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Antropologia

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19 dicembre 1944 – 2 gennaio 2022 / Richard Leakey, cacciatore di fossili, salvatore di elefanti

Non molti visitatori abbandonano la lunga pista che in Tanzania collega il cratere dello Ngorongoro al Serengeti. Lo Ngongoro, la più grande caldera al mondo al cui interno è racchiuso un ecosistema preservato dall’aridità che lo circonda – con il suo lago reso rosa dalla moltitudine di fenicotteri che qui si bagnano e gli elefanti, minuscoli puntini che si spostano nella piana – e l’abbacinante orizzontalità del Serengeti, apoteosi della bellezza della savana, su cui si allungano le chiome delle acacie e svettano le giraffe. Eppure, con una piccola deviazione, si può arrivare in un luogo altrettanto straordinario, anche se più difficile da decifrare: la gola dell’Olduvai, la valle dell’alba dell’uomo, che il lavoro indefesso e appassionatissimo di due generazioni di paleoantropologhe e paleoantropologi della stessa famiglia, i Leakey, hanno trasformato in una sorta di stele di Rosetta per comprendere le nostre origini. Una famiglia il cui ultimo esponente maschio, e forse il più celebre, Richard, al quale dobbiamo anche alcune delle più efficaci azioni per la salvaguardia degli elefanti e della fauna africana, è scomparso il 2 gennaio scorso, avendo da tempo passato il testimone...

Un saggio di Giovanni Attili / Civita: parole, visioni del passato e pietre

Le abbiamo sempre considerate come eterne. Creature senza tempo, che ci hanno preceduto e ci sopravvivranno. Cristalli minerali costruiti dalla specie umana ma che posseggono una autonomia e una forza sconosciute a ogni individuo. Sono i nostri artefatti più grandi e più audaci, gli unici a poter rivendicare di somigliare davvero al mondo. Sono gli unici artefatti capaci di trasformare la consistenza e il sapore della Terra, a renderla veramente abitabile e infinitamente più ricca, da ogni punto di vista. Le città sono state il teatro della libertà dei moderni: è tra le loro viscere che abbiamo distillato una forma di vita che si poteva costruire senza dover rispondere all'identità a cui l’avrebbe condannata un cognome e una genealogia; è negli incontri che esse rendevano possibili che i corpi hanno creato genere e comunità indifferenti alle anatomie; è negli edifici che la componevano che si è prodotta una ricchezza chiamata, almeno teoricamente, a circolare tra tutte e tutti; è nella parola scambiata tra le strade e le piazze che il sapere si è liberato dalle tradizioni e si è aperto a un futuro senza pregiudizio e il piacere ha trovato la forza di sfidare tutti i possibili tabù...

Parole per il futuro / Visioni

Da qualche tempo sono affascinato dalle esalazioni della parola visioni, al plurale perché a volte al singolare si combina con quanto emanano fissazione, ortodossia, costrizione, trasformando ciò che può essere un profumo in mefitici miasmi. Parlandone qui la userò anche al singolare, sempre considerando che è nella pluralità che esprime la sua capacità di incidere positivamente sul reale. E siamo subito alla contrapposizione più comune: visione/reale, dove, avvicinata a quello che potrebbe essere visto come il suo nemico naturale, emana immaginazione, progetto, utopia.    Nell’immaginario comune il visionario è qualcuno lontano dalla realtà quotidiana, quello che vive proiettato in un futuro che però vede solo lui, quindi un disadattato, spesso ai margini della società, quando va bene visto come uno stravagante, più spesso come qualcuno con problemi psichici da tenere alla larga, almeno fino a quando le sue visioni non si rivelino profetiche, cosa che troppo spesso accade dopo che il visionario in questione è passato a miglior vita e quindi passibile di essere riscoperto e ammirato come precursore. Annoto altri luoghi della mappa dell’immaginario del territorio chiamato...

