Abusi sessuali

Psicoanalisi e Chiesa Cattolica

 

La storia della psicoanalisi ci consegna un problema etico, che contiene – fatte le inevitabili differenze – paradigmi utili anche per la Chiesa Cattolica: la quale, in forma ricorrente, deve affrontare i casi di abuso commessi da sacerdoti.

Nelle prime generazioni, gli analisti erano prevalentemente uomini e le pazienti donne. In alcune occasioni, l’estrema intimità che si crea nel processo analitico è divenuta anche sessuale. Come la Chiesa, le società analitiche hanno cercato di affrontare questi problemi con procedure interne. Come per la Chiesa, questo ha due implicazioni: da un lato, permette che l’estrema delicatezza delle rispettive materie (l’educazione religiosa e il processo psicanalitico) non venga affidata a un apparato giuridico impersonale e impreparato. Dall’altro, sia le società analitiche sia le istituzioni ecclesiastiche hanno seguito questa strada anche per proteggersi dallo scandalo pubblico.

 

Libertà e abuso

 

La valutazione di un rapporto sessuale come atto libero o abuso varia, prima di tutto, con l’età del presunto abusato: questo è un fatto assolutamente naturale, legato alla crescita. Un bambino desidera sia abbracci sia dolciumi. Può lasciarsi sedurre. Crescendo, potrà capire che quell’adulto, il quale dava a lui caramelle e affetto, in realtà prendeva per sé. Travalicare i limiti dell’intimità durante lo sviluppo psichico porta al formarsi di un Io che può rimanere, anche da adulto, permeabile, fragile, impaurito. Questo complica le terapie con cui si cercherà di rimediare alla violenza. Dall’altra parte, però, spesso chi è stato vittima di abuso matura nel tempo una particolare profondità morale, non così diversamente da chi ha superato esperienze di guerra o di internamento: in un certo senso, è anche lui un sopravvissuto.

 

Relatività storica e culturale dell’abuso

 

Ancora più evidente è la variabilità storica dell’abuso. La definizione di molti crimini – per esempio il furto – cambia poco nei millenni. Invece, fino alla seconda metà del secolo XIX in diversi paesi esisteva la schiavitù: quella che oggi appare forma più che ovvia di ab-uso – il rapporto sessuale del padrone con una schiava – era uso. Lo schiavo, infatti, era una proprietà. In Europa esiste poca consapevolezza di quello che, in ogni senso, è stato un cuore nero d’America: nel Vecchio Continente le proteste degli afro-americani giungono soprattutto come lontana eco di rivendicazioni socio-economiche, espresse oggi dal gruppo più povero dei ricchi Stati Uniti. Ma sono ben di più. Da quando esiste la genetica, tutte le analisi hanno confermato che, oltre a un’ovvia maggioranza di caratteri provenienti dall’Africa Occidentale, nel sangue degli afro-americani c’è anche tra un'altissima percentuale (circa un quarto) di traccia genetica trasmessa da maschi bianchi. Un gigantesco stupro, trauma storico di cui nessun libro aveva parlato, viene alla luce con un secolo e mezzo di ritardo. Decine di milioni di persone sono sconvolte da questa immagine, nuova ma vera: esse esistono, sono in vita, perché è stata commessa – nel silenzio, nella completa impunità – una violenza sessuale vasta come un continente.

Per non essere abuso, un rapporto sessuale deve avere il suo posto nelle leggi in vigore e nella mentalità prevalente: questo però è variabile. La valutazione dei reati sessuali è radicalmente cambiata non solo dall’abolizione della schiavitù, ma durante l’ultimo mezzo secolo, attraverso la clinica psicoanalitica e psicoterapeutica.

 

Spesso si pensa, soprattutto in Italia, che la cresciuta sensibilità verso ogni abuso sessuale abbia origine negli USA (o nei paesi anglosassoni) e derivi dall’importanza del “politicamente corretto”. Invece, il radicale cambio di prospettiva non proviene da nuove tendenze politiche o giuridiche, ma dagli studi clinici sugli effetti del trauma. Essi si sono estremamente differenziati e raffinati, in ogni direzione. Nell’individuo, le conseguenze di un serio evento traumatico restano identificabili per tutta la vita: e la violenza sessuale, che include la categoria di abuso, è fra i traumi gravi. Con gli ultimi decenni si è sviluppata inoltre una vasta letteratura sulla permanenza di cicatrici psichiche non solo durante la vita della vittima, ma anche attraverso le generazioni: in Europa, fra i discendenti dei sopravvissuti al genocidio ebraico; mentre negli Stati Uniti riguarda proprio la persistenza di sofferenze ereditate dalla schiavitù.

