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Cinema

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Un film di Emerald Fennell / Pink is Not Dead. Una donna promettente

Quasi tutto appare molto rosa e “carino” nel primo film scritto e diretto da Emerald Fennell (Oscar per la miglior sceneggiatura originale), interpretato da Carey Mulligan. Vediamo rosa confetto ovunque, fino all’iperrealismo cromatico: sono rosa i maglioncini, le t-shirt, i capelli, gli sfondi del telefono, la tappezzeria, le penne, le lenzuola, i tovaglioli dei ristoranti, i camici delle infermiere, i rossetti, le valigie, gli interni domestici, il Bar dove lavora la protagonista. A parte la sequenza iniziale girata in notturna, che serve a costruire subito il sentimento filmico di una storia fatta di sdoppiamenti e ambiguità, per la maggior parte del tempo sembra di trovarsi dentro una casa di bambola. Siamo in un mondo pieno di fiocchetti, braccialettini, quadernini e leziose tinte pastello; eppure quel colore, usato di solito come marchio di genere e rinchiuso convenzionalmente in una certa idea di deliziosa fragilità “al femminile”, deborda dai confini narrativi e visivi presupposti dal codice, fino a saturarsi e procurare invece, un sentimento complessivo di inquietudine, perché crea distonia anziché grazia. Il rosa stavolta agisce da significante impazzito.   ...

Locale e globale / Netflix & C. verso il World Cinema

Quando ero piccola guardavo cartoni americani e cartoni giapponesi. I cartoni americani erano per lo più basati su vecchie favole europee, o note leggende dal mondo: dai miti greci alle Mille e una notte, dai fratelli Grimm alla leggenda di Fa Mulan. Ne esploravo le città: Parigi, New York, Londra, Pechino; vedevo la savana, le dune del deserto, la giungla e la campagna francese – li vedevo, questi luoghi, come l’America me li mostrava. I cartoni giapponesi invece erano tutti ambientati in Giappone, c’erano demoni e mostri e combattimenti e misteri, fiori di ciliegio, montagne innevate, malinconia. Questo è ciò che sapevo dei luoghi che avevo visto, basandomi su ciò che avevo visto: gli animali, quando non li guardiamo, sono umani. Guardarsi sempre e comunque dalle tigri. In ogni dove non ci sono madri, solo matrigne. In Giappone esiste ogni sorta di magia, i bambini sono adulti e vivono sempre con i nonni.    Crescendo, la televisione ha ristretto di molto il mio immaginario, piuttosto che ampliarlo. Le serie televisive, forse anche per questioni di budget, non viaggiavano con la fantasia – restavano sempre lì, nella lontana vicina America. Ho quindi scoperto che la...

L’Italia tra fragilità e bellezza / Ho fatto un Giro

Nonostante il sottotitolo reciti Diario di una corsa fuori stagione, fin dalle prime pagine di Ho fatto un giro, libro scritto da Gino Cervi ed edito dal Touring Club Italiano (2021), il lettore non ha l’impressione di trovarsi di fronte solo alla cronaca del Giro d’Italia 2020.  Nella scorsa edizione, causa pandemia da coronavirus, la corsa a tappe si è infatti svolta a ottobre e non nella tradizionale collocazione primaverile, a maggio. Nel libro c’è la cronaca, tappa per tappa della “seconda corsa ciclistica più famosa al mondo”; una cronaca fatta di fughe, di vittorie e di fatiche, cronaca di scalatori, passisti e sprinter secondo la tradizionale classificazione dei corridori, ma tutto un po’ lontano, come uno sfondo sfuocato. Una cronaca fatta di partenze e traguardi, con i giornalisti al seguito ma in realtà sempre ad anticipare i ciclisti lungo il percorso per cercare storie e personaggi, per raccontare meglio, dopo, la corsa. Eppure. fin dalle prime pagine, si capisce che c’è dell’altro. Per la scrittura innanzitutto, che ha ben poco della cronaca sportiva ma ben più della letteratura da viaggio, quella colta e misurata di una volta, come nello stile di Bruno Barilli...

