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Geografie

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Lettera da un lettore / Lawrence Osborne, Nella polvere

Dear Mr. Osborne, ma che figure mi fa fare? Per anni ho consigliato agli amici di leggere i suoi libri, soprattutto a chi partiva per il Sudest asiatico. Con l’ultimo Nella polvere mi mette in imbarazzo: fa venire il latte alle ginocchia. E fa il paio con il penultimo suo, pensi che ora nemmeno ne ricordo il titolo, quello ambientato in un’isola greca, abitata da radical chic ovviamente ipocriti, del tutto indifferenti alla sorte del migrante (siriano, mi pare) ivi giunto su una zattera, che la giovane protagonista nutre e protegge dentro a una baracca perché la ragazza chiaramente è diversa dai radical chic, al punto che io quel romanzo lo abbandonai pur già oltre la metà solo perché ‘sta benedetta ragazza la sopportavo poco, al di là della trama che nemmeno me la ricordo, la trama. E devo dire che i suoi libri precedenti mi piacquero così tanto proprio perché privi di trama o perché semplicemente la trama non era poi così importante. Avevo iniziato con La ballata del piccolo giocatore (per i titoli scelgo il corsivo, è convenzione editoriale della testata che mi ospita, spero lei non se ne abbia a male) in quanto ho una piccola passione per le storie sul gioco d’azzardo, e mi...

La vita come processo / François Jullien, sul vivere

In principio il détour, la deviazione per la Cina. Non per esotismo di maniera, per seduzione ingenua dell’Altrove, ma per fare di quell’Altro assoluto costituito dal pensiero cinese un “apriscatole” grazie al quale accedere a quel che non pensiamo più a pensare: le evidenze che diamo per scontate, gli a priori nascosti, le rive in cui scorrono i nostri pensieri o l’occhio con cui guardiamo il mondo, avrebbe detto Wittgenstein. È così che François Jullien (nato nel 1951), esperto di filosofia greca, negli anni Settanta si stacca dall’“Europa dagli antichi parapetti” (Rimbaud, Il battello ebbro) per incontrare la cultura di matrice confuciana, formatasi in totale estraneità rispetto all’Occidente. La lezione proto-strutturale di Marcel Granet – l’autore di Il pensiero cinese (1934, Adelphi, 2018) – si arricchisce del ricorso all’“eterotopia” suggerita da Michel Foucault: solo facendo incontrare ciò che non si è mai incontrato, solo ponendosi a distanza (lo spaesamento di Lévi-Strauss), una cultura ha l’occasione di riflettere su di sé e sui propri impensati. Siamo chiamati, nell’epoca dell’uniformità globalizzata, a una vera decostruzione, quella che si opera solo muovendo dall’...

Degrado e gentrificazione / La città vecchia di Taranto

Quando sulla statale da Brindisi arrivo nei pressi di Taranto, lunghe colonne di fumo si ergono sui campi di grano. Bruciano le stoppie, una pratica arcaica vietata per legge ma che secondo i contadini sterilizza i terreni da infestanti e parassiti, elimina i residui colturali dei cereali e fertilizza ogni cosa con uno strato di cenere. È così che nell’aria in Puglia s’avverte un po’ dappertutto, generalmente al tramonto, quest’odore di terra bruciata, per cui il giorno dopo quei quadrati gialli abbacinanti divengono fazzoletti neri, come se fosse avvenuta una guerra o un saccheggio. Volgendo a Taranto queste immagini evocano molteplici significati, soprattutto allungando lo sguardo verso altre colonne di fumo, quelle imperturbabili e lente delle ciminiere. Durante la seconda guerra punica, quando Taranto si ribellò ai romani aprendo le proprie porte ad Annibale e ai cartaginesi, il tradimento le costò nel 209 a.C. l’assedio e il saccheggio da parte di Roma, mentre i tarantini furono venduti come schiavi. Allo stesso modo molte cose oggi lasciano pensare a Taranto come una città tacitamente sotto assedio, vittima di un ennesimo saccheggio.    Tutto infatti, nella città...

