrovo di jazz in Italia, frequentato da intellettuali come Mario Soldati, Massimo Mila, Cesare Pavese.    Per Nando Buscaglione quel concerto segnerà il suo futuro di musicista: dal violino studiato al Conservatorio si dedicherà sempre più al contrabbasso, con puntate verso la fisarmonica, la tromba, il pianoforte («Ero una specie di orchestra vivente», ebbe a dire...

Un'installazione alla Triennale / Marina Ballo Charmet: Tatay, ninna nanna

Mentre scendo le scale della Triennale di Milano, sfoglio il programma della stagione teatrale del museo e mi colpisce una frase che racconta come l’unica esperienza che accomuna tutti gli esseri umani sia quella di essere figli. È una constatazione che nella sua semplicità, per un attimo, mi illumina, uno di quei pensieri che, nella loro evidenza, rivelano qualcosa che ovvio non è. Raggiungo una piccola sala buia e assisto a un’unica inquadratura fissa, in un bianco e nero molto scuro, dove le figure sono appena percettibili, un uomo che culla tra le proprie braccia un neonato o neonata. Tatay, appunto, che in lingua filippina significa papà. Dagli otto altoparlanti, dodici voci maschili intonano ninnenanne in tante lingue differenti, intrecciandosi in modo da formare un unico, dolcissimo canto senza tempo. La sonorizzazione, realizzata con l’aiuto di Ludovico Einaudi, armonizza voci di padri che cantano nelle proprie lingue d’origine, che spaziano dal russo al giapponese al senegalese, nella quale l’immagine in loop si fonde con il suono, restituendo allo spettatore l’immersione in una dimensione prelinguistica dove immagine, parola e tatto sono tutt’uno.   Tatay germina...

Storia d'Italia attraverso i sentimenti (17) / Princesa, tragedia di una transessuale

Un furtivo via vai di piccoli fogli di carta arrotolati, come un tenue vocio, s’insinua fra le sbarre del carcere romano di Rebibbia. Al di sotto dei suoi rumori e dello scomposto “puzzle” di sonorità umane, grumi di vita in quella landa che ogni giorno smotta nell’avvilimento. Così Princesa, Fernanda Farias De Albuquerque, transessuale proveniente dal Nord-Est del Brasile (Alagoa Grande), prostituta sui marciapiedi delle metropoli sud-americane, e in Italia, a Milano e a Roma, si racconta. A pezzetti. Frantumando poco a poco il masso della sua vita.   Nel 1990 Princesa varca il cancello di Rebibbia per il “tentato omicidio” di una “sfruttatrice”, che le ha sottratto il denaro accumulato. Dovrà scontare 6 anni. In carcere incontra Giovanni Tamponi, pastore, sardo della provincia di Sassari, un ergastolo sulle spalle per una rapina conclusa nel sangue. A Rebibbia Giovanni fa il “lavorante”, e dunque si può muovere, come un “messaggero alato”, da un settore all’altro del carcere. Giovanni convince Princesa a travasare la sua vita, prossima ai trent’anni, nei foglietti. Ed è ancora lui che s’incarica di portarli altrove, in un altro mondo, la cella di Maurizio Jannelli,...

Monteverdi a Vicenza con Iván Fischer / L’“Incoronazione” trash di Poppea

L’incoronazione di Poppea è la prima e la più celebre delle opere che non si basano su soggetti mitologici o letterari. I personaggi principali sono realmente esistiti e gli eventi della trama sono effettivamente accaduti. “Da una storia vera”, come si dice oggi: in questo caso quella – più o meno attendibile – raccontata da Tacito e Svetonio sull’imperatore Nerone. Dopodiché, è noto che il vero ha ben poco a che fare con il melodramma. E così si spiega perché questo particolare “sottogenere” sia in realtà infrequente nei quattro secoli abbondanti trascorsi da quando è stato inventato il teatro per musica. Ma ciò non fa che sottolineare l’eccezionalità, nel senso stretto del termine, del capolavoro ultimo di Claudio Monteverdi. La Poppea è infatti un’eccezione da tutti i punti di vista. Lo era per il soggetto, quando andò in scena durante il Carnevale del 1643 al teatro Grimani di Venezia, una delle sale in prima fila nel “sistema” dei teatri pubblici, nato appena sei anni prima e già assurto a vasta popolarità. Lo era nella storia creativa del suo autore, giunto alla veneranda età di 75 anni (sarebbe morto nel mese di novembre di quello stesso 1643) senza essere mai uscito prima...

Interviste geniali / Bob Dylan. Like a Rolling Stone

A pagina 350 della sua autobiografia “non autorizzata” X-Ray (The Overlook Press, 1995), Ray Davies, cioè, il grande Ray Davies, ammette di averci impiegato un po’ di tempo prima di capire la grandezza di Bob Dylan e di averlo inizialmente snobbato come autore, tanto da esser stato sul punto di scartare la canzone scritta da suo fratello Dave (si sta parlando dei Kinks, naturalmente) intitolata Death of a Clown (poi divenuta un successo anche in Italia ad opera dei Nomadi col titolo di Un figlio dei fiori non pensa al domani), canzone che, a modo di vedere o di sentire del suddetto Ray, era un po’ troppo “dylanesque”. Nella stessa pagina Davies dichiara di essersi poi ricreduto sul conto di Dylan fino a maturare su di lui l’opinione opposta, esattamente come aveva fatto con Picasso, che gli era sempre parso molto sopravvalutato, e ora considerava entrambi “due giganti dell’arte del ventesimo secolo”, non mancando di sottolineare che una particolarità della loro grandezza derivava anche dal fatto di essere stati proprio loro i primi a prendere per i fondelli i critici e gli esegeti da cui erano incensati e analizzati. Questo è stato senz’altro vero per Bob Dylan, il quale, negli...

29 maggio 1892 - 25 ottobre 1938 / Alfonsina e il mare

Poco prima di suicidarsi, nell’ottobre del 1938, Alfonsina Storni spedì un’ultima poesia al giornale argentino La Nación. La poesia s’intitola Vado a dormire, e recita così:   Denti di fiori, cuffia di rugiada, mani di erba, tu, dolce balia, tienimi pronte le lenzuola terrose e la coperta di muschio cardato. Vado a dormire, mia nutrice, mettimi giù. Mettimi una luce al capo del letto una costellazione; quella che ti piace; tutte van bene; abbassala un pochino. Lasciami sola: ascolta erompere i germogli… un piede celeste ti culla dall’alto e un passero ti traccia un percorso perché dimentichi… Grazie. Ah, un incarico se lui chiama di nuovo per telefono digli che non insista, che sono uscita…   Trent’anni dopo, nel comporre le strofe della canzone Alfonsina y el mar, il poeta Félix Luna si richiamò a quei versi:   Y si llama él no le digas que estoy Dile que Alfonsina no vuelve Y si llama él no le digas nunca que estoy Di que me he ido   Quella commovente canzone, dedicata ad Alfonsina Storni e resa immortale da Mercedes Sosa, fu composta a quattro mani da Félix Luna e dal compositore e pianista Ariel Ramírez, di cui il 4 settembre scorso si sono celebrati i...