Il Divin Codino / Baggio senza magia

Alla base di tutto c’è l’affetto, se non l’amore, che ciascuno di noi prova per Roberto Baggio. Questo sentimento (credo) muove gli sceneggiatori Ludovica Rampoldi e Stefano Sardo e la regista Letizia Lamartire; questo sentimento sta muovendo tutti quelli che in queste settimane (Il Divin Codino è uscito su Netflix il 26 maggio) si sono precipitati a guardarlo. Non sono esente da questo sentimento, perciò ho dovuto concentrarmi molto per approcciare il biopic come uno che sta andando a guardare un film e non una partita, non una somma sintetica di molte partite, di molti gol. Mi sono seduto davanti al televisore con in mano il taccuino e ho cominciato a guardare, prendendo appunti senza schiacciare il tasto “pausa” come se fossi al cinema, come se fossi allo stadio. Sapevo che le scelte della regista e degli sceneggiatori indirizzavano la storia in maniera molto precisa: non avrei visto un film sulla carriera di Baggio, ma sull’uomo e su alcuni fatti, momenti, che ne hanno indirizzato la carriera. Sapevo, perciò, che ai miei occhi sarebbe mancato qualcosa e che forse non sarebbe stato così importante. Non è andata proprio così.   Il racconto attraversa tre grandi blocchi...

13 giugno 1953 / Didi-Huberman. Canarini in miniera

Forse per una momentanea amnesia percettiva, convive con il nostro essere presente una sorta di cecità per il paesaggio, che ci impedisce di cogliere in anticipo i segni che preannunciano una catastrofe. Informatissimi, presi da una narrazione storica unicamente rivolta al passato, osserviamo il mondo a cose fatte e solo allora ne abbiamo notizia, sempre un attimo dopo, un po’ tardi per cambiare le cose. Eppure esistono organismi viventi in grado di preconizzare l’evento, sempre che si abbia l’accortezza di osservarli e di prenderne nota.   Per potere restare vigili sul presente e i suoi momenti singolari, occorrerebbe riconnetterli in un disegno unitario come accade nel montaggio cinematografico. Infatti, i fotogrammi, le scene, le riprese, le singole unità sono accostate le une accanto alle altre ma anche ricucite per ricreare un ordine che renda loro un senso e che in particolare nelle immagini in movimento somiglia al palpitare di un sofferto e concreto ragionamento poetico. Un ossimoro vivente.  Nel cinema, le immagini girate sopravvivono nel presente indicando costantemente un percorso che si sviluppa progressivamente verso un tempo futuro. La...

Oscar al miglior film internazionale / Vinterberg. Bere per non dimenticare

A Thomas Vinterberg i quarantacinque secondi concessi ai vincitori per il loro discorso di ringraziamento non sarebbero bastati. Per sua fortuna, ha vinto il Premio Oscar al miglior film internazionale in un anno molto particolare. Quanti hanno deciso di partecipare di persona alla cerimonia nonostante le difficoltà logistiche e sanitarie sono stati premiati con una maggiore libertà di gestire il tempo a disposizione sul palco, senza temere l'implacabile aumento di volume della musica a coprire le loro voci. Il regista danese si è trattenuto per ben quattro minuti: un'eternità per i rigidi tempi televisivi e il peggiore degli incubi per i produttori dello spettacolo. Ma aveva un ottimo motivo per farlo.    Il suo ultimo film Un altro giro ha ottenuto il premio più prestigioso al termine di un lungo percorso che lo aveva visto selezionato per l'edizione di Cannes del maggio 2020 cancellata a causa della pandemia, partecipare a tutti i principali festival dell'autunno scorso (era anche nella selezione ufficiale della Festa del Cinema di Roma) e vincere altri importanti premi, tra cui risalta il trionfo agli European Film Awards. Vinterberg, nelle varie occasioni in...

