Il tuo due per mille a doppiozero

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David Jiménez, Noémie Goudal e Antoine d’Agata / Fotografia Europea: un sogno ad occhi aperti?

“Sulla Luna e sulla Terra/ fate largo ai sognatori!”. È con questi versi che Gianni Rodari chiude la sua poesia Sulla Luna. Le stesse parole vengono proposte come titolo del Festival di Fotografia Europea a Reggio Emilia, dopo la cancellazione della passata edizione, dedicata proprio al centenario della nascita dello scrittore. Suggestivo, senza dubbio, che ogni spettatore possa essere considerato un sognatore, nel senso di chi sa guardare oltre il velo del reale per immaginare altri spazi ed altri mondi. E fascinosa è la Luna, realizzata da Marco Di Noia, vincitore della Open call del festival, che fa eco alle parole di Rodari. Nell’immagine, nata da un racconto scritto dall’artista nel 2018 durante un viaggio in Giappone, si vedono molte persone che guardano in alto, stupite dalla presenza e dalla vicinanza del corpo celeste, incerte sul senso da dare a quell’enorme sfera. Insomma una confusione tra realtà e immaginazione, come in un sogno ad occhi aperti, quando i confini tendono a dissolversi. Eppure, ciò che più si ricorda di questo festival non sono tanto le immagini legate in maniera più o meno evidente all’idea di sogno, quelle di David Jiménez (Aura), l’installazione...

Un'intervista / David Grossman: la paura e la pace

David Grossman ha ricevuto il 19 giugno a Taormina il "Taobuk award 2021", un premio riservato ai grandi della letteratura mondiale, impegnati nella battaglia per i diritti umani e la democrazia e che, nel passato, è stato assegnato, tra gli altri, a Mario Vargas Llosa, Tahar Ben Jelloun, Luis Sepulveda. Lo incontro la mattina del giorno prima, a Bassano del Grappa, dove è in programma una conversazione con Mario Calabresi, organizzata dal Festival "Resistere" della Libreria di Palazzo Roberti. Non c'è nessuno scrittore che, come David Grossman, dedichi così tanto tempo a parlare della pace tra Israele e Palestina, nessuno come lui che prenda così sul serio il ruolo dell'intellettuale che crede nelle possibilità della parola e del dialogo per avvicinare gli uomini, anche quando sembrano separati da distanze siderali. Mondadori ha pubblicato, qualche mese fa, Sparare a una colomba (2021), una raccolta di saggi e discorsi (dal 2015 al 2020) che Grossman ha tenuto in giro per il mondo.   Ha ricevuto premi per la pace, lauree honoris causa da Università prestigiose, parlato in occasioni come la Conferenza sulla Sicurezza a Monaco o l'Anniversario della liberazione dell'Olanda:...

Diario (9) / The Sky over Kibera

Nel 2017 sono stato a Kibera, il più grande slum di Nairobi, e forse del Kenia, per mettere in scena la Divina Commedia con 150 bambini e adolescenti, che non solo Dante Alighieri non lo avevano mai sentito nominare, ma dell’Italia stessa non avevano (i più grandicelli) che una vaga conoscenza, legata esclusivamente ad aspetti di carattere calcistico. Football. A invitarmi là erano stati Riccardo Bonacina, direttore della rivista “Vita”, e Sandro Cappello di AVSI, una Ong che lavora in tutto il mondo, dopo aver letto Aristofane a Scampia, il libro pubblicato da Ponte alle Grazie in cui racconto le avventure della non-scuola, da Ravenna a Dakar, da Mons a New York, passando appunto per la periferia napoletana. Immaginatevi Kibera come uno dei tanti slum del mondo: una distesa infinita di baracche di lamiera, mancanza di fogne e acqua potabile, elettricità fuori legge, disoccupazione e aids, e la piaga più disumana, quella degli street children, bambini rapiti e stuprati, statuine di polvere costrette a chiedere l’elemosina nelle strade del centro di Nairobi. Un inferno.   Forse perché stavamo proprio in quei mesi allestendo il “Cantiere Dante” a Ravenna, decisi insieme a...

