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Qui Odessa. Le scale e le cantine

5 maggio 2022

 

Viene prima la salita o la discesa? Quando si va in montagna, prima si sale, si soffre, si espugna la vetta, e poi si ritorna a casa sereni. A Odessa è il contrario. Prima si scende. La città si sviluppa su costoni collinari che si levano sopra il mare, e nella parte storica, per raggiungere il mare e gli stabilimenti balneari bisogna affrontare scale che dominano la scarpata. La gigantesca scalinata Potjomkin è una di queste. Se uno dei landmark della città è una scala, il binomio salire e scendere diventa un fatto costitutivo della mentalità dei suoi abitanti. Non siamo ai precipizi di San Francisco, ma nemmeno in pianura. (Lo confesso, da bambino dover scender le scale per andare al mare me lo rendeva penoso, non è che i bambini siano sempre disposti a barattare la felicità con una contropartita di fatica.)

 

La scalinata collega la città alla zona del porto, incluso l’attracco per le navi da crociera. È una scala a singhiozzo: settori di scalini si alternano a zone piane. Guardando dall’alto verso il basso, si vedono solo i tratti orizzontali, non gli scalini. Al contrario, quando si guarda dal basso si vedono solo gradini. E poi c’è l’illusione ottica dovuta alla larghezza variabile: alla base i gradini sono larghi 21,7 metri, ma solo 12,5 in cima, quasi la metà! L’effetto della rastrematura la fa apparire molto più grande. La scalinata fu progettata dall’architetto Giuseppe Boffo, laureatosi al Politecnico di Torino, che dal 1822 al 1844 fu l’Architetto capo di Odessa, a lui si deve anche l’Hotel Londonskaja. Fu completata nel 1841. Per i 200 scalini furono utilizzate lastre di marmo grigio striato di verde fatte venire da Trieste, poi sostituite con un granito rosa ucraino. Ci fecero accanto una funicolare o un ascensore, che non presi mai perché erano sempre fuori uso. Un classico sovietico.

 

54° giorno dell’invasione, La danza dei piccioni.


Una delle scene più famose della storia del cinema è quella della strage sulla scalinata nel film La corazzata Potjomkin (1925) di Serghej Eizenstein. La pattuglia di cosacchi rastrella le scale sparando a bruciapelo sulla folla. Sono come un pettine che ripulisce e bonifica, il loro compito è sgomberare il manufatto architettonico dalle impurità. Le baionette sono perfettamente perpendicolari al taglio orizzontale degli scalini, e perfettamente a filo con la diagonale della discesa. La suadente geometria della guerra. I manifestanti si disperano, si aiutano, scappano. E poi c’è la scena della carrozzina. La madre è uccisa, e dopo una studiata esitazione, la carrozzina comincia a scivolare verso la morte, un piccolo cavallo di Troia nella coscienza dei soldati.

 

Non ne sono certa, l’espressione “roulette russa” nasce nel XIX secolo. È un gioco da ussari in cui si scommette la vita con un esito che può essere letale. Nel caso in cui una delle pallottole nel tamburo sia destinata a te. In senso figurato, significa azione pericolosa il cui esito è difficile da prevedere, una bravata priva di raziocinio che prende il posto del coraggio. Oggi ci troviamo faccia a faccia con il terrorismo. I russi lanciano missili su quartieri residenziali. La difesa contraerea non riesce a bloccarli tutti, e qualcuno arriva fino al bersaglio. E “roulette russa” non suona più per me come un gioco crudele, è rimando diretto a un paese che uccide civili inermi. Nella loro idea la morte è necessaria. Non importa chi sarà il prossimo a morire, l’importante è terrorizzare, seminare il panico, obbligare ad arrendersi. A Odessa muoiono anche i bambini.

 

60° giorno dell’invasione, Dopo le bombe sul cimitero Tairovskij.


Ora sono in due a scendere, il plotone di cosacchi e la carrozzina. La carrozzina li sorprenderà alle spalle, essendo partita dalla cima delle scale? La lasceranno passare? In realtà sembra quasi che loro sparino su di essa. La creatura dovrà anche temere i proiettili che piovono dall’alto? Nell’immaginario cinematografico del Novecento, i soldati scendono a pettine, e la carrozzina precipita dubitante, all’infinito. È lecito pensare che sia solo il montaggio del film, di cui Eizentstein è riconosciuto maestro, ad associarli. Nella vita, ognuno segue il proprio copione, e non si incontreranno mai. Stanno agendo su due scale diverse, in momenti diversi. La ragione grande, la ragion di Stato da una parte, e la ragione piccola, più piccola possibile, quella di un infante inerme e ormai orfano di tutto dall’altra. I due estremi non si toccano.  

 

Il film ha dato lustro alla scalinata, e alla città di Odessa nel mondo. Con il tema della scala si è misurato anche il regista di polacco Zbigniew Rybczynski. Nel 1987 gira Steps, un film sperimentale in cui fa recitare attori contemporanei dentro le scene del film di Eizenstein. Poco dopo approda a Stairway to Lenin, un capitolo del film Orchestra (1990). Il film è un unico piano sequenza con una scala metafisica che si rigenera di continuo. Sulla scala si avvicendano personaggi (anche animali, oggetti e riferimenti simbolici del firmamento comunista) che cercano di salire ma poi si perdono, cadendo rovinosamente all’indietro come da una piramide Maya o semplicemente rinunciando, schiacciati dagli stessi invisibili ideali verso i quali ascendono e dai quali si sentono tanto attratti. Il processo di autoclonazione è reso ancora più ossessivo dal Bolero di Ravel che dà corpo al racconto. La scala vuota è la perfetta metafora dell’era sovietica: si sta come nelle interminabili code di un’economia fatiscente, si parla, ci si sposa, si vive, e poi si muore, senza poi mai arrivare, di fatto, da nessuna parte.

