Cartolina dal Guang Xi; i villaggi dei morti

5 Aprile 2025

È da qualche anno che gli amici Zibo e Xiaoyi mi promettono di portarmi a visitare 'la prossima volta' una zona molto interessante e particolare al confine fra lo Hunan e il Guangxi, nel Sud della Cina: lo Xiangxi. Me la descrivono e mi mostrano immagini, raccontano storie di sciamani e di villaggi dove i defunti tornano a reincarnarsi poco dopo la morte. E io rimango appesa a quella 'prossima volta' (xia ci 下次), che mi sembra un'espressione insopportabile perché rinuncia all'oggi per un futuro inesistente. Ma 'la volta' è arrivata e siamo in partenza per Guilin, capitale del Guangxi, da cui un'auto ci porterà nello Xiangxi, appunto. Poco prima della partenza Zibo con aria titubante mi confessa che quella zona è chiusa agli stranieri perché – aggiunge davanti al mio sguardo interrogativo – a quanto pare c'è una base militare nascosta sotto le montagne. Mi è già capitato molte volte di finire senza volerlo dentro o vicino a luoghi sensibili di quel tipo, la notizia non mi preoccupa più del dovuto, anche se so che negli ultimi anni tutte le regole sono diventate più rigide e gli stranieri non sono trattati così bonariamente come in passato. Che si fa? Beh... si prova, il nostro interesse è rivolto alla vita delle persone del luogo, alle architetture, alla natura e non certo agli armamenti. La mattina dopo l'arrivo ci avviamo verso i villaggi dell'etnia Dong 侗, qui dominante, che promettono architetture finalmente diverse da quelle così diffuse ovunque. E in effetti una volta arrivati in campagna la musica cambia, nei paesi ci sono ancora molte costruzioni in legno, in gran parte però disabitate. Davanti a una c'è un cartello in cinese e inglese che recita: "Questa casa vecchia di cento anni è stata costruita senza un singolo chiodo, a dimostrare l'abilità dell'etnia Dong. È ancora in buone condizioni nonostante nessuno ci abiti. Viene considerata un simbolo di fortuna perché ci sono vissute più di sette generazioni." Duole constatare come anche qui le abitazioni tradizionali non siano quasi più utilizzate: si offrono abbandonate al visitatore, con ambienti desolati e oggetti in disordine che fanno rimpiangere l'operosità di un tempo. A poco a poco in tutta la Cina i centri abitati con qualche pregio architettonico si svuotano e diventano mete turistiche prive di vita reale e autonoma, e anche se qui i visitatori sono rari, è chiaro che la direzione è quella. Le architetture più interessanti e imponenti sono le 'torri del tamburo', (gulou鼓楼), edifici 'collettivi' divisi per donne e uomini, i cui tetti sovrapposti con giochi di travi sfasate svettano su tutti gli altri.

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Torre del tamburo chiamata Fuxing lou 福星楼

 

Al pianterreno ci sono panche su cui si chiacchiera, si gioca a carte, si fa il pisolino (ma solo gli uomini! Le donne sono sempre sveglie), si fissa il vuoto con espressioni assorte, si guarda la televisione se c'è, si alimenta il fuoco acceso al centro. In alcuni casi al secondo piano, con pavimento anch'esso in legno, sono conservati strumenti musicali di bambù, a fiato, fotografie, oggetti utilizzati nelle festività. Conto otto o nove tetti sovrapposti, suddivisi su otto lati; i più alti a volte hanno orientamenti sfalsati rispetto agli altri. Il gioco di tettoie è sostenuto all'interno da teorie di pilastri a vista in legno, rotondeggianti, spesso rastremati verso il basso. Quelli portanti arrivano fino a terra, altri sono molto corti e collegano fra di loro le travi orizzontali, rettangolari. Anche le tegole di terracotta che ricoprono l'edificio sono perfettamente visibili dall'interno dell'edificio, appoggiate sulle assi allineate con cura. Le torri ad uso collettivo sono decisamente ancora il centro della vita locale, frequentate soprattutto da persone di età piuttosto avanzata perché, come in tutte le zone rurali, i giovani sono andati a lavorare altrove.