La pandemia come un fatto sociale / Virus e Polis

La pandemia come ‘fatto sociale totale’ non è stata ancora studiata. Riguarda la nostra capacità di difenderci da un evento globale mai prima presentatosi in modo così grave e pervasivo, e di prepararci alle prossime possibili catene di trasmissione virale accelerate dalla globalizzazione scriteriata che ha moltiplicato la circolazione mondiale di merci, persone e virus. Imponendo una dimensione mondiale alla polis che resta invece confinata alla domus di ciascuno, con risposte sanitarie, misure restrittive, anarchie normative del tutto casuali e variabili. Riguarda la nostra capacità di accogliere e tollerare misure di stretta regolazione dei movimenti di una società individualistica di massa. E di sottoporci alle ripetute ma necessarie vaccinazioni, di sopportare il tracciamento degli spostamenti e dei contatti, di uniformarci alle altre misure di protezione individuale (come l’uso delle mascherine, un fatto per noi eccezionale ma abituale in paesi come il Giappone). Di affrontare la presenza di minoranze antivaccino e antirestrizioni che provocano il doppio paradosso di aumentare la diffusione del virus a danno di tutta la polis e di consumare beni pubblici ospedalieri in...

Secondo i Vangeli di Gianfranco Ravasi / Gesù sul crinale tra fede e ragione

L’ultimo libro di Gianfranco Ravasi, Biografia di Gesù (Raffaello Cortina Editore), inizia citando Ludwig Wittgenstein che nel Diario scriveva: «Il cristianesimo non è una dottrina, non è una teoria di ciò che è stato e di ciò che sarà nell’anima umana, ma è la descrizione di un evento reale nella vita dell’uomo». Subito dopo riporta un’altra dichiarazione, dello stesso tenore, di François Mauriac: «Il cristianesimo non è una filosofia, non è un sistema, o un rituale, non è altro che una storia». Enzo Bianchi, il fondatore della Comunità di Bose, un po’ provocatoriamente ma giustamente, ha spesso affermato che il cristianesimo non è neppure, propriamente, una religione, nonostante comprenda una professione di fede, dei riti, liturgie e indicazioni etiche. Esso è, piuttosto, come sostiene Marcel Gauchet a cui fa riferimento Bianchi stesso, «la religione dell’uscita dalla religione». Una religione che libera dai vincoli delle tradizioni umane e delle pratiche religiose per riportare il cuore delle persone e la loro intelligenza a Dio. Ma in che modo? Se ognuno pensa Dio a modo suo, non si finisce per crearsi da sé il proprio dio? Il Dio professato dal cristianesimo è una realtà-...

Parole per il futuro / Ridere

«L’umorismo è assolutamente indispensabile nel XXI secolo, il quale sarà umoristico o non sarà affatto»: così terminava la Storia del riso e della derisione di Georges Minois, pubblicata in Francia nel 2000 (trad. it. di Manuela Carbone, Edizioni Dedalo, Bari 2004). Siamo già a quasi un quarto del secolo, rifiuti e inquinamento non hanno fatto che crescere e noi non ci siamo adattati, come prevedeva lo storico del riso, anzi, ci siamo ammalati e non abbiamo riso. Ché poi, comico, umorismo e ridere non sono esattamente la stessa cosa, visto che televisione, facebook e instagram sono pieni di risate di falsa complicità che ci ricordano puntualmente che non c’è nulla da prendere sul serio: è un riso convenzionale, un riso senza gioia, un riso svilito, trasformato in merce.   C’è poi un riso ancora peggiore, di cui dà conto l’antropologo David Le Breton, che ha pure un nome: happy slapping, letteralmente “schiaffeggio divertente, allegro”. Consiste nel divertirsi e ridere dando ceffoni a degli sconosciuti, riprendendo il loro sgomento con il telefonino e postando le immagini su internet (ma siamo lontani da Amici miei). La pratica risale a una quindicina di anni fa ed è...