L’Italia tra fragilità e bellezza / Ho fatto un Giro

Nonostante il sottotitolo reciti Diario di una corsa fuori stagione, fin dalle prime pagine di Ho fatto un giro, libro scritto da Gino Cervi ed edito dal Touring Club Italiano (2021), il lettore non ha l’impressione di trovarsi di fronte solo alla cronaca del Giro d’Italia 2020.  Nella scorsa edizione, causa pandemia da coronavirus, la corsa a tappe si è infatti svolta a ottobre e non nella tradizionale collocazione primaverile, a maggio. Nel libro c’è la cronaca, tappa per tappa della “seconda corsa ciclistica più famosa al mondo”; una cronaca fatta di fughe, di vittorie e di fatiche, cronaca di scalatori, passisti e sprinter secondo la tradizionale classificazione dei corridori, ma tutto un po’ lontano, come uno sfondo sfuocato. Una cronaca fatta di partenze e traguardi, con i giornalisti al seguito ma in realtà sempre ad anticipare i ciclisti lungo il percorso per cercare storie e personaggi, per raccontare meglio, dopo, la corsa. Eppure. fin dalle prime pagine, si capisce che c’è dell’altro. Per la scrittura innanzitutto, che ha ben poco della cronaca sportiva ma ben più della letteratura da viaggio, quella colta e misurata di una volta, come nello stile di Bruno Barilli...

Un libro di Stefano Siviero / Porta Pia: l’Italia a Roma

Narrare, raccontar di storia per mezzo di luoghi e paesaggi è genere letterario nobilmente praticato: penso ad esempio, tanto per rimanere in Italia, a libri recenti come Danubio di Magris, Pianura di Belpoliti, Annibale, un viaggio di Rumiz. Ma l’incrocio di storia e luoghi è lo strumento psicologico utilizzato in molte altre opere, ad esempio nelle pietre d’inciampo poste nelle città europee davanti alle abitazioni degli ebrei deportati dai nazisti con cui si lascia il compito a chi le scorge di immaginare la loro vita e il loro destino. Oppure nelle guide, sia quelle più tradizionali in cui si riporta la storia di un monumento sia di quelle in cui si racconta il passato usando come chiave emotiva un luogo per come ci si presenta oggi, come ad esempio il recentissimo Andare per l’Italia di Napoleone di Bianchi e Merlotti. A questa ultima categoria dell’andar per luoghi appartiene anche il prezioso, accuratissimo, volumetto di Stefano Siviero, economista ed eclettico dirigente della Banca d’Italia: Porta Pia, 20 settembre 1870, l’Italia a Roma, pubblicato da Mattioli 1885 nel marzo di quest’anno.      Vi si compie un tour d’horizon di 1600 anni di storia – dalla...

Pynchon e Kesey / Come gli hippy hanno salvato la letteratura

Gli anni sessanta sembrano non finire mai. Ritornano. E a cicli sempre più brevi. Di quegli anni ritornano i miti. Mai superati, sorpassati, surclassati. E anche se non c’era niente di eroico nell’essere giovani allora, i Baby Boomers si struggono ancora di nostalgia per averli vissuti in prima persona, mentre i Millennials e le generazioni seguenti (X, Y, Z, Alpha), ne scoprono e, sotto sotto, ne invidiano l’irripetibile stagione di creatività.  E se in musica sembra proprio che the times they are [NOT] a-changin’ – lo hanno dimostrato i recenti festeggiamenti per gli ottant’anni di Bob Dylan, sessanta dei quali li abbiamo passati in compagnia della colonna sonora delle sue ballate – nel campo delle arti visive, a Firenze, a Palazzo Strozzi, si festeggia un quarantennio di American Art 1961-2001, dove a farla da divo, già dal manifesto, sono l’imperituro Andy Warhol e la Pop Art nelle sue caleidoscopiche varianti. Questo mentre in letteratura atterrano sui banchi delle nostre librerie due titoli freschissimi di stampa, vanti della controcultura: il primo, un inedito (per l’Italia) di Ken Kesey, A volte una bella pensata, che le edizioni Black Coffee pubblicano in occasione...