 

La contagiosità psichica dell’abuso

 

La permanenza dei traumi da abuso sessuale è legata anche a un circolo vizioso non sufficientemente noto. L’abuso è così difficile da estirpare perché, se scaviamo nel passato di un abusatore, quasi sempre scopriamo che egli è stato a sua volta abusato, soprattutto nell’infanzia. L’abuso, dunque, è auto-perpetuante. Purtroppo, il nostro Occidente è individualista. È normale che ci si interessi a simili problemi soprattutto quando qualcuno reclama un danno personale. Così, quello di cui stiamo discutendo si affronta nel singolo caso: con una terapia, a sua volta individuale. Alla sua base sta un crimine (il quale rimane tale anche quando si manifesta in forme indirette e subdole di seduzione) che ha radici sia in una patologia personale sia in una degenerazione di costume più vasta di quanto appaia.

Naturalmente, classificare chi commette un crimine come malato introduce un’attenuante. Questa, però, può esser fatta valere se il pedofilo si riconosce responsabile e malato insieme, facendosi curare. Il che apre un delicato capitolo su efficacia e sincerità di psicoterapie ricercate per mitigare dei castighi. 

 

Individuo e società

 

Se l’abuso non nasce nell’individuo isolato ma per “etero-infezione”, riguarda la collettività. Avendo un corpo frutto della evoluzione, l’uomo è anche un animale e non riesce mai a liberarsi completamente dall’istinto. Lo studio delle pulsioni nella specie homo ci dice che, in senso lato, il “contagio psichico” della sopraffazione e della violenza si trasmette con facilità all’interno di molti gruppi umani. Lo dimostrano fenomeni non appresi, ma in gran parte “spontanei” quali il pogrom o il linciaggio: amplificazioni di un impulso animale ad aggredire collettivamente, scatenate soprattutto da situazioni di disagio sociale presso i gruppo più rozzi. Non a caso, la divulgazione parla spesso di comportamenti “da branco”: il fatto che tutti partecipino al crimine fa perdere la coscienza della sua im-moralità (dal latino mores, costumi prevalenti). Una ulteriore estensione di questo istinto a masse sempre più grandi è rappresentata dalle violenze politiche del XX Secolo. Intere nazioni civili possono trasformarsi in “branchi”. Purtroppo, nessuna clinica, nessun Ministero della Salute se ne occupa. La patologia psichica è lasciata ai trattamenti individuali.

 

Etica 

 

Torniamo ora alla mia professione. Durante una lunga presidenza del Comitato Etico Internazionale di psicologia analitica, ho incontrato la difficoltà di trattare adeguatamente l’abuso sessuale. Esso ha infatti zone di sovrapposizione con Eros e affettività, qualità ben difficili da definire e, al tempo stesso, irrinunciabili. È quasi superfluo aggiungere che una simile, lacerante confusione riguarda spessissimo anche il compito del sacerdote. Dall’altra parte, ho anche appreso quanto una sua prevenzione possa poggiare su una base semplice: si tratta prima di tutto di spezzare la catena del contagio che si auto-alimenta. Nelle società psicoanalitiche, decenni di dibattiti hanno portato a una maggior consapevolezza dei traumi, conseguenti al trasformarsi (per definizione, mai del tutto libero) di certi rapporti professionali in intimità anche fisica; si sono istituiti comitati etici, corpi giudicanti, codici che prevedono serie punizioni. È stata rotta la frequente, originaria collusione di quando le associazioni psicoanalitiché erano nuclei autocratici e lo studio del trauma restava un campo quasi ignoto. 