Un libro di Gilles Châtelet / Vivere e pensare come porci

Scrivo davanti a una finestra che dà su un antico quartiere industriale di Londra, Hackney Wick, un luogo che, nonostante la grande rivalutazione immobiliare generata dalla costruzione degli impianti sportivi per le Olimpiadi del 2012, porta ancora i segni dei quartieri operai dei primi dell’Ottocento, c’è come un “aroma” (sia detto senza ombra di ironia) di quel mondo che qua e là l’Inghilterra conserva ancora. Quando, come diceva mio fratello, “mangiavo pane e Grundrisse”, queste tracce me le ero andate a cercare (con Dickens nel tascapane) anche su a Edimburgo e poi a Glasgow e a Manchester. Lo sguardo un po’ scientifico e un po’ sentimentale mi avvicinava a quell’umanità, provavo uno slancio autentico di rispetto per le sofferenze pregresse delle grandi masse sfruttate.    Il fatto è che l’anima feroce di quel capitalismo storico oggi si è in qualche modo sublimata e ha prodotto, con l’odierno Neoliberismo, uno sfruttamento sociale ancora più feroce e diabolico. La stessa parola “rivoluzione” sembra quasi che si sia spostata dalla semantica dell’emancipazione, che le apparteneva da più di due secoli, a quella dell’astronomia: come i pianeti compiono una rivoluzione...

Musei dell'Est (1) / Comunismo per turisti

Nella capitale della Repubblica ceca un Museo del comunismo esiste già dal 2001 per volontà di un giovane imprenditore americano, Glenn Spicker, laureato in relazioni internazionali, frequentatore dell’Europa fin dagli anni Ottanta, precedentemente cimentatosi con un jazz club e poi una catena di ristoranti detti Bohemia bagel. La prima sede del museo era passata alla storia, prima di ogni altra ragione, per la sua sensazionale collocazione: tra un casinò e un Mac Donald’s su una delle vie più frequentate della città, na Příkopě.   L’ingresso al primo Museo del comunismo (giugno 2008). Pareva voler sottolineare, fin dalla sua posizione topografica, l’assurdità del proprio contenuto in netto contrasto con la realtà post-socialista che la città stava affrontando. Eclatante era pure l’insegna che lo caratterizzava: una matrëška russa dotata di una dentatura che stava tra il pescecane e Dracula, al contempo vampiro succhia sangue e bestia predatrice.   La primigenia insegna del Museo del comunismo di Praga (giugno 2008). Tanto per non lasciare dubbi sull’interpretazione da dare alla storia, fin dall’ingresso e dai primissimi passi. L’oleografico souvenir russo, già...

Oggi a Novara! / Scarabocchi. L’arte dei bambini

A Oslo in Norvegia c’è il Museo internazionale per l’arte dei bambini che raccoglie una ricca collezione di arte di giovanissimi da 180 paesi (Det internasjonale barnekunstmuseet); fu fondato nel 1986 grazie a una coppia di origine sovietica Rafael e Alla Goldin Venne. La scheda del museo, che si può trovare in rete, dice che nell’“Al Lille Frøens vei di Oslo puoi vedere il mondo attraverso gli occhi dei bambini e capire come l’arte dei bambini sia portatrice di valori estetici. Il museo riguarda l’arte dei bambini come parte viva dell’arte popolare e anche come un elemento importante nella nostra cultura nazionale e universale”. Che le opere dei bambini trasmettano valori estetici e siano parte di un patrimonio culturale popolare universale non è sempre stato scontato. Ma oggi, in alcuni musei, si possono ammirare anche i fanciulleschi tentativi di artisti del passato. Al Carnevalet di Parigi, per esempio, Gustave Courbet è rappresentato anche quindicenne da un minuscolo olio su carta incollata su tavola (Portrait de jeune garçon, 1834). In questo caso non si può parlare di “capolavoro”, se non nel senso letterale di “prima opera”.    Al Carnevalet, però, il pubblico...