Il libro di Alessandro Carrera / Bob Dylan: uno scrigno senza fondo

Negli anni Sessanta del secolo scorso, quando l’ho ascoltato per la prima volta, Bob Dylan era una mosca bianca nella scena musicale: già la sua faccia sulla copertina del 45 giri di The Times They Are A-Changin’, grigia, piatta, senza sorriso, sembrava rinviare a un mondo del tutto diverso da quello di moda in quegli anni. La voce, poi, era davvero sconcertante (“ma come fate ad ascoltare questo ubriaco?” chiedeva la nonna di un mio amico). Come tanti, diventai un suo fan. Conoscevo a memoria le sue canzoni, le cantavo e le suonavo con tanto di armonica a bocca a tracolla, sforzandomi vanamente di imitare quella voce inconfondibile.  Negli anni Settanta l’ho mollato. Avevo seguito il suo percorso anche dopo la svolta “elettrica”, avevo digerito perfino i manierismi di Self Portrait e New Morning (1970), avevo anche scritto un libro su di lui (Joe Hill, Woody Guthrie, Bob Dylan, 1978), ma da un certo momento in avanti non mi diceva più niente, mi sembrava finito.    Altro che finito! Dylan non finisce mai. Ancora oggi tiene decine di concerti ogni anno, in tutto il mondo. Non ci sono mai andato: avevo sentito dire che i pezzi erano irriconoscibili, selvaggiamente...

Speciale Sciascia / L’onorevole disgregato di Sciascia

Quando nell’estate del 1964 ricevette da Mario Giusti, suo amico e direttore dello Stabile di Catania, l’incarico di scrivere sul tema della mafia una pièce teatrale per la stagione 64-65, dopo il felice esito l’anno prima sulla stessa ribalta del Giorno della civetta, Leonardo Sciascia batté in una settimana una specie di commedia amara intitolata L’onorevole nella quale la mafia figura nel tipo di un nuovo don Mariano Arena mellifluo e caricaturale, don Giovannino Scimeni, colluso con un parlamentare pescato dalla società civile: sortendo però una sotie pirandelliana per non essere riuscito a sostenere fino in fondo il tono naturalistico di una rappresentazione fin troppo ricalcata dal vero.  In sostanza, proprio quando Sciascia è avviato a imprimere al suo teorema sulla mafia un salto in avanti più scoperto e audace rispetto alle incertezze del Giorno della civetta, quel che con L’onorevole fa è di ripiegare, ancora per prudenza, su una trovata da metateatro: l’attore interprete di monsignor Barbarino, spogliandosi dei paramenti, si rivolge infatti del tutto inopinatamente al pubblico e rivela che è tutto uno scherzo – lo scherzo consistendo nei “moralistici deliri” di...

Discussioni e polemiche in Giappone / Olimpiadi a Tokyo: sorvegliato speciale

  Giappone anti-olimpico    Mancano meno di due mesi all’inaugurazione delle Olimpiadi di Tokyo, prevista il 23 luglio, posticipata per la pandemia di un anno. Anche i mass media italiani finalmente iniziano a trattare la notizia. Molti atleti e squadre in varie discipline si sono già qualificati e le aspettative per le possibili medaglie cominciano a gonfiarsi di speranze.  Tuttavia, l’umore del paese ospitante, il Giappone, la nazione forse più fanatica dei giochi olimpici che esista sul pianeta, è tutt’altro che sereno. In questo momento, secondo vari sondaggi, più del 70% dei giapponesi sembra non voler ospitare le Olimpiadi a casa loro. Non le vogliono. Il Giappone anti-olimpico? Sembrerebbe un puro ossimoro, qualcosa di impossibile, eppure è così. Cosa sta succedendo? Il motivo è serio ma semplice: il governo giapponese, da più di un anno, non è stato sufficientemente attivo (anzi, diciamo mai stato serio) per risolvere a fondo il problema della pandemia: innanzitutto si sono fatti pochi tamponi, forse per non far risultare troppi casi in modo da non rovinare l’opportunità olimpica, e sono state adottate misure spesso giudicate incoerenti, lanciate di...