Da dove veniamo? / I’m Neanderthal man

Nei pressi di Düsseldorf c’è una valle, thal in tedesco, che deve il suo nome a un certo Johachim Neumann – uomo nuovo, cognome fatidico! – un musicista seicentesco che, seguendo la moda dell’epoca, aveva scelto di grecizzare il proprio nome in Neander. In quella valle nel 1856 ebbe luogo il primo ritrovamento di un fossile umano sconosciuto al quale fu dato il nome di Homo neanderthalensis, uomo di Neanderthal. Le ipotesi su chi potesse essere furono le più varie e fantasiose: un uomo deforme, un cosacco congelato o un nostro predecessore nella scala (che non è una scala ma un complesso e vigoroso cespuglio, la fronda di un gigantesco albero) dell’evoluzione, forse addirittura l’anello mancante (che oggi sappiamo non esistere) tra l’uomo e la scimmia. Certo è che quell’uomo ha abitato il nostro immaginario, prima come una sorta di bruto primitivo e scimmiesco, poi come una specie di buon selvaggio rimasto vittima del feroce e astuto Homo sapiens. Alla fine degli anni Sessanta è diventato quasi un’icona hippy, grazie al successo mondiale di una canzone degli Hotlegs che ripeteva, al suono ritmico di percussioni tribali: I’m Neanderthal man, you’re a Neanderthal girl; let’s make...

Corrispondenze, echi, missive / Tim Ingold: le provocazioni del grande antropologo

La sociologia, secondo Tim Ingold, dovrebbe cominciare dallo studio degli alberi: dal modo in cui, in un bosco, essi vivono le loro forme di convivialità, si relazionano fra loro, quelli grandi che curano i più piccoli, le storie che si tramandano a vicenda, tutti che crescono insieme secondo ordini misteriosi, in barba agli incendi ricorrenti, alle deforestazioni brutali, all’uso massiccio e posticcio che ne fanno gli esseri umani sempre colmi di stupida hybris. Entrare in un bosco, continua l’antropologo scozzese, è come varcare la soglia di una biblioteca o di una cattedrale: i tronchi sfilano via come gli scaffali dei libri o le colonne delle chiese. “Ogni tronco – leggiamo in Corrispondenze, nuovo libro di Ingold appena pubblicato da Cortina (cura, traduzione e introduzione di Nicola Perullo, pp.  246, € 22) – ogni codex (come gli antichi chiamavano sia i tronchi sia i libri) custodisce la sua storia; non però fra le sue fodere, come per i libri, ma in alto, fra le volte a ventaglio del tetto della cattedrale o i ramificati decori delle sue vetrate. Per leggere questa storia dovete tendere il collo”. Del resto, gli uomini vanno e vengono, gli alberi restano: dopo gli...

Un autore di culto finalmente tradotto / Reza Negarestani, Cyclonopedia

Immaginate di scrivere un libro nel 2030 e, con un trucco temporale alla Christopher Nolan, di mandarlo indietro nel 2008 e pubblicarlo in sordina. Cyclonopedia di Reza Negarestani è quel libro. Oggi, che arriva in Italia con un ritardo superiore ai nove anni che ci separano dal 2030, siamo nel ground zero schizofrenico da cui rileggere smarriti quelle pagine, pencolanti tra visionarietà prometeica e cascame da fine Impero. Ragionando su La morte di Virgilio e sulla posizione di Hermann Broch, Ladislao Mittner diceva qualcosa di molto più generale sulle dinamiche intellettuali del tardo Occidente: «pur condannando con tanta durezza ogni forma di moderno sfacelo dei valori, egli non sembra aver compreso che di una specie di sfacelo di valori è indice anche la sua mistica che, pur restando profondamente ancorata alle sue origini chassidiche, si sforza di attuare una grande conciliazione di tutte le cifre simboliche dell’anima di tutti i tempi». Negarestani, come Broch, ma in una fase più avanzata del Grande Crollo, registra e contemporaneamente satura di gas infiammabili la bolla mentale del collasso cognitivo in atto, evocando demoni inorganici, materiali anonimi senzienti,...