TOCATÌ / Tocatì. Tutti in gioco

Tutti gli anni, a settembre, per alcuni giorni, un’intera città, Verona, si mette a giocare. Per strada, lungo il fiume, in slarghi e piazze, sui marciapiedi, decine di migliaia di persone, piccole e grandi, convergono nella città scaligera per partecipare a Tocatì, Festival Internazionale dei Giochi in Strada (quest’anno dal 17 al 19 settembre). Tutti a giocare, tutti in gioco. E tutti i giochi, tutti per gioco. E non solo giochi, ma anche spettacoli, convegni, presentazione di libri, esposizioni, incontri, musiche e danze.   Nato nel 2003 da un progetto dell’“Associazione Giochi Antichi” con lo scopo di valorizzare il gioco tradizionale e trasmettere le tradizioni millenarie che caratterizzano i popoli, nel corso degli anni è divento un punto di riferimento mondiale per tutti gli appassionati di gioco tradizionale. Grazie anche alla collaborazione dell’Amministrazione comunale di Verona e delle realtà culturali, associative e imprenditoriali della città, la manifestazione ha potuto allargare sempre di più la partecipazione di ospiti di nazioni europee e mondiali, dalla Spagna alla Grecia, dal Messico alla Cina, una per anno che hanno portato a Verona, assieme ai loro...

Un libro di Maurizio Sentieri / L’ultima transumanza

Di domani non so, non oso immaginare, oggi è un giorno che si ripete e sembra non finire. Ieri era tanto tempo fa. Ci penso senza soddisfazione, senza aspettative.    stinti e consunti i teli tessuti a telaio  dalle donne di casa d’altre età  schermano le finestre.  Filigrane di lana da greggi sempre in viaggio    memore di un vagare in giovani giornate  guardo il mondo com’è  di meraviglie, tragico e infame  belligerante, sublime  Immoto l’intorno, sommesso fragore del tempo  in generica località di montagna    eppure c’era un paese, qui, antico, costruito sulla roccia tra due fiumi, sullo scoglio dell’Archetta. Sassi, piagne e legno di castagno, cerro, faggio. Archi e volte. Funzionale ed austero in ambiente aspro. Ben difeso all’esterno e spazioso all’interno, predisposto al transito e stazionamento di animali e merci caricate a soma. Ogni casa un’aia esposta a sud, indispensabile per il lavoro e la buona compagnia. Intorno orti, coltivi terrazzati, prati pascolo, alberi da frutto e, lontani, i boschi. Una ragnatela di mulattiere selciate.  Ben abitato. Famiglie in salda rete parentale, gente rude, fiera...

Un libro di Namwali Serpell / Capelli, lacrime e zanzare

Namwali Serpell, scrittrice dello Zambia, quarant'anni, sembra riuscire dove nemmeno Philip Roth ce l'ha fatta: se siamo ancora in attesa del "grande romanzo americano", salutiamo con meravigliata sorpresa "il grande romanzo africano" che la Serpell ci consegna con Capelli, lacrime e zanzare (Fazi, 2021, traduzione di Enrica Budetta): una narrazione ampia e avvincente di gesta quotidiane e imprese eroiche, commisurate alla difficoltà del vivere nella povertà endemica di un Paese che diventa paradigma di un intero continente, attraverso la storia di tre famiglie e di cinque donne: Sibilla, Agnes, Matha, Sylvia e Naila e di almeno una trentina di altri personaggi.   Le loro vicende si intrecciano, ricongiungendosi nelle oltre ottocento pagine in nodi che si sciolgono come nella sceneggiatura di un film di Almodovar, quando si scoprono cose che i flashback avevano reso oscure, via via che il racconto procede, e la fine ricompone le tessere di un mosaico che l'autrice ha maneggiato con incredibile maestria, prima di rivelarci il disegno conclusivo. La trama parte dai primi colonizzatori, agli inizi del '900. Namwali Serpell avverte, nella prima pagina: "Questa...