Kübra Gümüsay, Lingua e essere / Parlare sempre e non comunicare mai

Ultimamente di parole si è parlato parecchio: si è detto che sono importanti e si è detto che valgono una risata. Si è detto che sono libere e si è detto che si prendono troppe libertà. Si è soprattutto discusso su chi può dirle, e chi deve sentirsele dire.   È stato un caso fortuito, perché solitamente non pensiamo mai alle parole, le usiamo e basta, e questa contraddizione intrinseca – non pensare alle parole, che di fatto compongono il nostro pensiero – è in realtà coerente con il modo in cui le trattiamo. Scriviamo continuamente, ossessivamente, più che in qualsiasi altra epoca: messaggi, mail, tweets, captions, commenti. Parliamo in modo compulsivo, vorace, spesso del tutto egocentrico, e ci ingozziamo delle parole altrui, bulimicamente, decontestualizzandone il senso, interagendo attraverso uno schermo, disabituati a empatizzare gli uni con gli altri. Le parole sono oggetto del nostro consumo quotidiano. Le appiattiamo, le mangiamo, le buttiamo via. Le indossiamo sulle t–shirt nella speranza che ci definiscano agli occhi degli altri. Le mettiamo in fila su una caption per accompagnare una foto il cui scatto abbiamo orchestrato attentamente. Le affidiamo a un vocale...

La breve vita felice di Giovanni Cenacchi / Guida alle Dolomiti per escursionisti fuori rotta

Il libro Dolomiti cuore d’Europa. Guida letteraria per escursionisti fuori rotta, da poco pubblicato nelle edizioni Hoepli, raccoglie scritti editi e inediti di Giovanni Cenacchi, scrittore, giornalista, alpinista e fotografo, scomparso a quarantatré anni, il 17 agosto del 2006. Originale figura di intellettuale e di alpinista, riuniva finezza di letture e di scrittura a inconsuete abilità nell’arte della scalata e dell’esplorazione.  Le Dolomiti erano le montagne più amate da Cenacchi. Lui, bolognese nato quasi per caso a Cortina d’Ampezzo, aveva cercato per tutta la vita di scoprire e conoscere quelle montagne. Trascorreva le vacanze, da bambino e poi da adolescente, in un’antica casa nella frazione di Gilardon, ai margini della conca ampezzana, dove la sua famiglia e quella del cugino e amico Pier Paolo prendevano in affitto un appartamento. Avevano undici anni quando, in gita al rifugio Scoiattoli, Giovanni e Pier Paolo fecero la loro prima scalata sulle Cinque Torri. «Dove possiamo trovare una guida per questi ragazzi?» chiesero i genitori all’uomo taciturno dietro al bancone. Lui si tolse il grembiule. prese un paio di corde e guidò i due incerti e timorosi ragazzini...

Oscar al miglior film internazionale / Vinterberg. Bere per non dimenticare

A Thomas Vinterberg i quarantacinque secondi concessi ai vincitori per il loro discorso di ringraziamento non sarebbero bastati. Per sua fortuna, ha vinto il Premio Oscar al miglior film internazionale in un anno molto particolare. Quanti hanno deciso di partecipare di persona alla cerimonia nonostante le difficoltà logistiche e sanitarie sono stati premiati con una maggiore libertà di gestire il tempo a disposizione sul palco, senza temere l'implacabile aumento di volume della musica a coprire le loro voci. Il regista danese si è trattenuto per ben quattro minuti: un'eternità per i rigidi tempi televisivi e il peggiore degli incubi per i produttori dello spettacolo. Ma aveva un ottimo motivo per farlo.    Il suo ultimo film Un altro giro ha ottenuto il premio più prestigioso al termine di un lungo percorso che lo aveva visto selezionato per l'edizione di Cannes del maggio 2020 cancellata a causa della pandemia, partecipare a tutti i principali festival dell'autunno scorso (era anche nella selezione ufficiale della Festa del Cinema di Roma) e vincere altri importanti premi, tra cui risalta il trionfo agli European Film Awards. Vinterberg, nelle varie occasioni in...