Un libro di Guido Tonelli / Il sogno di uccidere il tempo

Niente potrebbe essere più rivelatore del contrasto tra la concretezza di un cavatore di marmo delle Apuane e l’ardire di uno scienziato che cerca di cattura il più effimero dei problemi scientifici: la natura del tempo. In Tempo, Il sogno di uccidere Chrónos (Feltrinelli, 2021), sorprendentemente, Guido Tonelli riesce nell’impresa. Non è un caso. Infatti l’autore non è un solo un teorico, ma un fisico sperimentale che ha contribuito alla scoperta del bosone di Higgs al CERN di Ginevra. Grazie a questo percorso (e forse chissà alle sue radici), nel suo nuovo volume, la tensione tra empirico e teorico attraversa ogni pagina.  Il tema del tempo, si sa, è quanto mai sfuggevole, almeno come gli istanti di cui è fatta la nostra esistenza. Ogni momento, infatti, esiste solo nella misura in cui sta già scomparendo nel passato. Vivere è un po’ morire e la cifra del nostro esistere non è altro che, ovviamente, il divenire, che a sua volta implica il cambiamento. Che cosa sappiamo oggi del tempo? Siamo riusciti a scoprirne la natura? In breve, posso anticipare che la risposta è rimasta in gran parte negativa. Il tempo ha cambiato molte volte struttura ma continua a eludere filosofi e...

Rifkin’s Festival / Woody Allen: i conti non tornano

Il protagonista dell’ultimo film di Woody Allen si chiama Mortimer ma tutti lo chiamano Mort. La Morte. Delle circostanze – tentativi di cancellazione, denigrazione, esilio etc. – che hanno determinato la produzione all’estero di Rifkin’s Festival si è praticamente già detto tutto. Di queste circostanze, Rifkin’s Festival, però – e questo si è detto meno – fa problema, sublimandole artisticamente, ovvero astraendole dalla tanto odiata concreta realtà, alla ricerca del loro valore esistenziale, delle loro grandi domande.  E conosciamo, allora, Mort, professore di cinema in pensione perennemente alle prese con il suo romanzo. Egli appare sullo schermo mentre si accinge a raccontare la sua strana avventura allo psicanalista, nella cui posizione Allen sceglie di collocare proprio lo spettatore, come a dire che toccherà al pubblico il compito di trarre le conseguenze di quanto raccontato. Il film si trasforma, quindi, in un lungo flashback che dallo studio dello strizzacervelli si sposta fino in Spagna, nella bella San Sebastian, illuminata per l’occasione da Vittorio Storaro. Tutto ha, infatti, inizio quando Mort accetta di seguire la propria moglie al festival del cinema della...

Storia d'Italia attraverso i sentimenti (11) / Don Roberto Sardelli: la vita dei baraccati

Sul volto affilato di don Roberto Sardelli ho visto impresso il coraggio, più di ogni altro sentimento. Il coraggio, e una forza ostinata, irriducibile: quella dell’uomo che reclama e grida giustizia, e non per sé ma per altri. “Non tacere” è la parola-chiave che circoscrive il nucleo del suo agire, ed è anche il fondamento della sua pratica pedagogica. Non posso tacere perché ho visto e ho vissuto, sembra dire don Sardelli, perché ho condiviso la vita dei baraccati dell’Acquedotto Felice, una discarica di umanità, per anni la macchia nera di ogni piano di modernizzazione di una città che a lungo ha cercato di non vedere. Cominciare a parlare è l’inizio di un itinerario di riscatto. Prendere la parola, scoperchiare la pietra tombale della sottomissione, può voler dire diventare protagonisti della propria vita. Questo ha insegnato don Sardelli ai bambini della sua scuola, la “725”, dal numero della baracca che la scuola occupava. Le loro voci, prima deboli, impastate da un lungo silenzio, poi sempre più forti e distinte, hanno vinto la sordità di un’intera città.   La città è Roma, sul finire degli anni sessanta e i primi settanta. Il quartiere è l’Appio Claudio, tra san...