1933-2021 / Jean-Paul Belmondo: quello sguardo in macchina

Dopo la scomparsa di Anna Karina nel dicembre 2019, con Jean-Paul Belmondo se ne va un’altra parte della Nouvelle Vague. Certo, per fortuna ci rimane Jean-Pierre Léaud, che insieme a loro – e a Jean-Claude Brialy, morto ormai da alcuni anni e oggi un po’ dimenticato – è stato uno degli interpreti-simbolo della Nouvelle Vague.  Belmondo ha lavorato con François Truffaut nel capolavoro La Sirène du Mississippi (La mia droga si chiama Julie, 1969) e con Claude Chabrol in uno dei suoi film meno belli, Docteur Popaul (Trappola per un lupo, 1972). Ma il sodalizio più importante è stato quello con Jean-Luc Godard: senza Godard, Belmondo non sarebbe diventato quel che è diventato. Dopo averlo diretto nel corto Charlotte et son Jules (dove è lo stesso regista a prestargli la voce, al doppiaggio), nel 1960 Godard lo sceglie come protagonista del suo primo lungometraggio, À bout de souffle (Fino all’ultimo respiro).    Una scena di questo film mi colpisce ancora oggi. A tre minuti dall’inizio, Belmondo, nel ruolo di Michel Poiccard, è al volante di un’auto rubata e sta fuggendo da Marsiglia verso Parigi. L’inquadratura è complessa, senza stacchi, quasi un piano sequenza. Raoul...

Esercizi di sguardo sul paesaggio / Il cannocchiale del tenente Dumont

Non so di quale pasta siano fatti i liguri, ma quando penso al paesaggio della Liguria, alla sua verticalità quasi metafisica, unita all’orizzontalità del mare, come la vedeva Calvino in La strada di San Giovanni, dove le salite e le discese, insieme ai terrazzamenti e allo sguardo individuano le autentiche dimensioni del paesaggio, mi viene subito in mente Marino Magliani, che è nato a Dolcedo, un paesino della Val Prino, in provincia d’Imperia. Marino Magliani è un autore che ha girovagato in lungo e in largo per il mondo, prima di cominciare a pubblicare. A un certo punto, in uno dei suoi viaggi in Sudamerica, si è fermato a Lincoln, un paese che si trova in mezzo alla pampa argentina (nella pampa, comunque, tutto si trova in mezzo, anche i posti di confine).   Di questa esperienza a Lincoln ne ha parlato in un romanzo del 2011 dal titolo La spiaggia dei cani romantici, per poi tornarci sette anni dopo con Prima che te lo dicano altri (finalista dell’edizione 2019 del Premio Bancarella). Dopo il suo ritorno dal Sudamerica e dopo aver girovagato ancora un po’ per il mondo, facendo i mestieri più svariati, il destino lo ha portato a fermarsi in una cittadina costiera dell’...

Un libro di Mario Bellatin / Shiki Nagaoka, o il trionfo della finzione

Benché la sua notorietà non abbia mai superato i confini degli studi specialistici e la sua opera non sia ancora adeguatamente conosciuta, il giapponese Shiki Nagaoka è uno tra i più grandi scrittori del XX secolo. Enigmatica e renitente figura di culto come il prussiano Benno von Arcimboldi, Nagaoka continua a essere un intrigante rompicapo per molti critici e ricercatori.   Con la recente pubblicazione di Shiki Nagaoka: un naso di finzione, dello scrittore peruviano-messicano Mario Bellatin (Autori Riuniti, trad. di Vittoria Martinetto), anche il lettore italiano, lo specialista come l’appassionato di lettere straniere, può lasciarsi guidare nei domini della ricerca letteraria alla scoperta di questo singolare personaggio dal naso smisurato. Scoprirebbe, per esempio, che alcuni importanti nomi del panorama artistico mondiale attinsero alle teorie di Nagaoka sull’interazione tra la parola e l’immagine, tra la letteratura e la fotografia. In particolare, il regista Yasujirō Ozu (1903 – 1963) ne fu così influenzato da tradurle in movimento nel film Tardo autunno, del 1960. Inoltre, pare che l’autore messicano Juan Rulfo (1917 – 1986), conosciuto come uno dei maestri della...