Quarant’anni dopo / García Márquez: i segreti dietro la morte annunciata

La mattina del 22 gennaio di settant'anni fa, nel 1951, gli abitanti di un paesino remoto dei Caraibi colombiani, chiamato Sucre, furono svegliati dal trambusto di un crimine fratricida. Víctor e Joaquín Chica Salas avevano appena accoltellato il loro amico Cayetano Gentile Chimento, per vendicare il disonore della sorella Margarita, restituita alla famiglia dallo sposo, Miguel Reyes Palencia, dopo che aveva scoperto che lei non era vergine durante la prima notte di nozze. Terrorizzata dalle percosse dello sposo e dalla furia dei fratelli, Margarita aveva confermato la voce che girava in paese fin dai tempi del suo fidanzamento con Cayetano, cinque anni prima: i due avevano avuto rapporti sessuali. Margarita stava ancora piangendo nella casa di famiglia, quando le diedero l'inconcepibile notizia che avrebbe cambiato la sua vita per sempre.   Fu considerato delitto d'onore, come previsto dal codice feudale che vigeva nella regione e quindi dalla Giustiza, che dichiarò infine innocenti i fratelli Chica Salas, perché avevano agito “mossi da intensa ira e dolore”. L'omicidio, inoltre, era all'ordine del giorno in quella sanguinosa metà del secolo che è tuttora ricordata con l'...

Frédéric Pajak / Sotto il cielo di Parigi con Nadja, Breton, Benjamin

Il Manifesto incerto di Pajak, recente vincitore del premio di saggistica Città delle Rose, sono due volumi di luce, storia, poesia, disegni e biografie. Le sue pagine di bella carta accolgono una straordinaria sequenza di sguardi su Parigi e sul mondo, accostando con potenza le voci e i punti di vista dei grandi personaggi che l’hanno abitata – con particolare indugio su Walter Benjamin e André Breton – e di altri uomini qualunque, compreso l’autore, che si affaccia alla sua stessa storia con fare dimesso e visionario.   Un brevissimo racconto della genesi del libro arriva in testa al secondo tomo: Pajak dice che il suo lavoro è durato una vita, è iniziato quando era soltanto un ragazzo, a meno di sedici anni di età, ma allora c’era un problema. «Il libro muore ogni giorno», dice Frédéric. Devono passare mesi e mesi perché, come un fiume carsico, il pensiero del Manifesto riemerga, si dipani, riesca a prendersi uno spazio visibile e placido sulla superficie del foglio. È questo genere di incertezza, quella del fiume carsico, che il libro di schizzi e parole esprime così solennemente. E, dopo tanto scavo, dopo tanta rincorsa nelle tenebre, il libro fiume riaffiora dopo che...

Una scrittrice palestinese / Adania Shibli, una storia di violenza dissepolta

Che cos’è un “dettaglio minore”? In psicoanalisi è ciò che può schiudere l’universo dell’inconscio individuale, la feritoia da cui entra la lama di luce, il punto d’accesso al non dicibile.   In storia, come affermava la narratrice e storica algerina Assia Djebar, è proprio il dettaglio minore a rivelare, riportandolo alla coscienza, l’ineffabile, il rimosso, ciò che è stato sepolto per sempre. Djebar parlava del lutto delle donne algerine, murate nel sudario del silenzio e di un’amnesia imposta e autoimposta. Per loro il dettaglio minore poteva essere un cucchiaino di latta ritrovato nella cenere di un bivacco del maquis. Quel cucchiaino, veicolo materiale di una memoria affettiva soffocata e tuttavia non spenta, poteva fare da esca al ricordo, all’espressione del lutto, al pianto, al dolore che, verbalizzato, libera e restituisce il respiro.   Nella critica d’arte il dettaglio minore, il nonnulla che sfugge all’osservazione perché apparentemente insignificante, è quello che permette di distinguere il falso dall’originale, la copia dal quadro autentico. L’evidenza, in altre parole, tradisce la verità, distrae, distoglie, semplifica invitando lo sguardo a posarsi qui e...