Un libro di David Le Breton / Antropologia sentimentale della bicicletta

Raffaello Cortina Editore ha pubblicato questa primavera A ruota libera. Antropologia sentimentale della bicicletta dell’antropologo e sociologo francese David Le Breton (trad. di Paola Merlin Baratter). Come dichiara apertamente il titolo è un saggio che indaga il mondo della bicicletta, attraversandone le stagioni storiche per arrivare alla visione contemporanea del mezzo a due ruote, protagonista ormai da qualche tempo di una palingenesi socio-culturale che trova nel calembouresco neologismo francese, Vélorution, una felice sintesi semantica.   “Una bicicletta salverà il mondo” è un facile slogan dei nostri tempi, al punto che, come tutti gli slogan – il bio, il vegetarianesimo, il chilometro zero… – porta con sé il rischio di svuotarsi della sua potenziale carica, appunto, rivoluzionaria e rotolare inutilmente nella retorica della comunicazione.  In verità il concetto di Vélorution ha quasi mezzo secolo, come spiega Le Breton: nacque infatti nel clima post-sessantottesco che argomentava la necessità di un ritorno alla qualità della vita, soprattutto urbana, opponendosi radicalmente al predominio della società dei consumi, alla crescita produttiva incondizionata e al...

Un libro di Edoardo Kohn / Come pensano le foreste

Poesia e antropologia: che c’azzeccano? Sempre più spesso questo binomio viene invocato nelle cronache culturali, e ancora di più viene praticato nel loro effettivo svolgimento: dai poeti meno, probabilmente, ma senz'altro da antropologi, etnologi, etnografi o comunque li si voglia appellare. Non senza irritazioni nell’establishment accademico, sempre pronto a difendere i tradizionali steccati disciplinari, accade – con un’insistenza divenuta tendenza – che molte ricerche antropologiche acquisiscano un tono e un linguaggio, e dunque evidentemente dei contenuti, che tracimano nel poetico, o che quanto meno ricordino passaggi, stili e sensazioni che la poesia ha talora prodotto nel corso della sua lunga storia. Non si tratta, per carità, di  intuizioni liriche del sentimento, secondo la famigerata lezione crociana che rispunta per ogni dove non appena ci si distrae un attimo; ma, forse, di presagi, accostamenti inconsueti, folgorazioni percettive che la sensibilità poetica sa come, dove e perché trascrivere – trasformare – in specifica testualità. Così per esempio Tim Ingold, il cui stile è già di per sé intrinsecamente lirico, ha fatto del concetto di corrispondenza,...

Un libro di Bianca Sorrentino / Pensare come abisso

Alcuni giorni fa su Instagram – luogo di finzione, spazio che non esiste, eppure – il celebre comico Maccio Capatonda ha postato una foto che lo ritrae intento a leggere alcune pagine della Bibbia con in mano una tazza che reca questa scritta: “Esistono storie che non esistono”. Al di là della trovata, ironica e marchettara al contempo, potremmo anche dire che resistono storie che non esistono. Perché dacché esiste l’uomo, esistono storie che non esistono. Anzi, oggi siamo quasi certi che questa caratteristica, quella i critici chiamano anche “sospensione dell’incredulità” (di fronte alle storie), abbia permesso alla specie Sapiens del genere Homo di prevalere sugli altri uomini.   Come sostiene lo storico Yuval Harari in Sapiens. Da animali a dei (Bompiani, 2018), la caratteristica unica della nostra specie non è semplicemente il linguaggio (tutti gli animali ne hanno uno), ma un linguaggio unico con cui abbiamo sviluppato (senza sapere ancora come, e perché) «la capacità di trasmettere informazioni su cose che non esistono affatto. Per quanto ne sappiamo, solo i Sapiens sono in grado di parlare di intere categorie di cose che non hanno mai visto, toccato o odorato. Leggende...