 

La psicoanalisi ha argomentato che un paziente in terapia si trova, per diversi aspetti, nella condizione di “minorenne” di fronte all’analista. Se vi è un abuso, difficilmente potrà denunciarlo subito. Spesso cercherà, con fatica, un altro analista, tentando di nuovo un percorso psicologico. Solo al compimento di questo ulteriore lavoro, tornato in un più vasto senso “maggiorenne”, potrà decidere se denunciare il trasgressore. Ma qualunque vittima di un abuso sessuale continuato si troverà in simili condizioni. Di nuovo siamo di fronte a un’analogia con l’abuso ecclesiastico. Le vittime dei religiosi, persone educate e condizionate a non metter in discussione l’autorità del clero, sono spesso, di fronte ad essa, “minorenni”, indipendentemente dalla loro età. Inoltre, mentre chi ricorre allo psicoanalista dispone in genere di una certa cultura, l’aiuto ecclesiatico può esser ricercato anche dalle persone più semplici, culturalmente indifese e più manipolabili: una fragilità costituzionale che rende particolarmente immorale chi ne approfitta.

 

Permanenza delle ferite psichiche

 

Perché i tempi di prescrizione sono essenziali? Usciamo dal campo psicoanalitico, guardando all’abuso in senso lato.

Per ogni crimine esistono tempi-limite per chiedere la punizione. Nel caso di abuso su minori, però, i tempi sono particolarmente lunghi: per definizione, le vittime possono prendere piena coscienza del sopruso solo quando la loro mente è diventata autonoma, cioè a partire dalla loro maggiore età. Per chi era stato abusato a dieci anni, tradizionalmente si attendeva che raggiungesse i 18 anni e solo da allora si cominciavano a contare gli anni entro i quali poteva sporgere denuncia. Ma anche questo non è sufficiente, se non è stato interrotto il rapporto di sottomissione dove l’evento ha preso corpo: questa “minorità psicologica” si trasforma in una vera maggiore età solo quando la vittima diviene sotto ogni aspetto indipendente. La particolare gravità dell’abuso sta proprio nel suo approfittare della debolezza di chi è affidato, in qualunque senso, a una cura; e, contemporaneamente, di inibire la sua crescita naturale verso la maggiore età.

 

Secondo un luogo comune la tolleranza verso gli abusanti sarebbe maggiore nei paesi latini, per via di un secolare maschilismo. L’allargarsi delle conoscenze sugli effetti a lungo termine dei traumi sta però rimescolando le carte: di recente la Spagna ha elevato in modo radicale l’età – attenzione! – non di prescrizione, ma a partire da cui si può iniziar a conteggiare il tempo della prescrizione stessa per sporgere denuncia: dai 18 anni (maggiore età, come in Italia) l’ha portato a 35. In Italia gli anni necessari alla prescrizione possono essere più di 10. Sommando le cifre, intuiamo come leggi di questo tipo rendano possibili accuse per eventi avvenuti una generazione prima. Una severità, purtoppo, in sé non esegarata: perché il principale problema è dato dalla frequenza di pedofili seriali, per giunta recidivi nei decenni, proprio come nei decenni permangono le conseguenze del trauma.

Questo aspetto riguarda in particolare la Chiesa: come ha portato alla luce un’indagine commissionata da quella francese, senza precedenti sia per le dimensioni, sia per la pubblicità ricevuta.

 

Il CIASE

 

Nell’ambito della Chiesa Cattolica, prevenzione e punizione sembrano dipendere in buona parte dalle Conferenze Episcopali dei singoli paesi. Quella francese ha messo in moto il CIASE (Commission Independante sur les Abus Sexuels dans l’Eglise). Ha poi partecipato ai suoi studi e li ha divulgati. Il loro Riassunto è scaricabile da internet in francese e inglese. Nel periodo 1950 – 2020 i minorenni vittime dirette di abuso da parte di sacerdoti sono valutati intorno ai 216.000 fra la popolazione francese maggiorenne: escludendo quindi i minori possibilmente ancor oggi abusati (Riassunto Rapporto CIASE, p. 4). Salgono a 330.000 se fra i perpetratori si include il personale laico di istituzioni religiose (ibidem, p. 14). Il silenzio e la negazione sono stati la regola negli anni 1950–70, durante cui il fenomeno ha toccato il culmine, per poi rifluire nel periodo 1970 – 90 e apparentemente tornar a crescere in seguito (ibidem, pp. 12 e 16). I pedofili responsabili sono valutati come minimo tra 2.900 e 3.200. Questo fa sì che, in Francia, la Chiesa cattolica sia l’ambito più vasto in cui si commettono violenze sessuali: dopo la famiglia, che in ogni paese detiene il primo posto (ibidem, p. 15). 