Claudia Losi, Voce a vento / Tessere il canto, tessere i luoghi

Esiste nella pratica artistica delle donne una frequentazione con le pratiche relazionali, con l’immateriale del canto, con gli spazi umili e lungamente non visti del quotidiano e con il recupero di un sapere manuale parzialmente dimenticato, un sapere troppo spesso relegato al folklore e alla sottocategoria dell’artigianato, con tutti i malintesi che la divisione tra arte alta e bassa ha lungamente comportato.  Claudia Losi esplora da sempre questi ambiti e il verbo esplorare descrive con accuratezza il suo andare alla ricerca di ciò che non si conosce – un andare metaforico e fisico, perché il suo lavoro si compone anche di cammini –, la sua relazione profonda con il paesaggio e il suo farsi addentro ai luoghi. Losi declina la geografia attraverso l’arte, la trasforma e ne restituisce il senso lungamente smarrito, frainteso dalla didattica scolastica e dalla frattura che ha pericolosamente separato natura e cultura.  Come un ecosistema, il lavoro dell’artista piacentina si sviluppa seguendo tempi che contraddicono le regole del mercato dell’arte: si dedica a progetti decennali, riprende ciclicamente l’indagine verso nuclei tematici già approcciati, procede seguendo un...

Collezioni Capitoline / Freud e i mosaici

Nel mosaico a tessere bianche e nere trovato all'ingresso della Casa del Poeta Tragico, un cane alla catena digrigna i denti. Lo scintillio degli occhi è rappresentato da tessere bianche, ma cosa rappresentano quelle che formano delle macchie chiare sul corpo dell’animale? La difficoltà interpretativa svela la convenzionalità della comunicazione: le macchie sono un codice visivo utilizzato per rappresentare la lucentezza del pelo nero (Ernst Hans Josef Gombrich, L'immagine visiva, in Le Scienze, numero 61, settembre 1973). A questa convenzione non siamo stati educati e per questa ragione, invece di un cane da guardia dal pelo nero lucente, vediamo un cane dal pelo nero macchiato di bianco, che digrigna i denti.   Mosaico raffigurante un cane con inserita la scritta CAVE CANEM (attenti al cane). I secolo d.C. Pompei, Casa del Poeta Tragico (Regio VI, Insula 8, nº 5) / Rilievo funerario del mosaicista. Fine del III/inizio del IV secolo d.C. Parco Archeologico di Ostia Antica, Antiquarium, inv. 132.   Colori dei Romani. I mosaici dalle Collezioni Capitoline, ingresso della mostra.   Cosa vedevano gli antichi romani attraverso i codici visivi dell...

Coleotteri ipogei / La vita sottoterra (II)

MILIEU SOUTERRAIN SUPERFICIEL – Io sto creando tutto ciò, questa che è sul punto di diventare una lotta tra me e fantasmi e proiezioni di me, in una sovrapposizione di piani percettivi, mentre leggo sullo schermo illuminato la descrizione che del Catopide trovo su Wikipedia, e contemporaneamente ascolto le parole del mio mentore il quale intanto mi volta le spalle e s’affanna cercando qualcosa nella sua libreria. Afferma, lievemente ansimando, che la principale ripartizione delle tipologie di ambiente – e se trova il libro, accidenti, che è proprio divulgativo e farebbe al caso nostro, me lo presta volentieri – si è usi farla tra epigeo (ossia superficiale), ipogeo (delle profondità più recondite) ed endogeo (o genericamente “sotterraneo”, una via di mezzo tra i due) e … può anche sembrar strano ma sotto terra abitano più specie di quelle che vivono in superficie.   Prudenzialmente circoscrivendo però il campo, precisa che ciò vale almeno per alcune famiglie; e che in definitiva noi quotidianamente vediamo qua e là su un fiore o un tronco gli epigei, alla luce del sole, ma che sotto, nei primi strati del terreno, abitano gli eserciti degli endogei, come una moltitudine di...

