David Foster Wallace. Come diventare se stessi

7 Novembre 2011

Quasi nessuno aveva letto Infinite Jest quando David Lipsky venne mandato dalla rivista “Rolling Stone” a intervistare David Foster Wallace; ma lui era già una celebrità. Quasi nessuno poteva avere letto il romanzo per la semplice ragione che le millequattrocento pagine scampate ai dolorosissimi tagli imposti dall’editor avrebbero richiesto almeno due mesi e mezzo di dedizione pressoché totale per essere adeguatamente assimilate, e la campagna pubblicitaria, invece, era partita in coincidenza con l’uscita del libro, appena una ventina di giorni prima. Ma il faccione di Foster Wallace, con la fronte attraversata dalla famosa bandana - inaugurata per impedire al sudore di gocciolare sulla macchina da scrivere elettrica provocandogli una scossa, e mai più lasciata per “paura che mi esploda la testa” - era già comparso su “Time” e su “Newsweek”, e la rivista “Esquire” aveva speso per lui niente meno che la parola genio. Alcuni dei suoi fan, del resto, all’uscita di Infinite Jest erano ancora freschi di esclamativi, perché quello stesso anno, il 1996, era comparso su Harper’s il racconto della crociera extralusso alla quale David Foster Wallace si era sottoposto su e giù per i Caraibi, un pezzo di bravura destinato a diventare famoso con il titolo Una cosa divertente che non farò mai più (minimum fax, 1998).

 

Quanto a David Lipsky, era alla sua terza intervista con un personaggio famoso e alla sua prima conversazione con uno scrittore: da Foster Wallace, che aveva allora trentaquattro anni, quattro più di lui, avrebbe voluto cavare succose rivelazioni sulla sua dimestichezza con la droga e, possibilmente, qualche assaggio di cosa significhi essere depressi: insomma dettagli sullo stile di vita piuttosto che su quello letterario. I due passarono insieme cinque giorni, gli ultimi del tour di presentazioni di Infinite Jest, e tutta la sbobinatura di quanto si dissero è ora leggibile anche in italiano, tradotta da Martina Testa per minimum fax con il titolo Come diventare se stessi (Sotterranei, pp. 443, euro 18,50). Nulla di comparabile all’impegno maniacale con il quale David Foster Wallace ha sempre scelto le parole viene fuori dall’intervista, che tuttavia raccoglie alcuni frutti della vivacità mentale dello scrittore americano, informazioni interessanti e esercizi di ironia alternati a qualche rapsodica presa di contatto con i ricordi del suo breakdown depressivo – “vedevo il filtro che mi scendeva davanti agli occhi, non so se mi spiego, vedevo come distorceva le immagini”.

 

Era il 1989, DFW aveva dovuto interrompere il suo corso di filosofia a Harvard per scegliere di ricoverarsi all’ospedale psichiatrico McLean’s, “l’atto più coraggioso che abbia mai fatto”, raccontò, “la prima volta in vita mia che mi trattavo come avessi davvero un valore”. Tra i venti e i trent’anni, la pressione delle enormi aspettative riposte nel suo talento già evidente lo avevano esasperato: la sua tesi di laurea, rielaborata, aveva preso la forma di un primo romanzo fluviale, La scopa del sistema, alle cui proposte di editing aveva ribattuto con una lettera di diciassette pagine dove spiegava che tutto il libro andava inteso come “una conversazione tra Wittgenstein e Derrida”. La sua seconda uscita, il racconto lungo titolato Verso Occidente, suonava come “una chiamata alle armi della metafiction postomoderna”: detto in altri termini, rifaceva il verso a John Barth. Questi i precedenti. Non a caso, DFW si ritrovò a dire, nell’intervista a Lipsky: “le parti di me che pensavano fossi diverso, più intelligente o quello che era, mi hanno quasi portato alla morte”. Allora, la possibilità che ogni frase uscita dalla sua penna fosse men che fantastica gli era intollerabile. Il gusto di lavorare a lungo sulla pagina era venuto più tardi, e con questo la consapevolezza di essersi costruito “dei muscoli interiori” che, all’uscita di Infinite Jest,lo autorizzavano finalmente a sentirsi uno scrittore. Il momento era arrivato di “starsene seduti in prossimità degli allori e guardarli con affetto”. Certo, la visibilità ottenuta come persona non avrebbe giovato alla sua scrittura, ma valeva la pena correre il rischio se almeno fosse stato possibile “rimediarci un po’ di sesso”. Purtroppo, dice, non andò così. Tuttavia Lipsky assicura che DFW “pompava fascino come un reattore”, il che naturalmente era basato su un pregiudizio, ossia sulla leggenda rapidamente diffusa circa il suo talento di scrittore; ma poi, alla prova dei fatti, chiunque lo abbia conosciuto può testimoniare di un fascino tutto vero.