Un libro di Alberto Cavaglion / Decontaminare le memorie

Decontaminare le memorie di Alberto Cavaglion è un libro che si pone molti obiettivi: alcuni più diretti e manifesti, altri più profondi. Credo che sia un testo “palestra” su cui convenga fermarsi e sulle cui proposte prendere le misure, non tanto di ciò che abbiamo davanti, ma come spesso capita negli esercizi che implicano un rapporto con la memoria, di ciò che abbiamo alle spalle. I giorni della memoria, dice Cavaglion, sono da tempo in crisi. Prendiamone uno per tutti: il 27 gennaio. Quello del 27 gennaio è in crisi per i contenuti, per le modalità. Lo è perché non corrisponde a un progetto culturale (aggiungo io) o forse semplicemente perché è fondato su un principio “altruista”: quello di riflettere sui morti provocati in tempi precedenti, credendo che quella pratica di rievocazione sia la terapia di uscita. In ogni caso lo è come progetto: intolleranza, odio, antisemitismo, razzismo sono in crescita e quella giornata, che spesso è una settimana, talvolta un mese, non è capace di arginarli. In realtà, ma questo lo scriveva già molti anni fa Giovanni de Luna, quel calendario fondato sul dolore non consente di pensare un progetto, di declinare un futuro, ma spesso si...

Storia d'Italia attraverso i sentimenti (11) / Don Roberto Sardelli: la vita dei baraccati

Sul volto affilato di don Roberto Sardelli ho visto impresso il coraggio, più di ogni altro sentimento. Il coraggio, e una forza ostinata, irriducibile: quella dell’uomo che reclama e grida giustizia, e non per sé ma per altri. “Non tacere” è la parola-chiave che circoscrive il nucleo del suo agire, ed è anche il fondamento della sua pratica pedagogica. Non posso tacere perché ho visto e ho vissuto, sembra dire don Sardelli, perché ho condiviso la vita dei baraccati dell’Acquedotto Felice, una discarica di umanità, per anni la macchia nera di ogni piano di modernizzazione di una città che a lungo ha cercato di non vedere. Cominciare a parlare è l’inizio di un itinerario di riscatto. Prendere la parola, scoperchiare la pietra tombale della sottomissione, può voler dire diventare protagonisti della propria vita. Questo ha insegnato don Sardelli ai bambini della sua scuola, la “725”, dal numero della baracca che la scuola occupava. Le loro voci, prima deboli, impastate da un lungo silenzio, poi sempre più forti e distinte, hanno vinto la sordità di un’intera città.   La città è Roma, sul finire degli anni sessanta e i primi settanta. Il quartiere è l’Appio Claudio, tra san...

Mudec Milano / Tina Modotti dal Messico a Stalin

Dopo la forzata pausa della pandemia, il Mudec ha riaperto con Tina Modotti. Donne, Messico e libertà, a cura di Biba Giacchetti. L’esposizione segue una linea tematica che scandisce le diverse tappe del percorso artistico della Modotti, in un arco temporale che va dal 1924 al 1930. Si possono vedere un centinaio di fotografie, stampe originali ai sali d'argento degli anni Settanta, realizzate a partire dai negativi. Se Tina Modotti, abituata alla luce di Città del Messico, si lamentava che quella di Berlino rendeva le sue foto sottoesposte, considerato lo spropositato numero di mostre a lei dedicate, oggi forse si sarebbe lamentata di una sovraesposizione mediatica. In un tale contesto è estremamente difficile pensare a una mostra che abbia anche solo l’ambizione di dire cose nuove, se non originali. Nonostante queste premesse, bisogna prendere atto del buon lavoro svolto dalla curatrice e dai suoi collaboratori, con un allestimento che rende ben leggibili le opere esposte, arricchite da precisi riferimenti storici.    Osservare le sue fotografie, e soprattutto quelle scattate intorno al 1929, l’apice della sua breve carriera di fotografa, fa sorgere molti interrogativi...