Un libro di Giuseppe Mendicino / Storia di Mario Rigoni Stern

In questo inizio di anni Venti, l’affollarsi di scadenze centenarie illustri – Levi, Sciascia, Fenoglio, Pasolini, Calvino – rischia di lasciare un po’ in ombra gli anniversari di scrittori meno celebri, ma altrettanto fondamentali per la comprensione della storia non solo culturale del Novecento italiano. Fra questi va annoverato innanzi tutto Mario Rigoni Stern (1921-2008), autore di un libro – Il sergente nella neve. Ricordi della ritirata di Russia – uscito nei «Gettoni» di Vittorini nel 1953, che intere generazioni di studenti conobbero nell’edizione einaudiana «Letture per la scuola media» (secondo titolo della collana, dopo Il taglio del bosco di Carlo Cassola).   Ma Rigoni Stern ha scritto anche altro – molto altro. È stato senza dubbio il più grande scrittore italiano di montagna d’ogni tempo; ed è stato una figura assai notevole sul piano politico-culturale, che è giusto non solo ricordare, ma anche ripensare con debita attenzione. Si ricordino, ad esempio, gli interventi giornalistici contro la speculazione edilizia e in difesa dell’ambiente naturale del natio Altipiano dei Sette Comuni; o la lectio magistralis che tenne in occasione della laurea honoris causa in...

Ricette immateriali / Grano nostrum per l’Appennino irpino

Dove si trova il grano più buono d’Italia? Ci arriveremo. Prima però occorre premettere che, quando si parla di grano, si parla non solo delle civiltà che hanno dato alla luce la nostra, ma della madre di tutte le filiere, di tutte le divisioni del lavoro, delle stratificazioni e delle gerarchie sociali del mondo occidentale. È dunque un discorso, quello del grano, reticolare e nodale, che può portare alla gloriosa Mesopotamia, all’Antico Egitto, ma anche agli attualissimi belt di grano tenero americani, a quelli di grano duro del Canada, o alle vaste distese dell’Ucraina e della Russia.  Tuttavia, almeno per ciò che riguarda la trasformazione del grano, per le semole e le farine da cui la produzione di pasta e pizza, per incontrare l’eccellenza bisogna ritornare in Italia, ai grandi e piccoli mulini italiani, e magari proprio nel tanto bistrattato sud Italia, dove il clima secco e la tradizione rendono le regioni meridionali vere e proprie fucine dell’alimentazione di qualità.    Insomma, è seguendo questo filo dell’eccellenza che sono tornato nella Valle dell’Ufita, a 80 km da Napoli e altrettanti da Foggia, in una piccola valle che si trova nell’Appennino irpino...

Un libro di Gilles Kepel / Il ritorno del Profeta o l’eclisse dell’Occidente?

Un libro sul presente raccontato giorno per giorno, riportando quasi in tempo reale gli eventi accaduti, non è stato a mio avviso scelta felice da parte dell’arabista Gilles Kepel (Il ritorno del Profeta, Feltrinelli 2021). La cronaca dei mille episodi che caratterizzano il Medio Oriente nel 2020 potrà forse servire agli storici del futuro ma non ci offre alla fine la chiave di lettura promessa sul dramma in corso. Come scriveva Savinio in Sorte dell’Europa (1943-44) all’epoca di un’altra crisi europea come fu quella bellica, occorre uno sguardo “al di là delle cose” per capire il presente. Eppure il libro era iniziato con una splendida citazione dell’Aleph di Borges che vale una profezia! Il guerriero longobardo che durante l’assedio di Ravenna abbandonò i suoi e morì difendendo la città che aveva prima attaccata, e fu per questo sepolto dai ravennati in un tempio e ringraziato con un epitaffio, ci dice qualcosa sull’oggi. Il guerriero barbaro aveva visto, dice Borges, la Città: e questa rivelazione lo trasforma, sa che essa vale più dei suoi dèi germanici, e per questo li abbandona e combatte per Ravenna. Dopo di lui altri longobardi faranno come lui, conclude Borges, si fecero...