Complex TV / Zero e le serie teen

Gli ultimi dati per contare quanti giovani di seconda generazione vivono oggi in Italia, sentendosi italiani e non sempre ottenendo cittadinanza italiana, sono quelli dello studio Istat "Identità e percorsi di integrazione delle seconde generazioni in Italia", del 2020: sono un milione e trecentosedicimila (1.316.000), un numero davvero rilevante, pari al 13% dei minorenni che hanno da 0 a 17 anni! Il 37,8%, di loro – come ha riportato un post su Instagram del team social del “Sole24Ore” AlleyOop –, si sente a tutti gli effetti italiano, mentre i restanti si sentono ancora “stranieri” oppure hanno identità incerta. Il 49,5% ricorda episodi di discriminazione soft o decisamente di bullismo vero e proprio, e, se devo dire la mia impressione, basandomi su una mia raccolta di interviste a diversi esponenti di questo mondo di quasi italiani, la stragrande maggioranza di loro, più al liceo che nella primaria o nella media, ha patito disagi dovuti soprattutto al colore scuro della loro pelle, e ai capelli crespi; tutti i musulmani, in particolare le ragazze che scelgono di indossare l’hijab alla raggiunta maturità sessuale, sono esposti a svariate forme di intimidazione, o curiosità...

Orso d’Oro a Berlino / Le follie porno di un Paese in maschera

Nella concitazione della seconda riapertura delle sale cinematografiche, chissà quanti si sono accorti che un film ha cambiato titolo non appena avuta l'opportunità aggiuntiva di una distribuzione nei cinema. Lucky Red aveva scelto di destinare in esclusiva alla sua piattaforma MioCinema il recente vincitore dell’Orso d’Oro della 71ª Berlinale, Bad Luck Banging or Loony Porn del regista rumeno Radu Jude; quando poi ha deciso, convinta dalla bontà del prodotto ma anche per mancanza di alternative da proporre al pubblico, di renderlo disponibile qualche giorno dopo anche nelle sale che hanno affrontato la riapertura, ha rimpiazzato il titolo originale usato per il lancio online con un più comprensibile (e leggermente edulcorato) titolo italiano Sesso Sfortunato o Follie Porno.    Un titolo che include due parole sul cui significato, nel film, ci si interroga e scontra con veemenza: il sesso legittimo e domestico tra marito e moglie diventa pornografia quando viene filmato e successivamente caricato su un sito di condivisione video per adulti, senza però che venga mai chiarito come questo accidente sia accaduto. Finché la protagonista del filmato è considerata solo come...

La fioritura del perverso / In The Mood for Love, vent’anni dopo

– Le donne fanno caso a certe cose. – Soprattutto quando sono vicine di casa.    Hanno fatto o non hanno fatto l’amore? “Per dirla in termini lacaniani – spiega Žižek a proposito di Casablanca – durante i famigerati tre secondi e mezzo, Ilsa e Rick non lo hanno fatto per il grande Altro, l’ordine dell’apparenza pubblica, ma lo hanno fatto per la nostra immaginazione fantasmatica oscena”. Possiamo dire lo stesso di Chow e Su, gli (non?) amanti protagonisti di In the Mood for Love. Nella scena incriminata di Casablanca vediamo prima Ilse e Rick (Humphrey Bogart e Ingrid Bergman) nella stanza di Rick, litigano per la lettera di transito, lei lo minaccia con una pistola, poi si dichiarano (nuovamente) innamorati (e clandestini), si abbracciano. Dissolvenza. Inquadratura di tre secondi della torre di controllo dell’aeroporto. Dissolvenza. Primo piano di Rick che fuma ripreso dall’esterno, affacciato alla finestra della stanza. Ilse è seduta sul divano, e riprendono il discorso. In maniera analoga, nel film di Wong Kar-wai, si svolge la sequenza della stanza 2046. Prima la signora Chan sale e scende le scale dell’hotel in un frenetico montaggio di tacchi, moquette e carte da...