 

Complessivamente, però, negli ultimi anni sono molto cresciuti la consapevolezza del problema e gli studi su di esso. Ho potuto verificarlo nel 2017, quando sono stato invitato a Parigi per un convegno Liberté et autorité, in cui si confrontavano giuristi e religiosi. Vi ho partecipato perché simile è il dibattito su responsabilità e libertà nell’esercizio della psicoanalisi (che ho trattato nel testo Al di là delle intenzioni, Bollati Boringhieri). E in Italia? Malgrado uno psicoanalista abbia un numero limitato di pazienti, in oltre 50 anni di lavoro mi è capitato che fra le loro sofferenze ci fosse anche l’abuso da parte di sacerdoti. Non sono, però, venuto a conoscenza di denunce che abbiano portato a indagini, a punizioni, o a pubblici convegni sul tema.

 

Una confessione: fatta allo psicoanalista

 

Nella mia professione si invita spesso il paziente a esprimersi con scritti, disegni o altro, per cercare di estendere il lavoro di scavo psicologico fuori dalla seduta, nella vita quotidiana.

Il tema abuso ha una grande importanza per tutta la società italiana, dove la Chiesa continua a nutrire radici ed esercitare influenza, non estranea a meriti storici. Ho avuto il permesso di citare, preservandone l’anonimato, il tormentato scritto che un paziente di professione sacerdote mi ha di recente affidato.

 

 

Ottobre 2021

 

“Ma tu dimmi, ti prego,

perché tarda

tanto l’alba.” 

(M. Luzi)

 

“Sentinella quanto resta della notte?”

(Is 21,11)

 

Mi sono venuti in mente i versi del poeta Luzi e la domanda che affiora sulle labbra del profeta Isaia, inaridite dall’arsura dell’attesa, nel leggere il testo del comunicato stampa rilasciato dalla Nunziatura apostolica a Berlino. In esso si rendono note le decisioni di papa Francesco a conclusione della visita apostolica atta a indagare sulla dubbia gestione di alcuni casi di abusi avvenuti nella diocesi di Colonia. La Conferenza Episcopale Tedesca in diverse occasioni ha presentato le sue scuse alle vittime di simili atti e si è impegnata non solo nel riconoscere il danno causato, ma anche a risarcire gli abusati. Eppure, al card. Woelki viene imposto unicamente un periodo di ritiro, fino all’inizio della quaresima 2022, lontano dalla diocesi; e i due vescovi ausiliari della stessa diocesi, che avevano rassegnato le dimissioni, vengono confermati nel loro incarico. 

 

Può bastare tutto questo? Perché tarda tanto l’alba?

 

Come può la Chiesa, passata l’onta mediatica, e soprattutto dopo i disastrosi risarcimenti economici che hanno messo in ginocchio intere diocesi americane, cedere ad atteggiamenti ambigui nonostante le reiterate promesse di tolleranza zero, di un nuovo corso circa i casi di abuso? Tali atteggiamenti gettano i fedeli in uno sconcerto generante non solo amarezza, ma anche diffidenza e sfiducia nel denunciare altri casi, nel timore che tutto possa poi naufragare nel gattopardiano “Tutto cambia perché nulla cambi”.

 

Nel giro di due anni, in Italia, seguendo da sacerdote due diversi casi di abusi denunciati all’autorità ecclesiastica, ho assistito alla decisione delle vittime di tirare i remi in barca e avvolgere nel silenzio della vergogna, che spesso le rende afone, l’ingiustizia loro perpetrata. Perpetrata non solo a loro. In loro palpitano i cuori di tanti, la cui fiducia viene costantemente abusata.

 

Autunno 2018. Un aspirante seminarista, ancora minorenne mi chiede un incontro. Tra le lacrime mi affida la confidenza più dolorosa: è stato oggetto di un approccio sessuale da parte del rettore del seminario. I genitori ne sono a conoscenza. Insieme decidiamo di denunciare al Vescovo l’accaduto. Il ragazzo mi chiede di fissare l’appuntamento con il Vescovo, specificando che vorrebbe fossi presente anch’io al colloquio. Richiesta che telefonicamente viene accolta dal Vescovo.