Una mostra alla Fondation Henri Cartier-Bresson / Vedere Parigi con Eugène Atget

“La fantasticheria contemplativa liberamente divagante non si addice alla loro natura. Esse inquietano l’osservatore; egli sente che per accedervi deve cercare una strada particolare”: così Walter Benjamin parlava, nel 1939, in occasione della seconda stesura del suo testo più noto delle fotografie di Eugène Atget. Per l’osservatore odierno, nulla si è perso dell’aura enigmatica che le avvolge, complice anche la scenografia delle sale della Fondation Henri Cartier-Bresson che, in occasione della mostra ora in corso fino al 19 settembre “Eugène Atget, Voir Paris”, si presentano in una penombra favorevole alla conservazione delle delicate stampe d’epoca e alla contemplazione inquieta del loro mistero.   Parigi vista da Atget è uno dei due grandi protagonisti della mostra, Atget fotografo e poeta visionario della ville ne è il perfetto e necessario pendant: le fotografie esposte sono stampe originali realizzate dallo stesso fotografo tra la fine del XIX et l’inizio del XX secolo, su una sottilissima carta posta a contatto con un negativo su lastra di vetro, esposto alla luce naturale. Annotate e numerate a mano dall’autore sul retro, sono così classificate secondo i temi e...

Cambiamento climatico / Siracusa: cinquanta gradi all’ombra

E così ci siamo ritrovati su tutti i giornali e sui siti internet. Ma no, non era per la mafia la corruzione la degradazione, la povertà. E nemmeno per – che suonino i mandolini – il sole il mare la storia i monumenti le bellezze il cibo (anzi, il “food”). Nossignore, qui a Siracusa ci siamo ritrovati su tutti i giornali perché abbiamo battuto il record europeo del caldo. Altro che olimpiadi. Per la precisione, a batterlo è stata la cittadina di Floridia, a due passi da Siracusa, nelle cui contrade si è registrata la temperatura di 48,8 gradi, se non erro. Decisamente una novità il fatto di ritrovarci nelle prime pagine non per un fatto di sangue o corruzione e peculato; o per qualche servizio tutto caponata-bellezza-vacanze. Ma la verità è che avremmo preferito farci notare per un altro tipo di record.   Che so, quello per i trasporti urbani più efficienti, per la miglior percentuale di raccolta differenziata, per il minor tasso di abbandono scolastico, per la sconfitta della mafia e dei free rider che si sono incistati nelle nostre città del Sud e continuano a campare a scrocco sulle spalle dei poveri cretini che pagano le tasse. Questo sì che ce lo saremmo auspicato. La...

Scoiattoli e topo / Roditori ovunque

Cip e Ciop, Squitto, Alvin, Rodney, eccetera. Perché gli scoiattoli piacciono così tanto a grandi e piccini? Per la loro coda? Per la rapidità dei loro movimenti? Perché saltano di ramo in ramo? Perché salgono e scendono dagli alberi con grande agilità e eleganza? Gli scoiattoli hanno senza dubbio qualcosa di speciale, tanto speciale che ci rifiutiamo di considerarli semplici roditori affini ai topi e ai ratti, così che quando li incontriamo nei parchi cittadini ci diamo da fare per cercare di farli avvicinare fino a prendere il cibo dalle nostre mani. Perché? Da molti anni gli scoiattoli vivono accanto a noi e non più nelle foreste. Nei grandi giardini e negli spazi alberati delle città sono così abituali e consueti da essere oramai parte della fauna stanziale, mentre, come scrive il biologo ed ecologo Josef H. Reichholf in Scoiattoli & Co. (tr. it. di Elena Sciarra, Aboca) molti bambini delle zone rurali oramai conoscono questo roditore solo per averlo visto sui libri illustrati. Nella classifica, seppur provvisoria, degli animali più famigliari occupa un posto in alto insieme a conigli, volpi, ratti, topi, ricci. La prima caratteristica evidente degli scoiattoli è la loro...

