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Fenoglio e le Langhe: il paesaggio tra le pagine

“Queste cominciano a essere le Langhe del mio cuore: quelle che da Ceva a Santo Stefano Belbo, tra il Tanaro e la Bormida, nascondono e nutrono cinquemila partigiani e gli offrono posti unici per battagliarci.” (Appunti partigiani 1944-1945, Einaudi, 1994)

Per Beppe Fenoglio, il paesaggio delle Langhe non è il luogo della prima giovinezza e della nostalgia come per Pavese, non ha nulla di mitico. È invece una presenza viva, che accompagna le peripezie dei protagonisti delle sue storie, anche nel tempo atmosferico, specie quando li avvolge di nebbia o di pioggia. I crinali delle colline, che formano quelle lingue di terra da cui deriva il nome Langhe, sono il luogo del viaggio, nella ricerca come nella fuga dei protagonisti delle sue storie. I rittani, alte e profonde fessure tra le colline, spesso scavate da un torrente, sono un elemento naturale che caratterizza più di altri il paesaggio nelle sue pagine. Il fiume Tanaro e i suoi ponti, durante la guerra insidiosi per mine o agguati, condizionano spostamenti e vie di fuga.

 

In Una questione privata, prima la nebbia poi la pioggia e il vento seguono il cammino disperato di Milton tra sentieri, crinali e rittani, e incupiscono il vortice di ansia e di rammarico che lo agita. Il libro è per molti il risultato più alto dell’opera di Fenoglio: vicende e speranze individuali si scontrano con la durezza estrema della guerra, in un racconto incalzante ma preciso, sia nei ritmi dell’azione sia nella scelta delle parole. Una corsa contro il tempo, tra fango e pallottole, per salvare e per salvarsi. Una storia sorprendente, nelle motivazioni del protagonista e nelle sue peripezie, con echi letterari a volte espliciti, più spesso semisommersi, come nel richiamo alla poesia If di Kipling. Il tutto con uno stile veloce, caratterizzato da improvvisi scarti narrativi e cambi di scena, quasi una partitura jazz. “Già sparavano, di moschetto e di mitra, a Milton pareva di non correre sulla terra, ma di pedalare sul vento delle pallottole”.

Le colline morbide e la vegetazione aspra delle Langhe emergono e divengono coprotagoniste soprattutto nei due capolavori pubblicati dopo la sua scomparsa, Una questione privata e Il partigiano Johnny. Nelle opere precedenti, soprattutto I ventitré giorni della città di Alba e La malora, le Langhe affiorano solo a tratti, come sfondo necessario, luogo della memoria e della presenza.

 

Il paesaggio è ritratto nel modo oggettivo e rapido di autori americani come Faulkner e Steinbeck, scoperti e amati proprio in quegli anni. Nel racconto Un giorno di fuoco, scritto nel 1954 e pubblicato nello stesso anno nella rivista Paragone, la descrizione diviene anche denuncia di un degrado ambientale che sarebbe divenuto ancora più grave negli anni a venire: “Hai mai visto Bormida? Ha l’acqua color del sangue raggrumato, perché porta via i rifiuti delle fabbriche di Cengio e sulle sue rive non cresce più un filo d’erba. Un’acqua più porca e avvelenata, che ti mette freddo nel midollo, specie a vederla di notte sotto la luna. E poi c’è il castello, sempre nella parte bassa, che una volta doveva essere anche più bello di quello di Monesiglio, ma adesso se ne va in briciole e il comune ce lo lascia andare.” In La malora i riferimenti alla natura scorrono tra le pagine in rapidi accenni, salvo che nel forte incipit: “Pioveva su tutte le Langhe, lassù a San Benedetto mio padre si pigliava la sua prima acqua sottoterra”.

 

 

Nei due romanzi postumi invece il paesaggio avvolge le vicende, è descritto dal punto di vista del protagonista e pare accordarsi espressivamente al suo stato d’animo. La villa della ragazza amata è densa di luce e di musica jazz nel ricordo di certi momenti felici. Anche la canzone amata da Milton e Fulvia, Over the rainbow, ha un connotato atmosferico che diventa paesaggio. L’arcobaleno lo immaginiamo sempre in un ambiente naturale, raramente in città. La stessa villa appare invece brutta e desolata nel giorno del ritorno disperato di Milton, quando tutto sembra crollargli addosso. Nel celebre elogio di Italo Calvino a Una questione privata troviamo una frase che tratteggia e sintetizza i temi principali di questo gioiello narrativo: “... è un libro di paesaggi, ed è un libro di figure rapide e tutte vive, ed è un libro di parole precise e vere” (prefazione all’edizione del 1964 di Il sentiero dei nidi di ragno, Einaudi).