Suono e cinema / La nuova musica di Hollywood

Pochi cenni musicali, al cinema, hanno avuto facoltà di inchiodarmi alla poltrona come quelli che aprivano il film Il petroliere di Paul Thomas Anderson. Delle dissonanze che definire audaci, in un film hollywoodiano, è dir poco, e che sembravano preludere al fluire del petrolio che di lì a poco avremmo visto sgorgare a fiotti, ma anche il collasso interiore del protagonista, il suo precipitare nelle viscere della terra, invischiato fra melma, petrolio e sangue, molto sangue, come recita il titolo originale del film in inglese, There will be blood. Sui titoli di coda appresi che la colonna sonora del film era opera di Jonny Greenwood, il chitarrista del gruppo rock dei Radiohead. Scoprii così che Greenwood era l’unico membro del gruppo ad avere alle spalle una formazione musicale classica, che aveva studiato alla Oxford Brookes University, e che fra le sue influenze musicali citava Olivier Messiaen, György Ligeti e Krysztof Penderecki. Che diamine ci faceva, un tizio così, a Hollywood?   Il petroliere S’era ancora, in quegli anni (il film di Anderson uscì nel 2007), sotto l’effetto dirompente di Quentin Tarantino, i cui film, dal punto di vista musicale, si presentavano...

Reportage / Shattered Beirut 6.07

Carol Mansour è una documentarista indipendente libanese con più di vent’anni di esperienza nel campo televisivo e cinematografico. I suoi lavori sono regolarmente premiati in importanti festival dedicati al cinema e al documentario a livello internazionale. Di qualche giorno fa è la notizia che il suo ultimo lavoro “Shattered Beirut 6.07” – con scene dirette sui postumi della terribile esplosione avvenuta al porto di Beirut il 4 agosto 2020 – è stato riconosciuto come migliore documentario breve al Socially Relevant film Festival di New York ed è nella selezione ufficiale al San Diego Arab film festival previsto per il prossimo giugno. Entrambi i genitori di Carol, palestinesi cristiani, si stabilirono in Libano fuggendo dalla Palestina durante il conflitto arabo-palestinese del 1948, e in Libano Carol è nata nel 1961. Nel 2000 ha fondato la Forward Film production a Beirut e da anni lavora ai suoi documentari insieme alla collega Muna Khalidi. Con il suo lavoro ha indagato e continua ad affrontare aspetti cruciali delle società contemporanee.   Del 2007 è il suo documentario “A summer not to forget” sui 34 giorni di bombardamenti israeliani sul Libano a seguito del...

Aspettando gli Oscar 3 / Nomadland. Sopravvivere all’America

Le due presenze che più vediamo esistere, come fatti cinematografici, in Nomadland, sono lo spazio e il volto della protagonista. Entrambi si affrontano, anche formalmente, per tutto l’arco della visione, componendo un’esperienza continua di apertura e sconfinamento.  Così da una parte c’è lo spazio: la superficie interminabile della strada, raccontata da campi lunghissimi. Ci sono i paesaggi naturali, i paesaggi umani, e i mondi costruiti dalle merci: i parcheggi, o le enormi officine di manodopera a tempo determinato, i negozi-magazzino dove si compra di tutto, le città fabbriche abbandonate, e poi ancora, secondo una linea narrativa costruita e montata per scivolare sempre avanti, senza inversioni, lo spazio delle migliaia e migliaia di chilometri della terra americana percorsi da un furgone.      Dall’altra parte, assieme allo spazio o in controcampo, un volto, quello di Fern (Frances McDormand), che la regia fissa a lungo e di continuo, come ritraendolo, in tempi lenti di inquadratura spesso affiancati dal silenzio eloquente di scenari e effetti naturali. L’aria, la neve, la notte, il buio, il freddo ci chiedono di fermare lo sguardo, di scrutare quel...

