La città delle donne

17 Dicembre 2023

Un gruppo di giovani donne invade lo spazio pubblico per le strade della città. Lo sfondo vivace di New York degli anni ’80 riflette l’energia del pensiero femminista. È il 1983 e il video "Girls Just Want to Have Fun" di Cyndi Lauper celebra la vita urbana attraverso il corpo delle donne. Mentre si susseguono brevi frame della madre ritagliata in cucina, Cyndi Lauper usa la città come luogo e posta in gioco della lotta ai limiti tradizionali della vita domestica, riprendendo il filosofo marxista francese Henri Lefebvre in Il diritto alla città (Ombre corte, 2014). In altre parole, la città è il luogo in cui farsi ascoltare ed è anche il luogo per cui stiamo combattendo. 

Il senso delle donne per la città. Curiosità, ingegno, apertura (Einaudi, 2023), scritto da Elena Granata, professoressa di Urbanistica presso il Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano, è un'indagine profonda sulla città guidata da una prospettiva femminista. Granata racconta di architette, pedagogiste, filosofe, giornaliste, scrittrici, ricercatrici, designer, o impegnate in più di una di queste professioni, tutte accomunate da un carattere comune: sono “capaci di un pensiero alternativo e inedito sulla città e sugli spazi”.  

“Porre l’accento sul capitale femminile consente di spostare l’attenzione sugli impatti che il contributo delle donne ha sulla società nel suo insieme: un lavoro nascosto, di cura, di manutenzione delle relazioni, di custodia dei più piccoli e dei più anziani, ma anche un lavoro pubblico, nei vari campi della conoscenza, di intelligenza e strategia.”

Da Jane Jacobs a Sarah Robinson, da Lucia Tozzi a Carolina Criado Perez, fino a Charlotte Perriand e Leslie Kern, il libro è una raccolta di pensieri e pratiche di pensatrici dell’architettura. Trasferire a livello urbano una lettura delle diverse esperienze e identità, considerare come la propria presenza modifichi lo spazio, è il primo passo per decostruire l’idea di un cittadino ideale. Il libro di Granata fa il grande sforzo di affrontare questa prospettiva analizzando i tentativi che la cultura del progetto ha portato avanti. 

Una premessa è importante. Pensare a una città femminista non significa avere più “api regine”, più donne in posizione di comando per finalmente abitare un mondo più attento, più equo nell'accessibilità alle risorse urbane da parte di tutti. L'obiezione che viene mossa da Granata alla città femminista è ben precisa: non pensare (soltanto) ad avere più donne in posizione apicale, ma provare a mettere in discussione il modo in cui i sistemi complessi funzionano, e con loro i relativi modelli di governance. 

“Non basta che alcune donne sostituiscano alcuni uomini; le donne devono, insieme agli uomini, cambiare i sistemi e i modelli di decisione, di comando e di strategia in chiave più collettiva, cooperativa, secondo logiche di intelligenza connettiva, producendo pensiero e valore condiviso.”

Granata ci invita a rileggere la città attraverso una lente intersezionale, evidenziando e contestualizzando limiti ed ingiustizie radicate alla città, a partire dal linguaggio con cui le descriviamo, dalle categorizzazioni ereditate dalla tradizione accademica e gli standard urbanistici basati sul modello del “maschio bianco”, sottolineando la necessità di una visione più ampia ed inclusiva. 

“Il termine rinvia più efficacemente non tanto a un target quanto a un format, a un'abitudine nel modo di concepire le strutture urbane, a un'inerzia del pensiero, a un limite della visione propria di chi è al comando. È il nome di una classe dirigente che ha occupato spazi di potere e di cultura, rappresentando il mondo a propria immagine e somiglianza.”

Citando Le Corbusier e il modello antropometrico le Modulor, Granata assume una posizione femminista sulla città per lottare con una serie di relazioni di potere intrinseche. Il tema del corpo nel quotidiano non è qualcosa di astratto, ma è un punto d'incontro tra esperienze personali e ambienti urbani, tra interazioni e percezioni. Questo spazio fisico diventa il punto di partenza da cui si dipana la nostra interpretazione della realtà. Leslie Kern, architetta e ricercatrice, lo descrive come un campo di indagini aperte. 

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Illustrazione di Laura Berger.

“Perché non posso salire sul tram con il passeggino? si domanda Kern architetta-ricercatrice appena diventata mamma. Perché sono costretta a percorrere mezzo chilometro in più per tornare a casa considerando che la scorciatoia è troppo pericolosa? si domanda Kern, giovane donna che si muove dentro uno spazio metropolitano a libertà limitata. Chi andrà a prendere mio figlio al campo scuola se dovessi avere un contrattempo imprescindibile? si chiede ancora Kern madre single alle prese con la difficile conciliazione tra essere madre lavoratrice con una figlia piccola, senza avere reti familiari di supporto.”