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Uomini in ozio nella torre del tamburo.
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Consesso di donne al sole.
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Vista dall'interno di una torre del tamburoVista dall'interno di una torre del tamburo

 

Un'altra particolarità architettonica della zona sono i ponti chiamati 'vento e pioggia' (fengyuqiao 风雨桥), bellissime ed elaborate costruzioni che in molti casi servono non solo all'attraversamento di fiumi e torrenti, ma fungono anche da luogo di incontro, con panche su tutta la lunghezza, da luoghi di mercato e sono a volte protetti dalle intemperie con una parete di legno. Xiaoyi da qualche anno si dedica a dipingere en plein air architetture e paesaggi naturali, risiede e lavora a Shenzhen a due passi dal confine per Hong Kong ma torna spesso a casa; la nonna abita ancora da sola in una casa di legno tradizionale. Questa sera siamo invitati a cena da lei insieme ai genitori, e pregusto il raro piacere di entrare in una casa di quel tipo ancora viva. Guardando le opere di Xiaoyi, ad acquerello o a olio, in cui descrive nei minimi dettagli architetture vernacolari oppure montagne rocciose, torrenti o anche le acque del mare, sono colpita dalla sua concentrazione e dalla sua pazienza. La decisione di dipingere dal vivo, componente della tradizione pittorica sia occidentale sia (seppur meno) orientale, assume qui aspetti molto personali. La scelta dei luoghi, della prospettiva, il restare a lungo seduto di fronte al soggetto, equipaggiato di tutto il necessario ma senza nulla di superfluo, e soprattutto quelle ore dedicate all'osservazione, rappresentano un modo di vivere oltre e più di una pratica pittorica. Dimostrano l'intento coraggioso di volersi affrancare dal ritmo travolgente subìto nelle città, e un consapevole dissociarsi da quel concetto di 'contemporaneità' dell'arte basato su caratteristiche omologate ed omologanti, consolidatosi negli scorsi decenni in Occidente e diffuso ovunque, indipendentemente dalla personalità e dalla cultura del singolo artista. Anche la parola in Xiaoyi è molto descrittiva: nella precisione e nell'attenzione dettagliata con cui si esprime comunica il suo modo di essere. Ci racconta che quando era piccolo doveva viaggiare con un amico un giorno intero per arrivare in città – lontana non più di cento chilometri – dove seguiva lezioni di pittura, già allora la sua passione. Portava con sé il semplice cibo preparato dalla mamma e lo faceva durare per qualche giorno. Nel suo hukou (户口, certificato di residenza) è registrato – per qualche motivo ormai dimenticato – come esponente dell'etnia Dong, per quanto entrambi i genitori siano Han, e ciò gli ha portato il vantaggio di essere ammesso in un'università dedicata alle minoranze etniche, ma anche risvolti meno favorevoli. Per esempio chissà perché non può ottenere il permesso per andare a Hong Kong.

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Torre del tamburo con palco per spettacoli

 

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Dipinto di Wang Xiaoyi davanti al soggetto, 1.

Abbiamo già visitato uno o due villaggi Dong e stiamo andando a vedere alcuni ponti 'vento e pioggia' particolarmente ben conservati che Xiaoyi vuole mostrarci, quando si fermano vicino a noi due poliziotti in moto. Capisco subito che non si tratta di un caso e mi irrigidisco un po'. Si rivolgono direttamente agli amici cinesi e chiedono informazioni, poi mi fanno una foto e ci chiedono di lasciare immediatamente la zona. Il confine con il Guangxi è solo a sette chilometri, e di là non ci sono restrizioni. I miei amici sono costernati, sanno che la targa dell'auto è sicuramente registrata dalle molte videocamere sistemate ovunque e quindi non è il caso di intestardirsi, potrebbe succedere di peggio.