Storia di un’educazione / Mary de Rachewiltz: Ezra Pound, mio padre

In una poesia intitolata L’economia amorosa Mary de Rachewiltz concentra in versi buona parte dei motivi delle sue memorie, Discrezioni. Un titolo calzante non solo per l’intera raccolta di poesie di cui è parte, ma anche per cogliere il tono e il contenuto della scrittura autobiografica e collegare la poesia della figlia a quella del padre, Ezra Pound. Fedele ai dettami paterni secondo i quali la poesia deve essere fatta di “dettagli luminosi” e di immagini ideogrammatiche giustapposte, in L’economia amorosa è la nitida concretezza e “l’invisibile parlare” degli oggetti a imporsi: in questo caso una gonna consunta nelle cui tasche si raccolgono sopravvivenze testimoniali di momenti amorosi, granelli di sabbia e conchiglie, tasselli di mosaico romano, “amare radici di felci d’Irlanda”. Al di là della metafora, perché coniugare amore e economia, termini all’apparenza incongruenti?   Oltre all’amor cortese, il titolo richiama un famoso articolo di Pound, Nuova economia editoriale. Verso la fine degli anni trenta Pound, nel pieno dei suoi fervori per gli studi di economia e per le traduzioni di Confucio, pubblica con Scheiwiller un minilibro in inglese intolato Kung Fu Tseu, un...

Cosa succede in Palestina - 3 / Gli ebrei e Israele

C’è un vecchio adagio del Talmud, mare magnum della tradizione ebraica la cui redazione finale si situa intorno al V secolo, che dice più o meno così: “tutto Israele è coinvolto vicendevolmente, l’uno per l’altro”. È una frase cruciale che imprime di fatto tutta la storia del popolo d’Israele almeno a partire dal 70 dell’era volgare, l’anno cioè in cui i Romani distrussero il tempio di Gerusalemme (unico luogo di culto per tutto il popolo, situato su quell’immenso terrapieno dove spicca oggi la Cupola d’Oro) e ridussero all’esilio coatto gli ebrei, inaugurando la seconda, lunghissima Diaspora. Da quel giorno la vita d’Israele assume una condizione molto particolare, come sospesa sul filo della Storia (che in ebraico è detta con un plurale femminile, toledot, alla lettera “generazioni”, cioè nascere, riprodursi, morire), privata di quei connotati che abitualmente definiscono un’identità nazionale: terra, patria, autonomia, autodeterminazione. È una condizione complessa, che in realtà non si riduce semplicemente a quel binomio che definisce la parola “diaspora” – cioè esilio e dispersione al tempo stesso.   C’è dell’altro, di più: la consapevolezza di un passato e della...

Il vincitore del premio Goncourt 2020 / L’anomalia di Hervé Le Tellier

L’anomalia di Hervé Le Tellier è un romanzo a forte impianto sperimentale che combina una trama labirintica a una varietà di interrogativi morali che certo non agevolano una lettura svagata. Dopo una partenza in sordina, grazie alla vittoria del premio Goncourt lo scorso novembre, il libro ha superato le 820.000 copie vendute in Francia a inizio gennaio eguagliando, in quanto a cifre e successo di pubblico, il fenomeno Duras. Attualmente è in corso di traduzione in 34 paesi e ne è da poco stato annunciato un adattamento a puntate per la televisione prodotto da 247 Film. La cosa non sorprende, dato che L’anomalia ha tutti i presupposti della narrazione seriale contemporanea: tanti e diversi personaggi che creano un effetto corale, a più voci. Un incidente scatenante sbalorditivo e dalle conseguenze del tutto imprevedibili; e soprattutto una struttura avvincente e mai banale, che mantiene una tensione ascendente per tutto l’arco della storia lasciando il lettore con il fiato sospeso sino alla battuta conclusiva.   La premessa che dà origine alla narrazione è alquanto temeraria e si colloca nel genere moderno della fiction fantascientifica. Un volo Air France Parigi-New York...