 

Il partigiano Johnny viene pubblicato da Einaudi nel 1968; il curatore Lorenzo Mondo assembla due diverse stesure del libro mirando alla leggibilità e scorrevolezza più che alla coerenza filologica dei dattiloscritti e raggiunge lo scopo, tant’è che il libro ha un immediato grande successo di critica e di lettori. Un eccesso di editing? Non mi pare sia un caso isolato nel panorama letterario italiano e non solo; in ogni caso Mondo, già responsabile della pubblicazione di Una questione privata, realizza un capolavoro nel capolavoro: il libro appassiona. Anche il titolo è scelto da lui, in modo impeccabile del resto: è il giovane partigiano Johnny il protagonista di questa storia, un ragazzo idealista e generoso, che sceglie la via delle montagne più per amore di libertà che per odio verso gli avversari: “Partì verso le somme colline, la terra ancestrale che l’avrebbe aiutato nel suo immoto possibile, nel vortice del vento nero, sentendo com’è grande un uomo quando è nella sua normale dimensione umana.”

 

Il viaggio di Johnny è un peregrinare forzato, tra colline e rittani, boschi e vigne, cascine isolate e piccoli borghi, per combattere contro i fascisti e per sfuggire agli accerchiamenti, specie dopo la resa e l’abbandono di Alba, il 3 novembre del 1944. Un muoversi che a tratti ha il sapore della libertà in altri momenti quello della paura di morire, a un passo dalla fine della guerra. In caso di cattura erano ben scarse le speranze di sopravvivere. Il paesaggio diviene tutt’uno con la tensione dei partigiani in fuga: “Oltre Mango, stava il vero Sinai delle colline, un vasto deserto con nessuna vita civile in cresta ed appena qualche sventurato casale nelle pieghe di qualche vallone. La notte era completa, il sentiero invisibile sotto i piedi tentanti, e un vento sinistro, come nascente da un cimitero di collina, soffiava a strappi, come per una frizione dei suoi stessi strati di gelo.”

 

Nei momenti di incerta speranza, quando Johnny tenta di liberare l’amico Ettore dai fascisti che lo hanno condannato a morte, anche il paesaggio pare addolcirsi: “Camminava verso la lontanissima Langa, un po’ svanito in testa e un po’ ondulante, languidamente benvenendo e godendosi i tratti pianeggianti. C’era, all’inizio del cammino, una certa dolcezza nell’aria e nella tinta della terra, anche nel vento, ma Johnny non poteva sentirla appieno.”

L’ultimo inverno di guerra, con le colline innevate, porta con sé il gelo di altre morti e di altre sconfitte, ma anche i riflessi e le morbidezze di un avvenire pieno di possibilità, e ormai prossimo: “Allegramente, sportivamente solcò la neve fino al cancello riuscì all’angolo per una vista d’insieme. Tutto il mondo collinare candeva di abbondantissima neve che esso reggeva come una piuma. Assolutamente non sopravviveva traccia di strada, viottolo sentiero e gli alberi del bosco sorgevano bianchi a testa e piede, nerissimo il tronco, quasi estrosamente mutilati. E le case tutt’intorno indossavano un funny look, di lieta accettazione del blocco dell’isolamento. Pareva un giorno del tutto estraneo, stralciato alla guerra, di prima o dopo essa…”

 

 

Anche il gelo notturno non agghiaccia più l’anima, a primavera sarà tutto finito, pensa: “E Johnny entrò nel ghiaccio e nella tenebra, nella mainstream del vento. L’acciaio delle armi gli ustionava le mani, il vento lo spingeva da dietro con una mano inintermittente sprezzante e defenestrante, i piedi danzavano perigliosamente sul ghiaccio affilato. Ma egli amò tutto quello, notte e vento, buio e ghiaccio, e la lontananza e la meschinità della sua destinazione, perché tutti erano i vitali e solenni attributi della libertà.”

L’orgoglio di Johnny si lascia temprare anche dall’inverno, la stanchezza e il freddo sono un’ultima messa alla prova: “Un vento polare dai rittani di sinistra spazzava la sua strada, obbligandolo a resistere con ogni sua forza per non esser rovesciato nel fosso a destra. Tutto, anche la morsa del freddo, la furia del vento e la voragine della notte, tutto concorse ad affondarlo in un sonoro orgoglio. – Io sono il passero che non cascherà mai. Io sono quell’unico passero!”.

 

Anche la trasposizione cinematografica di Il partigiano Johnny, realizzata da Guido Chiesa nel 2000, mette bene in evidenza il paesaggio brumoso e nebbioso delle Langhe, grazie anche alla fotografia di Gherardo Gossi. 