2011 - 2021 / Game of Thrones: Machiavelli sul piccolo schermo

Per celebrare il decennale della messa in onda di Game of Thrones (17 aprile 2011), HBO, la rete americana che ha saputo trasformare una serie di romanzi fantasy (il ciclo, ancora incompiuto, di George R.R. Martin A Song of Ice and Fire) nel più grande successo planetario del nostro tempo, ha pensato bene di diffondere un video. Una sorta di recap degli eventi che hanno portato alla stagione conclusiva, l’ottava, andata in onda ormai due anni fa. Apriti cielo. Quella stagione, odiata con ferocia rara da milioni di fan dello show in particolare nelle sue ultime puntate, rappresenta una ferita ancora aperta. In migliaia hanno riesumato i gridi di battaglia con cui, nel 2019, si era assistito a una vera rivolta online: con gente che chiedeva, nientemeno, di rigirare tutta la final season, possibilmente impiccando Benioff e Weiss, i due sceneggiatori e showrunner passati dallo status di semi divinità a quello di nemici del popolo.      Si potrebbe discutere per ore di quella stagione fatale. O, cosa ancora più interessante, dell’evoluzione del rapporto tra pubblico e autori. O della capacità del fandom di assumere tratti quasi settari, religiosi, profondamente chiusi....

Aspettando gli Oscar 2 / Il traditore e l’eroe: Judas and the Black Messiah

Il cast tecnico e artistico di La La Land abbandona mestamente il palco del Dolby Theater. Si è appena compiuto il più clamoroso colpo di scena nella storia degli Oscar: è stato annunciato il titolo sbagliato come miglior film. Non ha vinto il musical sul jazz, con un cast tecnico e artistico prevalentemente bianco nonostante quel genere musicale appartenga soprattutto alla cultura afroamericana, ma Moonlight, un piccolo film indipendente che, quasi per contrappasso, ha invece un cast interamente nero. La scena è tutta per il regista Barry Jenkins, anch'egli nero, ancora soverchiato dall'emozione quando inizia il suo inatteso discorso di ringraziamento brandendo la sua statuetta. Nessuno dei produttori di La La Land però gli ha ceduto una di quelle tenute in mano solo per pochi minuti; ha ancora quella ricevuta precedentemente per la sceneggiatura non originale. Jenkins non riceve un secondo riconoscimento perché non gli spetta: l'Oscar al miglior film viene consegnato solo ai produttori e lui non era accreditato come tale. Per Moonlight furono due donne e un uomo, tutti bianchi: sul palco, in mezzo al caos di quella sera, il simbolo della vittoria passò nelle loro mani anche se...

Aspettando gli Oscar / Minari. Il linguaggio ritrovato

Il linguaggio non è della lingua, ma del cuore. La lingua è solo lo strumento con il quale parliamo. (Paracelso)   Con ben sei candidature agli Oscar 2021 (miglior film, regia e sceneggiatura, miglior attore protagonista, miglior attrice non protagonista, migliore colonna sonora), Minari di Lee Isaac Chung si conferma uno dei film più interessanti e chiacchierati di questa travagliata stagione di cinema, e non solo per motivi inerenti all’opera in sé e per sé. Pochi mesi fa, quando la pellicola è stata presentata ai Golden Globe, la scelta di concorrere per il premio di miglior film in lingua straniera (che si sarebbe poi aggiudicato), invece che per quello di miglior film, ha generato una controversia sulle regole di partecipazione. Pur essendo una produzione americana diretta da un regista statunitense, nato a Denver nel 1978 da genitori di origini coreane, e che in Minari rivisita per l’appunto un periodo della propria infanzia trascorsa in una fattoria dell’Arkansas, la prevalenza di dialoghi sottotitolati ha impedito di fatto al film di candidarsi al premio più ambito, poiché il criterio linguistico che richiede più del 50% dei dialoghi in lingua inglese, per la...