Un libro di Stefano Chiodi / Genius loci. Anatomia di un mito italiano

Nell’ormai celebre conferenza promossa dal Nexus Institute nel 2004, incentrata sul problema dell’esistenza e persistenza di un’idea e/o identità europea, George Steiner inizia il suo discorso (poi tradotto e pubblicato in italiano nel 2006 con il titolo Una certa idea di Europa) indicando la memoria, o meglio, la sua eccedenza, come primo tratto distintivo del Vecchio Continente. Un’autorappresentazione come lieu de la mémoire in cui l’uomo «colto si trova intrappolato», schiacciato sotto il peso di un passato soffocante che funge contemporaneamente e incessantemente da memento mori. «Troppo di tutto, in questo sterminato luogo comune», scrive Luigi Ghirri in Niente di antico sotto il sole, riferendosi a quell’eccesso di memoria che satura i luoghi nostrani e ottunde lo sguardo. Da una analoga premessa prende pure avvio Genius loci. Anatomia di un mito italiano di Stefano Chiodi (recentemente pubblicato da Quodlibet), dove lo studioso analizza le vicende della spuria e plurale identità italiana che si avviluppa attorno al concetto di genius loci a partire dall’omonima mostra curata da Achille Bonito Oliva nel 1980 e al suo intrecciarsi con i temi e problemi posti dalla...

L’ultima intervista / Marshall Sahlins, perché abbiamo bisogno degli dèi

Quella che segue è probabilmente l’ultima intervista rilasciata dal grande storico e antropologo Marshall Sahlins, pochi giorni prima della sua scomparsa, avvenuta nell’aprile scorso, nella sua abitazione di Chicago. Provato da una lunga vita e dall’isolamento dell’ultimo anno pandemico, Sahlins non aveva perduto il gusto della battuta e dell’ironia, che ha caratterizzato gran parte della sua produzione e delle sue conferenze. Come quando, qualche mese prima, intitolava i suoi polemici post contro l’amministrazione Trump come “scritti pre-postumi”!   Sahlins ha attraversato 70 anni di storia e storia dell’antropologia. La sua formazione, con Leslie White e più tardi con Elman Service, lo ha portato a cercare di capire quale rapporto le società umane intrattengano da un lato con le tecnologie e la materialità dell’esistenza; dall’altro con l’universo simbolico e culturale che producono e che le imprigiona come delle ragnatele invisibili. La cultura, intesa in senso antropologico come una costruzione simbolico-materiale, è stata sempre al centro dei suoi interessi e delle sue accese battaglie contro i determinismi biologici, genetici, economici. E contro quel diffuso...

Le scuole antropologiche francese e americana / Le foreste non pensano

Sarebbe bello se lo facessero, ma no, le foreste non pensano. Certamente non lo fanno nell’unico modo che potrebbe toccarci, cioè somigliandoci, attenuando quel senso di solitudine cosmica in cui la metacognizione, che caratterizza la nostra specie, ha imprigionato Homo sapiens in un universo spaventosamente silenzioso. Possiamo allora esplorare il funzionamento del sistema nervoso dei vertebrati e perfino immaginare un bosco come se fosse un grande cervello verde, ma è un abisso pieno di metafore quello che ci separa da loro, dal loro atto di essere, dal loro essere, forse, consapevoli di esistere nel mondo. E non è un guasto dei tempi, o la perdita della magia, o il disincantamento della modernità, perché è sempre stato così, fin da quando in una grotta del Paleolitico superiore un essere umano ha dipinto un animale, sperando che fosse qualcos’altro, cominciando a raccontarlo come se avesse un’anima, come se fosse una persona, come una donna o un uomo o un bambino dentro una pelle di bestia. La nostra specie gioca al gioco dello specchio imperfetto da decine di migliaia di anni, e questo gioco ha prodotto racconti complessi come l’animismo, il totemismo, i mostri e gli dei,...