 

55° giorno dell’invasione, Nell’atrio della Casa delle nascite numero 2.


La scena è apertamente richiamata (e celebrata) nel film Gli intoccabili (1987), scritto da David Mamet e diretto da Brian De Palma. Succede questo: i buoni devono arrestare il contabile della mafia alla Union Station di Chicago. Le lancette del grande orologio mettono ansia. Durante uno scontro a fuoco la carrozzina inizia a precipitare. È uno scudo umano involontario, i cattivi hanno sprezzo della vita, i buoni no (Anna mi dice che è rimasta colpita da un discorso in cui Zelensky affermava l’importanza delle vite umane, sostenendo che la guerra non va vinta a tutti i costi e che troppe vite perdute non valgono la riconquista della Crimea). O muore l’infante, o muoiono gli eroi. Come andrà a finire?? Il finale è sorprendente e perfetto.

 

Irrompe nella scena Andy Garcia, blocca la carrozzina un istante prima che si schianti, lancia una pistola al suo capo Kevin Costner e spara il colpo letale eliminando l’ultimo dei cattivi. È più di un happy end. È un rovesciamento, un incitamento a non cedere agli ultimatum, ai ricatti, a forze storiche ostili, e a non perdere lo sguardo d’insieme. L’eroe scioglie il nodo di Gordio. Succede anche in un altro film a cui lavora David Mamet, Redbelt (2008), di cui è anche regista. La vita di un maestro di arti marziali, per una concatenazione di eventi sfavorevoli, poco a poco si ingarbuglia e precipita, trascinandolo verso un cul de sac all’apparenza irrisolvibile. Bisognerà aspettare il finale per dirimere la matassa. L’eroe, Mike, a un certo punto dice: “Non esiste una situazione che non abbia una via d’uscita.” In altre parole, puoi sempre esercitare una scelta.

 

Ieri è morto Vjaceslav, un ragazzino di 14 anni. Il padre ha raccontato che il figlio, dopo aver sentito la sirena al telefono, è corso fuori per avvisare la coppia di vicini anziani che non ha un collegamento internet. I vicini sono sopravvissuti. Lui non ha fatto in tempo.

 

In La poetica dello spazio Gaston Bachelard scrive che la casa ha due poli: il tetto, che offre protezione dagli elementi naturali, e la cantina, legata all’irrazionale e all’elemento oscuro. Si spiega così il fatto che quando si scende in una cantina – in una qualsiasi cantina, a qualsiasi latitudine geografica e culturale – si avverta una leggera inquietudine. La discesa ci destabilizza. Nel centro di Odessa non ci sono molti rifugi antiaerei, e perciò si usano le cantine, anche negli alberghi. Molte cantine probabilmente non hanno i requisiti dei rifugi (dovrebbero avere due ingressi, nel caso uno dei due venga ostruito dalle macerie). Kiev invece ha molti edifici di nuova costruzione, palazzi per uffici e centri commerciali con grandi parcheggi sotterranei, qui è più facile mettersi al riparo. Forse non vogliono morire come topi, per questo gli abitanti di Odessa non amano fare le scale quando scatta la sirena. O forse preferirebbero le catacombe, il luogo che storicamente ha dato rifugio a banditi, rivoluzionari, partigiani e senzatetto, se solo l’ingresso fosse a portata di mano. Si dice che quella di Odessa sia la rete di gallerie sotterranee urbane più estesa al mondo. Le gallerie si sono formate per estrarre la pietra arenaria con cui sono costruiti molti edifici della città. L’arenaria ha un colore paglierino, un aspetto calcareo e isola dall’acqua in modo egregio. Anna mi racconta di sua mamma Valja che all’età di due anni, durante la seconda guerra mondiale, visse nelle catacombe per scampare ai tedeschi. Ci mise un anno, una volta uscita, a recuperare la vista.

 

36° giorno dell’invasione, Junna Steblinenko.


Gli odessiti sono abituati a essere absenteisty (dall’italiano assenteisti – n.d.r). Per un certo periodo non siamo stati presi di mira, e perciò non avevamo voglia di scendere nei rifugi antiaerei. In rete si vedono molti video di persone che stanno sul balcone per vedere dove è caduta la bomba, e anche con la sirena che ulula ce ne andiamo per strada, guidiamo la macchina, beviamo il caffè al chiosco nel parco. C’è un gioco di parole intraducibile nella “lingua di Odessa”. Una donna grida al telefono, in attesa che finisca la sirena: 

– Per quanto tempo devo stare ancora qui in piedi prima di poter finalmente andare via?

 

Ora le cose stanno cambiando. Di giorno in giorno scrutiamo il cielo con più apprensione, capendo che fino a oggi abbiamo semplicemente avuto fortuna. Come alla “roulette russa”, che il diavolo se la porti.

 

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70° giorno dell’invasione, “Rifugio antiaereo.”