Due libri / Il respiro della Cina contemporanea

Pazza idea. Leggere libri di autori italiani sulla Cina e sull’Asia, e immaginare equivalenti libri sull’Italia e l’Europa: cosa se ne racconterebbe a un lettore lontano, ignaro, incuriosito da una vicinanza al nostro mondo che è di per sé una novità? Di questi tempi piovono, i libri sulla Cina e sull’Asia. Li scrivono bravi giornalisti e sinologi, era ora; leggendo trecento pagine ci si fa un’idea, a volo d’angelo. Per forza accade che il mio pensiero sia: si potrebbe scrivere sull’Italia o l’Europa così? Meglio: come sarebbe interessante riassumere in un solo volume il mio paese e l’umanità che mi circonda in questo momento di buriana. Quali temi sceglierei, dovendo spiegare il noi qui ora a un lettore cinese? E così come discettando di Cina ci si riferisce al confucianesimo, che data due millenni, come riferirsi qui al cristianesimo o all’illuminismo, al loro viaggio al termine nel mondo nostro, all’esaurirsi, sperando in un nuovo, meglio o peggio che sia.  Che poi la sensazione di esaurimento mi porta a guardare il bello dell’Asia oggi: il continente che ci ripresenta il movimento, la novità, lo sviluppo e perfino quel campo di forze antico: il progresso. ...

Cesare De Marchi, L’inseguitore / Gabi disparue

Karl è appena andato in pensione, lasciando senza rimpianti la scuola dove per decenni ha insegnato. Abitudinario, avvezzo alla solitudine, si dispone alla nuova vita pianificando un intenso programma di letture; rispettarlo gli risulta però alquanto più ostico del previsto. A seguito di un’estemporanea incursione su Facebook entra in contatto con una donna molto più giovane di lui, Gabi. Ha inizio così una storia d’amore tanto inattesa quanto asimmetrica: Gabi infatti ha un lavoro impegnativo, che le impone frequenti assenze; e sull’una e l’altra cosa ella mantiene una rigorosa riservatezza. Karl vorrebbe saperne di più, ma è costretto a rassegnarsi: non senza rendersi conto, tuttavia, che il loro legame ne è incrinato, perché la vita di Gabi è troppo diversa dalla sua. «La persona di lui, l’amore stesso sincero e indubitabile che gli portava, per lei erano solo una parte di un’esistenza ben più larga e disposta al possibile.   Per lui l’orizzonte si era aperto e si richiudeva con lei. Impossibile non prenderne atto, impensabile vivere come prima». Per ingannare gli intervalli, Karl riallaccia i rapporti con il quasi omonimo Carlo, un medico che gli era stato amico parecchi...

Paesaggi politici / Antropocene, Mediterraneo e giardini

Sembra che a Pantelleria, definita dai dépliant turistici “la perla nera del Mediterraneo”, si trovi una versione in miniatura del paradiso terrestre. Rispetto a Lampedusa, che gli onori della cronaca ci rimandano – tristemente – come un territorio dove è agevole sbarcare, Pantelleria ha costoni scoscesi lungo quasi tutto il suo perimetro. Nelle lunghe settimane battute dal vento, ai mercanti di ossidiana che la frequentavano da millenni sarà parsa inavvicinabile o, se già lì, impossibile da lasciare. Seneca, il primo dei suoi visitatori illustri, ne parlava come di “deserta loca et asperrima”, e ancora nel Settecento il geologo Donald de Dolomieu (prima di dare il suo nome alle Dolomiti alpine) dovette rinunciare ad approdarvi a causa delle alte onde che da troppo tempo la circondavano. Così, fu usata a lungo come luogo di confino per criminali o prigionieri politici; ed è stato necessario l’arrivo di Gabriel García Márquez, che se ne innamorò inserendola in diversi suoi racconti, per invertire la tendenza e fare di quest’isola vulcanica, arida e, appunto, ventosissima un luogo cool e anticonformista, frequentato da tossici in cerca di pace, nudisti scapestrati e variegati...