Un importante libro di Joseph LeDoux / La lunga storia di noi stessi

“Io sostengo che le emozioni siano specializzazioni umane [ndr: quindi non degli altri animali, non del nostro cane o del gatto del vicino, non dei mammiferi e dei primati a noi più vicini e nemmeno dei delfini] rese possibili dalle capacità uniche del nostro cervello. Non potrebbero esistere nella forma in cui le sperimentiamo se i nostri più antichi antenati ominidi non avessero sviluppato un linguaggio, un ragionamento relazionale gerarchico, una coscienza noetica e una coscienza autonoetica riflessiva”. Nessun sé, nessun linguaggio: nessuna emozione. Affermazione impegnativa, quella della separazione della storia delle emozioni e di altri stati di coscienza dalla storia profonda dei circuiti di sopravvivenza, per sostenere la quale Joseph LeDoux ci invita a seguirlo in una saga evolutiva durata 4 miliardi di anni. Infatti, solo conoscendo La lunga storia di noi stessi, titolo del volume pubblicato da Raffaello Cortina nel 2020 (l’originale è del 2019), possiamo veramente capire chi siamo e come siamo arrivati a questo punto. E il prezzo del biglietto vale il viaggio: leggere per credere.   Scienziato di parola, Joseph LeDoux – il cui Ansia, di cinque anni precedente, è...

Artpod / Exploring materials | Evgeny Antufiev

“Ero ancora un piccolo feto nel ventre di mia madre quando le persone paurose cominciarono a chiedere di me: tutti i figli partoriti da mamma fino a quel momento erano di traverso ed erano venuti al mondo morti. Non appena mamma si rese conto di aspettare un bambino, quel bambino che un giorno sarei stato io, disse a coloro che abitavano con lei: “Ora porto di nuovo in grembo un feto che non diventerà una persona”. Chi parla è Aua, lo sciamano della tribù degli Iglulingmiut di Iglulik. Le sue parole sono state raccolte da Knud Rasmussen, esploratore delle zone artiche, all’inizio degli anni Venti del Novecento. Lo sciamano assume su di sé il compito di mediare tra la tribù e gli spiriti che presiedono alle attività venatorie. Per fare questo deve superare una serie di prove iniziatiche. Una delle più importanti consiste nel separarsi dal proprio corpo, liberarsi della carne e vedere lo scheletro al di fuori di sé. Solo così potrà rinascere e ritornare in possesso dell’identità di uomo e salvare chi è malato o in pericolo. Se si guardano i personaggi di stoffa allestiti da Evegeny Antufiev, e in particolare quello assiso in cima a un mucchio di stoffe adagiate in un angolo della...

14 settembre 1928 - 6 maggio 2021 / Humberto Maturana e la vita che scorre

Chi era Humberto Maturana? Uno studioso particolare. Uno scienziato vero, lontano dalle pratiche “evidence based”, coltivate dagli odierni carrieristi. Un biologo, uno psicologo e un epistemologo; creatore di nuove lenti per osservare la natura e non solo, anche la mente e la società.  Uno di quegli epistemologi che traggono le proprie riflessioni dalle pratiche scientifiche che elaborano e dalle esperienze che creano, in laboratorio e attraverso l’osservazione della vita e dei suoi percorsi, negli organismi viventi, nei soggetti e nelle comunità.  Assieme a una vasta schiera di longevi – Gadamer, Ricoeur, Dorfles, Morin, che ancora vive a cent’anni, von Foerster e molti altri – Maturana è uno dei saggi della cultura occidentale. Ma è anche, insieme a Francisco Varela – suo allievo, morto prematuramente – un autore che ha pensato al legame profondo tra il corpo, la mente e le loro affezioni, uno Spinoza contemporaneo.   Autopoiesi Autopoiesi e cognizione, l’opera chiave della sua vita, scritta con Francisco Varela, fu per noi, negli anni Ottanta, una lettura difficile: eravamo immersi nella cultura umanistica – letteratura, filosofia, psicologia e antropologia – e,...