Il giorno dell’appuntamento, è il vescovo stesso ad aprire la porta del suo ufficio, accoglie il ragazzo e lo fa entrare. Cerco di varcare anch’io la soglia, ma mi sbarra la strada con la sua persona e con tono bonario esclama: “non credo sia necessaria la tua presenza”. Il ragazzo si volta e mi lancia uno sguardo che mi si incide dentro. Brucia ancora per la frustrazione di non aver avuto la prontezza di eludere quel diktat. 

 

Passano i minuti, li conto ad uno ad uno con i passi che febbrilmente faccio dinanzi alla porta di quello studio calpestando rabbia mista a preoccupazione.

Si riapre la porta: il Vescovo sorridente e cordiale; il ragazzo una statua di sale. Scendiamo in silenzio le scale dell’episcopio, camminiamo l’uno a fianco dell’altro. Sono io a rompere il silenzio con la domanda più sciocca di sempre: come è andata? 

“Mi ha detto che sono stato io a provocarlo.” 

Vedo le lacrime, silenziose, bagnargli il volto che, arrossato e intimidito, guarda innanzi a sé per non incrociare il mio sguardo.

 

Non farlo, non arrenderti ora, scriveremo in Nunziatura, chiederò al Papa di riceverci, apriremo un varco.

 

La famiglia non vuole più incontrarmi. Lui diviene sempre più sfuggente e dolorosamente intuisco che il virus di quell’accusa di “provocazione”, iniettato spudoratamente dal Vescovo, sta lavorando e infettando i ricordi, le considerazioni, le emozioni. Per la vittima di abuso l’inconscio senso di colpa per la presunta responsabilità è una sorta di buco nero che con la sua forza gravitazionale assorbe tutto impedendo alla razionalità di rimanere al timone del proprio vissuto. Ci si lascia andare in una deriva che dovrebbe garantire l’anestesia dell’oblio, ma si trasforma in un dolore rabbioso verso se stessi. Rabbia per ogni autoaccusa che come ruggine corrode la realtà e la frantuma in mille sensi di colpa; macabre chimere che danzano nella mente della vittima.

 

A distanza di qualche settimana rincontro il Vescovo. Formale, mi saluta e mi chiede se ci sono novità. Incasso il colpo. Sa di aver ottenuto l’effetto che desiderava. Non c’è in lui alcuna preoccupazione per il ragazzo, nessuna empatia per la sua famiglia, per chi si ritrova ostinatamente a voler accudire i cocci di una storia che fa male.

 

Novità? 

Nessuna. Perché la novità spaventa e interpella. 

 

Ma tu dimmi, ti prego, perché tarda tanto l’alba?

 

Tarda estate 2021. Una famiglia scopre, sul cellulare del proprio figlio minorenne, dei messaggi poco equivoci ricevuti e scambiati con un prete di cui si è sempre fidata. Rabbia, sconcerto, lacrime che non estinguono il fuoco della richiesta di giustizia, anzi sembrano alimentarlo. Uno scontro verbale violento con il prete autore di quei messaggi; alcune chiamate telefoniche al Vescovo, che si dice non disposto ad incontrare i genitori. Rimanda i chiarimenti a quando gli “animi saranno più calmi”. Si sottrae. 

A differenza della prima, questa famiglia incalza, si rivolge ad un avvocato. Passano i giorni, diventano settimane, si delinea l’iter dell’intervento: raccolta delle prove, testimoni, spese per la raccolta del materiale processuale e soprattutto l’inevitabile resa pubblica dell’accaduto. Come aveva profetizzato il Vescovo: “gli animi si calmano”, o meglio si anestetizzano per la paura di non poter reggere la pressione psicologica, e forse anche il costo economico, che ne deriverà.

Ci sono altri figli più piccoli, c’è il futuro del ragazzo coinvolto, ci sono le domande morbose dei parenti ed amici che iniziano a subodorare, dall’inquietudine della famiglia, che ci sia qualche grosso problema. Allora “gli animi si calmano”. Devono calmarsi.

 

Eccellenza: nel sadismo?

