Prima parte / Nuove cartoline dai morti (I)
La signora che faceva la chemioterapia vicino a me leggeva sempre i fotoromanzi.
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Mi piacerebbe che qualcuno lo facesse sapere a Tonino, il carpentiere siciliano che lavorava con me in Svizzera. Non mi ricordo di che paese era e non mi ricordo neppure il cognome. Aveva i baffi e gli piacevano gli spaghetti col tonno.
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Tenevo la mia mano stretta nella sua. Lei guidava, mi stava portando in ospedale. Ci stavamo amando e ora io stavo morendo. Fuori pioveva, la pioggia bucava il vetro, arrivava ghiacciata sul mio petto.
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Lo sapevo che sarei morto a marzo. Lo avevo capito a ottobre che sarebbe stato il mio ultimo inverno. E ora sono qui senza cappotto, con un vestito elegante che non mi ero mai messo.
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Chi mi veniva a trovare sotto sotto sperava che io non guarissi, e così è stato.
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La malattia mi ha cambiato la faccia, me l’ha fatta più grossa. Sembrava che avessi due facce. Due giorni in ospedale e poi mi hanno rimandato a casa. Sognavo di morire nell’ambulanza. E invece sono rimasta altri tre mesi nel letto. Sono morta una sera di febbraio. Tirava un vento fortissimo. Sentivo che quel vento mi stava cercando, era venuto a portarmi via.
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Sono l’avvocato Pandiscia. Sono solo nella cappella di famiglia da più di trent'anni.
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Non sarebbe male se qualcuno potesse accorciarmi i baffi nella foto sulla lapide.