Filosofia del mondo nuovo / Maurizio Ferraris. Documanità

“Come faccio a spiegare a mia moglie che mentre guardo fuori dalla finestra sto lavorando?”, si chiedeva Conrad, scrittore e navigatore. Questa difficoltà di comunicazione, di coordinamento intersoggettivo – in epoca di “smart working” lo sappiamo bene – può soffocare sul nascere i migliori pensieri: “Quando fai la lavatrice?”, “Il lavandino si è bloccato!”, “Cosa mangiamo per cena?” e l’idea vola via. Per ovviare a questo annoso problema, a inizio Novecento si pensò alla tecnologia. L’“Isolator” era uno scafandro, brevettato dal fisico Hugo Gernsback, che lo scrittore indossava per non essere disturbato. Tecnicamente era perfetto: nemmeno un filo di voce passava. Ma umanamente era insostenibile. La questione, pare, fu invece risolta da un poeta, Sanguineti: mentre lavorava indossava un cappello, e quando lo si vedeva con addosso il copricapo non doveva essere disturbato. Tolto il cappello, gli si poteva chiedere di sbloccare il lavandino. Insomma, la “smartness” non è mero tecnologismo, ma è una soluzione che, al tempo stesso, risponde a un bisogno e si adatta alla nostra condizione.   In un’epoca in cui abbiamo il martello tecnologico e vediamo solo chiodi (Scilla), o in...

Il Grand Tour / Antropocene: la casa sotto il mare

La noia è un ingrediente essenziale dell’apprendimento: dentro al bordone assordante della noia emergono tanti piccoli suoni interessanti. Allo stesso modo, nella noia dei discorsi antropocenici che in Italia hanno inondato la rete e l’editoria, covano focolai di sapere che bisogna poter estrarre, anche se non è facile, perché più rapido e liberatorio, per chi legge e studia, sarebbe tacciare gli ignoranti di ignoranza, gli opportunisti di ipocrisia, i curiosi di dilettantismo, gli anodini di banalità. È un déjà vu, succede sempre con le mode passeggere, succede sempre di provare frustrazione di fronte a una macchina culturale che rischia di disinnescare, non di portare all’attenzione, qualcosa che purtroppo non è solo una moda passeggera o una macro-categoria magica. Il rischio reale, infatti, è quello di produrre fastidio, usura, atrofia e, per quanto riguarda il doomwriting, il Bel Paese è ormai pieno di scrittori cadetti che tra sbadigli e irrequietezza da buona famiglia decidono di lanciarsi nel Grand Tour dell’Antropocene. Automatismi, ripetizioni, fraintendimenti che ingarbugliano il filo, ma soprattutto lo scivolare sonnolento, da rollio di carrozza, verso uno svago...

Svolta ontologica / Per farla finita con la Natura

In piena foresta amazzonica, al confine fra Ecuador e Perù, scorre il Kawapi – uno dei tanti affluenti del grande Rio –, nella cui valle vivono gli Achuar, dell’etnia Jivaros, con i quali condividono la lingua e alcuni rituali religiosi. L’antropologo è a casa di Chumpi, uno dei suoi informatori, la cui dimora è una specie di capanno coperto di foglie di palma a pochi passi dalla boscaglia fittissima e dal fiume assordante. Fra la muraglia di alberi d’alto fusto e la modesta abitazione, un orto curatissimo per i fabbisogni della famiglia. Chumpi è preoccupato: quel pomeriggio la moglie Metekash è stata morsa da un ‘ferro di lancia’, ovvero da un serpente velenosissimo che gli Achuar conoscono bene e che non si avvicina quasi mai agli insediamenti umani. A cosa si deve quell’invasione di campo, quell’attacco letale all’amata Metekash? Chumpi non crede nella fatalità. Parla piuttosto di vendetta, perpetrata da Jurjri, spirito protettore della selvaggina, come arcigna reazione verso ciò che lui stesso, il giorno prima, aveva fatto. Venuto fortunosamente in possesso di un fucile, Chumpi s’era come esaltato: abbandonando ai rovi la consueta cerbottana, aveva commesso una vera e propria...