 

Difficile pensare che le folle siano state rapite nei gorghi delle sue note a piè di pagina, certo è che l’intelligenza ansiosa nascosta dietro il bisogno di rendere conto di tante e diverse prospettive deve avere lusingato l’amor proprio di molti lettori, e quella implicita chiamata alla violazione del senso comune deve avere fatto il resto. D’altronde, stando a quanto racconta lo stesso Lipsky nella sua bellissima postfazione, già quando venne pubblicato lo sterminato resoconto che DFW scrisse sulla crociera nei Caraibi non poche persone se ne leggevano brani al telefono, lo fotocopiavano, lo faxavano, insomma gli tributavano le attenzioni dovute a un feticcio. Non sarebbe stato dunque possibile, dopo la sua morte, evitare la tentazione di dare alle stampe anche ciò che lo scrittore americano non aveva licenziato: così, l’ultimo romanzo al quale stava lavorando, The Pale King è stato fatto uscire la scorsa primavera in America con il sottotitolo “romanzo incompleto” e a novembre sarà pronta la traduzione di Einaudi. Il fatto stesso di stabilire la successione dei capitoli - in questo romanzo che ha tra i suoi temi principali la natura della noia e come set l’agenzia tributaria americana - ha comportato un notevole arbitrio, per non parlare delle centinaia di pagine estromesse; ma secondo il ragionamento dell’editor storico di DFW, Michael Pietsch, il fatto stesso che l’autore abbia preservato il dattiloscritto nonostante l’intenzione di suicidarsi, e il posizionamento al centro della sua scrivania di duecentocinquanta pagine apparentemente ultimate, starebbero a indicare l’intenzione di rendere pubblico il romanzo. Del resto, ha commentato la sua agente Bonnie Nadell, “quando muori sono gli altri a prendere le decisioni per te.” A favore della pubblicazione parlano i dodici anni di lavoro riversati nel libro, mentre a sfavore si potrebbe citare quel che DFW disse a Dave Eggers nel 2003, nel corso di una intervista destinata a The Believers: “Ciò che la gente alla fine legge, della roba che scrivo, è il prodotto di una specie di lotta darwiniana nella quale solo le cose che per me, a livello empatico, sono vive, solo quelle vale la pena di finirle, sistemarle, editarle, adeguarle alle norme redazionali, ritoccarle nei minimi dettagli e così via.” Una sensazione, questa che valga solo ciò che sulla pagina sembra animarsi di una esistenza propria, esplicitata anche nella intervista con Lipsky, quando DFW dice “sento come se i personaggi mi parlassero. Sento che quella pagina, che quella pagina, è una cosa viva.”

 

Poco disponibile a commuoversi per ciò che usciva dalla sua testa, l’autore di Infinite Jest aveva tuttavia preso gusto alla fatica di scrivere, come lui stesso dice nei passaggi dedicati al suo lavoro, mentre della persona che era rende meglio conto la postfazione di Lipsy, che sta alla intervista come la verità narrativa sta alla verità storica nei resoconti dei casi clinici: la prima è un costrutto creativo guidato dalla ricerca del senso, ricerca “particolarmente insidiosa – ha scritto uno psicoanalista di nome Donald Spence - perché riesce sempre”; la seconda è una attività ricostruttiva, che pesca da quanto documentato nel passato. Le due verità, naturalmente, esibiscono non poche costanti. Per esempio, il giusto peso attribuito da DFW alla fama: “a gran parte delle persone intelligenti” – ha detto – capita di rendersi conto che “questa considerazione degli altri nei nostri confronti, non è abbastanza nutriente per impedirci di spararci in testa”. 

 

 

La recensione di Francesca Borrelli è apparsa su Alias - Il Manifesto.

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