Italian Life / Tim Parks: l'infelicità in Italia è l'esclusione

Perché all’università il voto più alto che si può prendere a un esame è trenta, mentre alla discussione di laurea è centodieci, lodi a parte? Non avrebbe più senso che entrambe le valutazioni fossero espresse, che so, su una scala che va da zero a cento, o da uno a dieci? Queste sono domande che probabilmente molti di noi, nativi italiani, non si sono mai posti, forse perché è sempre stato così, e le cose che sono così da sempre sembrano naturali, come devono essere. Ma se uno è nato e cresciuto in un altro paese e ha frequentato altri sistemi scolastici, questo bizzarro modo di valutare salta subito agli occhi, così come a un italiano sembra illogico e inutilmente complicato il sistema di misurazione anglosassone fatto di pollici, piedi, iarde e miglia. Sono le tipiche domande che scaturiscono dalla curiosità stupita dello straniero, curiosità che lo spinge a chiedersi il perché delle cose, un po’ come fanno i bambini, quando cominciano a interrogarsi sul mondo, e partono con la sequela interminabile dei perché che mette alle corde i genitori.   Tim Parks, nel suo ultimo libro, Italian Life (2021) – uscito a distanza di pochi mesi in inglese da Vintage (2020), e da Rizzoli...

Un grande scrittore / Mircea Cartarescu, evadere dalla realtà

"Ci siamo ripresi lentamente, come da un viaggio mistico o eroinico, siamo crollati in noi stessi (...) consunti e devastati": potrebbe essere questa, rubata a Mircea Cartarescu, l'espressione giusta per descrivere il senso di stordimento che si prova alla fine delle novecentotrentasette pagine del suo romanzo Solenoide (Il Saggiatore, 2021). Lui la scrive quasi in fondo, dopo nove pagine scioccanti, che riportano solo la parola "aiuto!". Un grido unanime che sembrava "essere esploso da un milione di trachee, come dalle canne d'organo della sofferenza umana". Sfogliarle nove volte e leggere solo questa invocazione "aiuto!" fa l'effetto paradossale di un intervallo che, invece di dare tregua all'angoscia che il protagonista trasferisce implacabile sui lettori, la rende materiale, ripetendo duemilaquattrocentottanta volte "l'unica parola che accoglie in sé tutto il fallimento della nostra solitudine", un coro grandioso "che unificava in un pulsare unanime l'uomo e la donna, lo schiavo e l'uomo libero, il ricco e il povero, il creativo e l'inetto, l'onesto e l'infame, lo scrittore e il lettore". E leggerle, di seguito, come si leggerebbero le righe che raccontano la storia, invece di...

Un esordio narrativo / Maddalena Fingerle. Lingua madre

Paolo Prescher, il protagonista di Lingua madre, romanzo vincitore del premio Calvino 2020 ora stampato dall’editore Italo Svevo, vive a Bolzano, ha un padre che non parla, una madre e una sorella che parlano troppo e male e nel nome un anagramma (“parole sporche”) che è condanna e profezia. Fin da bambino Paolo è ossessionato dalle parole, “parola”, non “mamma”, è la sua prima parola; per lui le parole hanno colori, odori, sapori, sensazioni: “alcune parole tolgono la fame perché riempiono lo stomaco, anche al di là della cadenza e della dizione. Globo, per esempio, è un pasto completo, aiuola è un capriccio come lo zucchero filato e riempie la bocca, e poi ci sono le parole liquide che ti rinfrescano e ti dissetano, come glicine, e quelle che sono come le merende o uno spuntino, e tra queste c’è intonaco che ti impasta la bocca ma è bello come lo fa. Ci sono anche le parole che vanno di traverso, come biglia, che fa fatica a scendere ma quando scende la senti nella pancia. E dipende tanto anche da chi le pronuncia”. Ma soprattutto le parole possono essere pulite o sporche e quando si sporcano le parole si sporca tutto, anche i pensieri che per esistere devono appoggiarvisi. Le...