Matriarcato / Il primato delle donne e il mito dei Mosuo

Mi ha colpito una pubblicità RAI per l’8 marzo 2021, festa delle donne. Proponeva lo slogan: “Un futuro egualitario è un futuro al femminile”. Era un modo per dire in maniera abbastanza esplicita che si vorrebbe un futuro (egualitario) sognato dalla sinistra a predominanza femminile. Le donne realizzerebbero finalmente la società egualitaria. Non eguaglianza solo tra uomini e donne, quindi, ma eguaglianza un po’ in tutto. In effetti “la giornata delle donne” fu un’iniziativa del partito socialista americano che risale al 1909. Questa festa insomma conserva un marchio di sinistra rivoluzionaria. (E non è un caso che in alcuni paesi ex-sovietici – come Russia e Ucraina – molti vorrebbero abolirla perché ricorda il passato sovietico.)   Da qualche tempo a questa parte si diffonde una teoria precisa, secondo la quale il sesso femminile è superiore a quello maschile. Anche se la natura di questa superiorità resta per lo più tema dibattuto. Quindi sarebbe meglio se le nostre società fossero dirette da donne piuttosto che da uomini. Sottolineo che si tratta di un pronunciamento soprattutto maschile; certamente anche molte donne lo condividono, anche se non possono dirlo...

Decolonizzazione e studi classici / Was Athena black?

Nel mese di marzo del 2019 una cinquantina di studenti impedì al pubblico di accedere all’anfiteatro della Sorbona in cui avrebbe dovuto svolgersi una rappresentazione delle Supplici di Eschilo. I manifestanti della “Ligue de défense noire africaine” e di altre associazioni di studenti di colore protestavano contro la pratica razzista del blackface a cui era ricorso il regista, il grecista Philippe Brunet, dipingendo di nero il volto delle attrici bianche che impersonavano il coro delle Danaidi. Vi è una certa ironia nel fatto che la protesta degli studenti di Parigi fosse rivolta proprio contro la rappresentazione delle Supplici. La tragedia di Eschilo gioca infatti un ruolo chiave nel libro di Martin Bernal, Black Athena, che è un tentativo di provare le origini afroasiatiche della civiltà greca e di contestare il modello “ariano” che presuppone un’origine esclusivamente indoeuropea dei Greci. Il mito delle figlie di Danao, descritte da Eschilo come “nere”, che fuggono dall’Egitto per sottrarsi al matrimonio con i loro cugini e trovano rifugio ad Argo, conterrebbe secondo Bernal un ricordo della colonizzazione egizia della Grecia continentale avvenuta nel II millennio prima dell...

Conversazione con Francesca Mannocchi / Bianco è il colore del danno

Bianco è il colore del danno (Einaudi Stile libero) della giornalista Francesca Mannocchi è la storia di una famiglia, la storia di una bambina all’interno di una certa famiglia, di un’adolescente che nei gesti e nel dolore delle persone che le vivono affianco impara a vedere il mondo, a chiamarlo. È una storia che parte da lontano, dal racconto della vita dei nonni materni dell’autrice. Del loro portato di esperienza, della fatica del loro lavoro. È una scrittura che indaga il silenzio di chi l’ha preceduta, in una ricerca ostinata di un segno, che divenga premonizione del sé. La bambina cresciuta nella periferia nord di Roma, che impara a conoscere presto il potere dello sguardo altrui, che vive la frattura della disuguaglianza sociale e dell’affondo, impara a lottare con la parola per non soccombere. Quando la malattia, il tipo più diffuso di sclerosi multipla, entra nella sua vita, Francesca ha 36 anni, è una giornalista che si occupa da tempo a livello internazionale di scenari di conflitto e violazione di diritti umani ed è madre di Pietro, un bambino di cinque mesi. Il giorno in cui la malattia si manifesta, Francesca è a Palermo, in una stanza anonima di un hotel che per...