Se Fenoglio avesse avuto il tempo di rivederlo, il libro sarebbe stato probabilmente “normalizzato”, avrebbe magari assunto la perfetta struttura a incastri di Una questione privata, con analoghe qualità di chiarezza linguistica. Ma proprio l’incompiutezza stilistica lo rende un’opera epica e unica nel panorama letterario italiano, di grande freschezza e forza espressiva, sia nella rappresentazione degli umori e dei furori dei personaggi, sia in quella del paesaggio, al tempo stesso cangiante e immutabile.

A Fenoglio non penso si possa attribuire il titolo di narratore, almeno nella definizione di Walter Benjamin, di colui che racconta cose vissute o conosciute, contrapposto al romanziere, all’inventastorie. Nel testo non mancano incongruenze di tempi e di luoghi rispetto agli eventi storici, le ha evidenziate di recente Gabriele Pedullà nell’accurata introduzione all’ultima ristampa Einaudi del libro.

 

Torna alla mente il capolavoro di Emilio Lussu, Un anno sull’altipiano, dove l’autore inserisce vicende vissute sull’Isonzo nei giorni di guerra sull’altipiano dei Sette Comuni. In entrambe le opere infatti, di grande diversità stilistica, non è la fedeltà diaristica ai fatti il tema dominante, bensì la rappresentazione vera, ben scritta e appassionante di una tragedia storica e individuale. L’obiettivo della qualità letteraria e della verità intellettuale prevale sulla puntuale annotazione degli eventi, ed è questo che rende i due libri pietre miliari della letteratura del nostro Novecento..

Il distacco tra l’autore e le sue pagine non ha il senso di una mutevole propensione letteraria, dove una volta prevalgono ironia e dissacrazione, in I ventitré giorni della città di Alba, altre volte l’epos e la forza etica degli ideali, come in Il partigiano Johnny. Fenoglio ha dato ampie prove, nei giorni della Resistenza come in quelli della malattia senza speranza, del suo modo eroico, stoico e libero di concepire l’esistenza. Alcuni suoi coetanei hanno scritto di Resistenza senza averla mai fatta, altri hanno tuonato strali retorici dopo aver voltato gabbana, lui no: dopo aver detestato con tutta l’anima da ragazzo la demagogia del regime fascista, contrapponendole il respiro libero della cultura anglosassone, è stato un partigiano vero, sin dal gennaio del 1944. 

 

“E pensò che forse un partigiano sarebbe stato come lui ritto sull’ultima collina, guardando la città e pensando lo stesso di lui e della sua notizia, la sera del giorno della sua morte. Ecco l’importante: che ne restasse sempre uno”.

Spero che ancora tanti giovani leggano Il partigiano Johnny, lasciandosi trascinare dai fatti e dalle parole, seguendo le vicende umane e guerresche di un ragazzo che sceglie di lottare con umiltà, dignità e coraggio per la libertà di tutti.

L’immagine di Beppe Fenoglio in collina, lo sguardo perso verso le Langhe, mirabilmente ritratto dall’amico Aldo Agnelli, rende il senso di un uomo solitario, ma partecipe del passato e del futuro della sua terra. 

 

Beppe Fenoglio, foto di Aldo Agnelli, Archivio Centrostudi Beppe Fenoglio Valdivilla, 1958.


Leggendo le sue ultime pagine, scritte nel 1962 quando sapeva di avere poco tempo davanti a sé, si comprende come la fine della passione del vivere inizi proprio con la fine dell’interesse per i paesaggi delle Langhe: “Si ritrasse dal finestrino. L’amore del paesaggio era stata forse la prima cosa che gli si era spenta dentro. Quindici anni fa (molti ma non troppi) quell’albero solitario, che aveva appena intravisto, con la sua cupola di foglie arrovesciata nella zona argentea del cielo, l’avrebbe inchiodato, gli si sarebbe fatto ripensare anche nel colmo della notte. Si comincia presto a morire, dovette pensare, e ci si mette poi tanto” (Figlia, figlia mia in Beppe Fenoglio, Tutti i racconti, Einaudi, 2018).

Beppe Fenoglio muore il 18 febbraio del 1963 per un tumore ai polmoni, dopo molte sofferenze, sopportate con estrema dignità, senza poter parlare, comunicando con amici e partenti attraverso il mezzo che aveva amato per tutta la vita: la parola scritta, impressa a mano su biglietti di carta. 

Il giorno successivo alla sua scomparsa, La Stampa, il giornale più letto nella sua regione, gli dedicherà poche righe in cronaca, tra decessi per incidenti automobilistici e il suicidio di una ballerina; nessuna immagine di libri o di paesaggi. 

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Beppe Fenoglio, foto di Aldo Agnelli, Archivio Centrostudi Beppe Fenoglio Valdivilla, 1958.