WandaVision / Una happy family di pixel è per sempre

Molto più difficile far ridere che far piangere; ovvio, la tragedia ha la sua funzione catartica nel lettore o spettatore, ma quante serie tv recentemente ci hanno riempito di cupe angosce? Il nuovo filone tedesco è andato su e giù tra spazio e tempo: Dark per tre stagioni ci ha storditi avanti e indré a saltelli di 33 anni (uno dei numeri magici esoterici), su su fino all’Ottocento, poi ci ha piazzato una fine del mondo elettromagnetica, e Tizio che a 99 anni ammazza il sé trentatreenne, e Caio giovanotto che incontra il sé coetaneo Sempronio di un mondo parallelo shiftato di un anno eccetera. Capostipite di queste montagne russe dei paradossi è stato certamente Lost, ideato da J.J. Abrams, dove si rideva francamente poco, pure lì. In Dark, sino allo struggente episodio finale: cavernose sette che cospirano dall’alba dei tempi per imporre o Adamo o Eva e porre fine al loop di nascite e morti, amori straziati dal congedo dell’amante che se ne va all’improvviso con la macchina del tempo e poi ti riappare tutto vecchissimo e ci rimani un po’ spaesato, perché era più carino da giovane…    Poi Hausen: plumbeo horror di immanente angoscia: il condominio sfigato tipo Berlino...

Anniversari / Splendori e miserie di Vittorio Caprioli

«I film che ho diretto erano liberissimi». Vittorio Caprioli   Quest’anno ricorre il centenario della nascita di Vittorio Caprioli (15 agosto 1921), una di quelle figure che, pur rimanendo sempre ancorate alla seconda fila, hanno saputo animare il cinema italiano con grande vitalità e – soprattutto – libertà. Dopo il debutto teatrale con Strehler, Caprioli fonda la storica compagnia del Teatro dei Gobbi con Alberto Bonucci e Franca Valeri (sua moglie dal 1960 al 1974). Da lì, passando per il varietà, anche il debutto al cinema, prima con una lunghissima filmografia come caratterista (per registi come Risi, Bolognini, Bertolucci, Petri e Rossellini), poi come regista. Nel 2020 ricorreva il cinquantesimo anniversario dall’uscita in sala di uno dei suoi film più rappresentativi, Splendori e Miserie di Madame Royale, con Ugo Tognazzi nei panni di Alessio, corniciaio ed ex ballerino, in arte – per l’appunto – Madame Royale.   1969: negli Stati Uniti esce Staircase (Quei due) di Stanley Donen, con Rex Harrison e Richard Burton nei panni di una coppia omosessuale che finisce in tribunale per problemi di travestitismo. Il film è un flop, la critica lo boccia con l’accusa – tra...

Una conversazione con la First Lady del cinema israeliano / Gila Almagor: L'estate di Aviha

Gila Almagor nasce nel 1939 a Petah Tiqvah, villaggio rurale a nord di Tel Aviv. La madre Chayiah era fuggita dallo shtetl di Kashnow in Polonia, poco prima che tutta la famiglia fosse deportata ad Auschwitz. Il padre fu ucciso a Haifa da un cecchino arabo pochi mesi prima che lei nascesse.  Mentre la madre è ricoverata in istituti psichiatrici, Gila Almagor, salvo rari momenti, trascorre l’infanzia in collegio e l’adolescenza nel villaggio-scuola di Hadasim. A 15 anni si iscrive a un corso teatrale alla Habima, il teatro di Tel Aviv e da lì, sotto la guida di Ya’kov Agmon, inizia la sua folgorante carriera teatrale e cinematografica. Frequenterà anche i corsi di recitazione di Lee Strasberg e Uta Hagen a New York.   Ha recitato in una cinquantina di film, alcuni sono pietre miliari del cinema israeliano: con The House on Chelouche Street (1973), diretto da Moshe Mizrahi, ha ottenuto la nomination all’Oscar nel 1974. E poi tra i suoi film più noti all’estero ci sono: Munich di Spielberg (2007) e Il responsabile delle risorse umane, tratto dal romanzo di Yehoshua e diretto da Eran Riklis (2010). Ha partecipato alle serie TV israeliane: A wonderful Country,...

I limiti dell'immaginazione / E se Anna Bolena fosse nera?