Le attiviste urbane femministe e le studiose prestano attenzione al corpo sapendo che esso è il luogo dove entrano in gioco la politica e le relazioni di potere di genere di classe, di razza, di sesso. La città, quindi, riparte dall’esperienza del corpo nella città. Scrivere della città femminista sull'onda delle domande generate dalle esperienze cittadine incarnate dalle donne è una solida base da cui mettere in discussione tutto ciò che diamo per scontato nelle città. Nel libro il racconto personale si intreccia con il tema principale, con esperienze mutevoli di Granata come docente, ricercatrice, madre e flaneur, fornendo una prospettiva unica sulla funzionalità delle città. Suggerita dalla pratica anglosassone di non porre alcuna distanza tra narrativa e saggistica, un’opera su gentrificazione e trasformazioni urbane, influenzate da fattori economici e sociali, inizia con riferimenti personali all'esperienza dell'autore come cittadino. 

Non è un semplice stratagemma retorico, ma un modo per introdurre e mantenere il tema centrale. “Il pensiero nasce dall'esperienza, la visione da letture e vita”, si mescolano in modo inseparabile. Come scritto dalla curatrice della Biennale dell’Architettura di Venezia 2023 Lesley Lokko, “architettura e scrittura sono la stessa cosa”. Sono strumenti diversi ma gli impatti che producono sono identici. Fare domande da donne sulla città significa affrontare molto più di una questione di genere. L’autrice Granata racconta piccoli tratti della sua esperienza di città. Riporta la misura della “città dei quindici minuti” proposta dalla sindaca di Parigi Anne Hidalgo, in Italia ben radicata con il welfare di prossimità tra nonni e nipoti. Delle possibilità di crescere tre figli e potersi dedicare a lavoro e ricerca, e della “protesta delle tende” degli studenti del Politecnico di Milano i primi giorni di maggio 2023. 

“Cosa accade infatti nel campo del progetto pubblico quando alla pianificazione come controllo si sostituisce una pianificazione dell’ascolto, del coinvolgimento degli abitanti, di una razionalità incrementale che procede per luoghi e progetti?” 

Se la lettura della città inizia con l’esperienza personale, la sua rivendicazione è un atto collettivo. Combattere per appartenere, per essere al sicuro, per guadagnarsi da vivere, per rappresentare le comunità e molto altro ancora. Ogni tentativo di abbozzare una visione della città femminista deve considerare il ruolo dell'attivismo. Non una battaglia o un’istanza di parte, ma un segno preciso di rispetto e libertà per tutti i cittadini in una città moderna, aperta e plurale. Come esempio di città equamente condivisa, l’autrice si misura rispetto alle tematiche di genere con la virtuosa sensibilità di altre metropoli come Vienna, Praga, Toronto. L’autrice riporta esperienze quali il primo complesso di appartamenti progettati per donne Frauen-Werk-Stadt o Women-Worker City, avviato nel 1993 nella città di Vienna. Dall’odonomastica al femminile all’attenzione di progetti di parchi pubblici con aree di giochi non solo sportivi, praticati più da maschi, ma dividendo le aree verdi in zone di minore estensione ma più tranquille e riparate, affinché il tasso di abbandono delle bambine diminuisse drasticamente. L’esperienza della città di Praga attraverso la guida How to Design a Fair-Shared City che costruisce un modello di politiche locali attente alle fasce più a rischio di esclusione, come giovani donne, anziani, persone con disabilità mentale, genitori con bambini molto piccoli. Un lavoro di divulgazione e educazione allo spazio che sta prendendo piede anche in Italia, con l’associazione di promozione sociale Sex and the City, di Florencia Andreola ed Azzurra Muzzonigro. L’evoluzione dell’urbanistica femminista, da cultura oppositiva di genere si sta trasformando in una delle prassi e degli usi della città per tutti. È il plurale, il molteplice e l’apertura in grado di differenziare un sistema e permettere la sua crescita. 

Tocca scontrarsi con il titolo del libro, sul senso delle donne per la città. Elena Granata racconta come le prospettive femministe siano state storicamente marginalizzate dal processo costruttivo. “Non potendo costruire hanno scritto. Di case, di città, di quartieri in formazione.” L’autrice non si limita a una critica del passato, ma proietta una visione positiva e proattiva per il futuro, incoraggiando l’attivazione del pensiero femminista nella pianificazione urbana. È un manifesto per un cambiamento necessario e urgente. In questo contesto in cui ripensare la relazione tra spazi e vita, tra tempi quotidiani e aspettative di benessere, tra natura e città, la prospettiva da cui guardare appare cruciale. Le donne hanno maturato un pensiero pratico sulla città, unito a una incisiva capacità d'azione, che presto dovrà farsi largo e prendere forma. “Le città ne hanno un disperato bisogno.” 

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