La storia della violenza sessuale più tradizionale – quella maschile verso la donna – è non solo costellata, ma tessuta con filo di questo tipo. Il rapporto sessuale non libero trascina la vittima verso il silenzio, commettendo un sopruso nel sopruso. Le vittime stesse sono sempre state restie a sporgere denuncia anche per un altro motivo: intuiscono che un processo giudiziario comporta rivivere nella psiche l’esperienza, per giunta in pubblico: quindi una ri-traumatizzazione. Una dinamica nota alla psicoanalisi come “introiezione dell’aggressore” che può spingere sempre più in là: tema che ho trattato in Centauri. Alle radici della violenza maschile (Bollati Boringhieri). Dopo il fatto, la vittima può addirittura non limitarsi ad essere passiva ma, poiché inconsciamente partecipa alla cultura che l’ha veicolata, sentirsene in qualche misura responsabile. La condizione della vittima maschile di una violenza omosessuale non è sostanzialmente diversa: più del grado di violenza fisica, decisive sono la fragilità e permeabilità dell’Io di cui abbiamo parlato, contratte per lo più quando l’equilibrio psicologico era ancora in formazione. Ecco come si chiude il circolo vizioso.

 

Fino a tempi non preistorici, in Italia poteva avvenire che l’avvocato dello stupratore condisse l’interrogatorio con domande quali “Ma lei com’era vestita?”, insinuando – curiosa concezione del diritto – che parti femminili scoperte comportassero qualche diritto maschile a possedere il tutto.

Oggi, sotto la spinta del femminismo ma anche della semplice modernizzazione, questa prospettiva è consegnata alla storiografia della violenza sessuale e non è più un argomentare praticabile. Tuttavia, sul versante particolarmente delicato della seduzione omosessuale, salta all’occhio il vescovo di cui abbiamo appena letto. Auspica forse che la Chiesa si presenti come un particolare branco che avanza in punta di piedi, cui il silenzio autorizza estraneità alle sanzioni previste per atti o approcci sessuali compiuti su minorenni non consenzienti? Egli, formalmente consigliere dei consiglieri della coscienza, suggerisce alla vittima di portare la colpa, praticando una inversione della funzione interpretativa: il peggiore comportamento ipotizzabile in psicoanalisi e nelle altre professioni ad essa accomunate dalla letteratura come “cure d’anima”. Invece di accompagnare l’individuo più debole verso la scoperta delle scelte etiche, esercita l’anti-misericordia usando la sua cattedra per gravarlo anche di tutta la responsabilità. Ripercorrendo così, inconsciamente, addirittura i processi staliniani: stringe nell’angolo la vittima, cui lascia balenare un’uscita solo se introietterà l’aggressore e si confesserà tale.

 

Se ci atteniamo alla analisi del CIASE, tale Vescovo è estraneo ai nostri tempi e vive – nella migliore delle ipotesi – fra gli anni ‘50 e i ‘70: quando, secondo lo stesso rapporto, la Chiesa francese si sottrasse al dovere di protezione dei minori che le venivano affidati. Non si tratta di una interpretazione, ma di un fatto. L’accumularsi di dati storici ha obbligato quella Chiesa a fare completa ammenda per la partecipazione ad un crimine collettivo: questo, del resto, è già avvenuto quando non un episcopato nazionale, ma lo stesso papa ha riconosciuto (nei documenti di Giovanni Paolo II per il terzo millennio) una corresponsabilità nel male commesso durante le guerre di religione, le conquiste coloniali o le persecuzioni degli ebrei. Il CIASE conclude con raccomandazioni: la numero 8 (pp. 29 – 30) e la numero 43 (p. 38) ricordano tanto ai religiosi quanto ai laici che nessuna ragione, neppure il segreto del confessionale, esime dall’obbligo di denunciare crimini penalmente rilevanti come le violenze sessuali. Anche in Italia tanto il Codice Penale quanto il costume – addirittura il buon senso – comportano questo dovere: in particolare, ritengono che fra minorenne e maggiorenne la responsabilità appartenga a quest’ultimo per definizione. Se il Vescovo pensa che il seminarista stesse seducendo il direttore, pratica di nuovo un’inversione psicologica e morale che lascia attoniti: presuppone che a lui – non all’allievo adolescente – manchi la piena capacità di intendere e volere. Una valutazione le cui implicazioni per il seminario e per la diocesi evitiamo di discutere, non avendo una fantasia articolata come la sua.

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