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Ponte 'vento e pioggia' nello Xiangxi

 

Dopo un lungo tunnel siamo nel Guangxi e devo ammettere di sentirmi meglio; ora a malincuore dobbiamo chiedere ai genitori di Xiaoyi di interrompere la preparazione, senz'altro laboriosa, della cena. Nel Guangxi il paesaggio non è cambiato molto; anche qui ci sono villaggi Dong e li esploriamo a piedi, passando dall'uno all'altro su mulattiere serpeggianti fra campi di riso o piantagioni di tè. Arriviamo ad un villaggio più bello degli altri perché meglio conservato, con poche costruzioni nuove, e Xiaoyi scopre su internet che c'è anche un alberghetto; dall'alto di una collina coperta di alti bambù fruscianti lo identifichiamo perché è un edificio più chiaro degli altri. Dentro tutto profuma di legno ed è molto pulito; mi ricorda un po' l'Alto Adige. Le stanze sono perfette, evidentemente qualcuno sa bene di che cosa hanno bisogno i turisti che vengono dalla civiltà. Cominciamo a vedere con un altro occhio l'increscioso incidente di poco prima; i poliziotti ci hanno evitato di dover tornare in quell'albergo così anonimo dello Hunan. Si tratta ora per Zibo e Xiaoyi di andare a recuperare i bagagli, mentre io rimango ad osservare il calare del sole sulle vecchie case e sulle 'torri del tamburo' con un traboccante senso di letizia, perché per una volta nulla stona nel paesaggio.

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Piccoli appezzamenti coltivati a camellia sinensis (tè).

 

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Villaggio di Gaoyou

 

La sera c'è un colpo di scena: Zibo esce eccitato del bagno a piano terra dove scopriamo essersi rifugiato un serpentello a righe gialle e nere, un po' intorpidito: è un esemplare molto velenoso e il gestore si precipita ad eliminarlo. Nelle passeggiate dei giorni successivi ne incontriamo altri due, diversi, fra cui un esemplare di 'serpente dei cinque passi' dal morso mortale, che per fortuna si dilegua velocemente.

Una mattina piove e Xiaoyi propone di tornare nello Hunan a vedere quei ponti a cui tiene molto; io potrei tenere il cappuccio e coprirmi il viso con una mascherina. E allora partiamo! Tutto va bene questa volta anche perché in giro non c'è un'anima. Il ponte di Pingtan 坪坦 è speciale, sul sommo fra gli spioventi sono avvinghiate figure di draghi che si fronteggiano, mentre a metà si staglia una torre formata da strati di tettoie sovrapposte messe in forma circolare. Altre due meno elaborate, rettangolari e più basse sovrastano le due estremità. Sull'unica parete che chiude tutto un lato del ponte ci sono dipinti un po' naif di episodi storici o leggendari, compreso uno della Lunga Marcia. Nei villaggi ci imbattiamo in molti piccoli templi: al 'dio del temporale' (雷祖庙 lei zu miao), del 'monte meridionale' (南岳庙nanyue miao) oppure della 'luna del sud' (南月庙 nanyue miao), chiaramente legati ai culti animisti dell'etnia Dong o Miao 苗, ma non mancano il tempio di Confucio (孔庙 Kong miao) e quello al 'nume tutelare locale' (城隍庙 Chenghuang miao), dedicato a un personaggio importante della storia del luogo: un eroe, un funzionario benefattore e simili, che viene deificato. Questi ultimi due, molto comuni presso gli Han, guarda caso sulla mappa turistica all'entrata del paese sono scritti in caratteri più grandi.

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Ponte 'vento e pioggia' Pingtan nello Xiangxi

 

Si ha la sensazione che ogni sentimento religioso o anche culturale venga sostituito a poco a poco da vuote apparenze, ma gli esseri umani sono pieni di risorse e potrebbero riservarci delle sorprese, soprattutto in queste regioni così misteriose.

In copertina, Sculture di legno in un tempio di divinità locali.

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