Durante la discussione della mia tesi di laurea, il presidente della commissione interruppe con un sorriso compiacente la mia disquisizione sull'influenza delle sorelle Brontë negli scritti femministi di Virginia Woolf, per dirmi che no, mi scusi, ma Heathcliff non è certo nero.    Io rimasi interdetta. Ero molto nervosa, e mi tremavano le mani. Avrei voluto dire: che importa? Il colore della pelle di Heathcliff cambiava forse il senso del mio discorso? Ma soprattutto: perché no? Il romanzo è ambientato nella brughiera dello Yorkshire, non troppo lontano da Liverpool, che nel 1801 era il centro della tratta degli schiavi da e per le colonie. Heathcliff è un trovatello e viene più volte descritto nel romanzo come "dark-skinned".    Dopo lunghi secondi di imbarazzo, risposi spiazzata: "Io l’ho sempre immaginato nero". Un’affermazione che ritenevo incontrastabile, considerato che la mia immaginazione è di mia competenza. Ma lui insistette, con un sorriso affilato: "Non poteva essere nero". Io allora incespicai, cercai di andare avanti col discorso, ma mi sentivo a disagio – non avevo mai pensato, prima, che ci fosse un modo giusto e uno sbagliato di immaginare....

Diario clinico 7 / Il senso di abbandono

“Che dire, non sono concentrata, continuo a pensare all’andamento del virus, sono stufa di parlarne e di sentirne parlare, ma è la prima volta che sento di appartenere a una collettività. Ho paura di vaccinarmi, lo faccio per senso del dovere nei confronti degli altri”. Si parla del più e del meno, chissà se si potrà andare in vacanza, chissà se con il nuovo governo cambierà qualcosa. Sono conversazioni non analitiche, così le chiama Ogden, che partono da un film, uno spettacolo, un libro, la politica. Ricordo a Luisa un suo sogno recente: litigava con il padre che assumeva una posizione negazionista, una posizione che hanno anche diverse sue amiche. La tonalità cambia, la voce si abbassa, le associazioni aprono a un’altra dimensione, diventa un parlare come sognare.   Nell’ora d’analisi non si sa mai quale sarà l’argomento, nell’imprevedibilità sta la vitalità. Quel non sapere, non poter predire: quell’effetto sorpresa nel quale credono Bion e Fachinelli. Come negli adattamenti del setting imposti, quest’anno, da quanto sta avvenendo nel mondo esterno. I ruoli si sono spesso rovesciati. Il terapeuta si fa trovare puntuale davanti allo schermo, non è detto che il compagno d’...

Il governo dei sentimenti / Goliarda Sapienza: Lettere e biglietti

Esce oggi Lettere e biglietti di Goliarda Sapienza, per La Nave di Teseo, un libro di oltre 400 pagine che raccoglie le minute di missive e piccole comunicazioni che l’autrice di L’arte della gioia ha scritto dagli anni ’50 fino a poco prima della morte, nel ’96.  I destinatari sono molti, quasi una novantina, dai nomi più conosciuti come Adele Cambria, Attilio e Ninetta Bertolucci, Sandro Pertini, Federico Fellini, Luchino Visconti, Cesare Garboli ai meno noti. Sono “lettere a”, non “lettere da”, sono la “brutta copia” che poi la scrittrice ricopiava e inviava. Le lettere sono ordinate, alcune non sono datate, in ordine cronologico per destinatario.   Goliarda ha scritto per gran parte della sua vita, prima degli anni ’50 ha scritto molto per altri, sceneggiature e soggetti, ma dagli anni ’50 in poi prende il sopravvento in lei la necessità di vivere di scrittura, di dedicarsi a un’esistenza dove muovere le sue personagge e i suoi personaggi. Alla sua morte molti manoscritti già compiuti giacevano inediti in un baule, solo alcuni erano stati pubblicati. Oggi, a 25 anni dalla sua morte, grazie al lavoro indefesso del curatore Angelo Pellegrino, tutti i manoscritti...