Il tuo due per mille a doppiozero

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Poesia

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Il nostro saluto / Gli ultimi pasticcini con Giulia Niccolai

Oggi ho saputo che Giulia Niccolai se n’è andata. Ho guardato fuori dalla finestra di casa, per fissare nella mia memoria il colore del cielo. Era quasi giallo. La luce sembrava avvolgere tutto: gli alberi, il lago, le montagne sullo sfondo. Tutto mi è parso immobile. Forse ho capito cosa significa quando il tempo si ferma per un istante. Mi ha avvisata Nicoletta, una cara amica di Giulia. Non sono riuscita a farle molte domande, non ero preparata. Ho ascoltato le sue parole, quasi incredula, incerta se fosse davvero successo. Nicoletta stava in treno. Credo che a quella luce chiara del cielo, assocerò per sempre lo sferragliare del treno. Il primo giorno d’estate è un buon momento per sgusciare via. E poi, a pensarci, la luce ed i treni mi sono sempre piaciuti. Forse anche questo è un regalo, il suo modo di salutarmi come faceva quando andavo da lei a Milano.   Ho conosciuto Giulia perché mi interesso di fotografia e lei per una parte della sua vita ha fatto la fotografa. È stato due anni fa. Non ho molto riflettuto su come fare per conoscerla, forse sapevo che con lei non sarebbe stato troppo difficile. Ricordo che la nostra prima chiacchierata la facemmo a Ravenna, sedute...

21 dicembre 1934 – 22 giugno 2021 / Le tante vite di Giulia Niccolai

Con Giulia Niccolai se ne va uno dei personaggi più straordinari della cultura italiana, uno dei meno noti e appariscenti, ma certamente uno dei più originali e curiosi. Giulia è stata fotografa, scrittrice, poetessa, monaca buddista, traduttrice, saggista, biografa di sé stessa, voce singolare e unica nel panorama letterario italiano dominato da poeti e scrittori per lo più maschi. La sua vita si è svolta tutta in punta di piedi e sui margini della società letteraria. Figlia di un italiano e di un’americana, era nata a Milano nel 1934. Inizia a fotografare giovanissima legandosi al circolo che si ritrovava al bar Jamaica a Milano: Ugo Mulas, Mario Dondero, Alfa Castaldi, ovvero i fotografi che hanno fatto la fotografia italiana del secondo dopoguerra, legati ad artisti come Piero Manzoni, Roberto Crippa, e a scrittori come Luciano Bianciardi, Germano Lombardi, Nanni Balestrini. Ha diciotto anni e se ne va in giro per l’Italia con una macchina fotografica e su un’autovettura; scende dal Nord al Sud per comporre un ritratto del Paese che è appena uscito dalla guerra. Sono fotografie pubblicate da aziende e industrie legate al padre, una possibilità che diventa un’occasione unica...

Letteratura e politica / Dante abusato

Durante il primo confinamento causato dall’epidemia di Covid-19, a farci “sentire italiani” è stata, per così dire, l’epidemia stessa, l’angoscia che un evento così terribile e inatteso aveva suscitato: tricolori sui balconi, canti dalle finestre e inevitabili, sovrabbondanti dosi di retorica (“andrà tutto bene”, “ne usciremo migliori di prima” e così via). Un anno dopo, agli italiani fiaccati da mesi di pandemia, ripiombati in zona rossa, non poteva bastare il repertorio dei mesi precedenti, ormai inevitabilmente usurato: occorreva affidarsi a un eroe nazionale senza macchia, evocare un grande nume patrio, attorno al quale la nazione, assai provata, potesse ritrovarsi. Chi, allora, se non il sempre caro e austero padre Dante?   La prima edizione della giornata celebrativa dedicata ad Alighieri, nel 2020 era occorsa proprio pochi giorni dopo l’inizio del primo lockdown e aveva colto tutti piuttosto impreparati: annullate molte delle iniziative previste, la ricorrenza era trascorsa senza troppi clamori tanto che i fondati timori che Stefano Jossa aveva espresso per tempo in un articolo su Doppiozero sembravano fugati. In questo 2021, invece, grazie soprattutto al fatto che il...

Un verso, la poesia su doppiozero / Gaspara Stampa. Signor, io so che ‘n me non son più viva

Un verso di Gaspara Stampa: dalle sue Rime, che furono in gran parte rime d’amore. I poeti del Cinquecento italiano, rimodulando e reinventando le rime di Petrarca, maestro d’amore, consegnarono ai lettori una meditazione sull’amore che toccò un arco estesissimo di temi e sperimentò un ventaglio amplissimo di registri espressivi: al punto che se volessimo oggi dire del desiderio, delle sue forme, delle sue radici, della sua lingua, basterebbe raccogliere da quei lontani versi figure e motivi, e avremmo un compiuto trattato appunto sul desiderio, sorprendentemente in dialogo con le odierne idee  sul nesso tra desiderio e mancanza, e sulla fisicità e corporeità del desiderio.   Nella stessa epoca numerosi Trattati d’amore e Dialoghi sull’amore (quelli del Tasso, tra i primi) fecero da controcanto ragionativo e analitico alla poesia d’amore. Michelangelo Buonarroti e Gaspara Stampa furono tra i poeti che con più vigore immaginativo affidarono al verso un pensiero dell’amore annodato intorno all’idea di mancanza, di privazione, di vuoto, e con una tensione tutta fisica che allo stesso tempo dialogava, nella finitudine, con la vertigine dell’oltre, dell’impossibile, dell’...

Verso Paradiso / La gloria di Colui che tutto move

L’attacco di Dante nella sua terza cantica è gerarchico fin dal primo verso, e non potrebbe esserci esordio meno congeniale alla mentalità degli odierni lettori del Paradiso. Il medioevo è dominato dalla nozione di gerarchia, in senso teologico e angelologico, ontologico e cosmologico, assiologico e morale, fino all’ordinamento sociale che della gerarchia celeste dovrebbe essere lo specchio, partendo dalle due massime autorità cristiane che ne costituiscono il vertice in terra, la Chiesa e l’Impero. Il problema per noi è che il nostro mondo si è formato insorgendo contro questa gerarchizzazione della realtà, ricondotta a ragioni oppressive che la modernità si è fatta un dovere di demistificare e distruggere in nome di un’orizzontalità liberatoria, di un immanentismo in cui non esiste nulla di sovraordinato all’umano. Sulla base di queste premesse, il Paradiso dantesco sembra fatto apposta per suscitare i fraintendimenti del pubblico di oltre sette secoli dopo. Certo, noi sappiamo che la mentalità medievale è gerarchica, e siamo pronti a ricondurre questo dato storico agli aspetti estetici della terza cantica, che possiamo ammirare già nell’incipit, col suo vivido luminismo che...

Storia di un’educazione / Mary de Rachewiltz: Ezra Pound, mio padre

In una poesia intitolata L’economia amorosa Mary de Rachewiltz concentra in versi buona parte dei motivi delle sue memorie, Discrezioni. Un titolo calzante non solo per l’intera raccolta di poesie di cui è parte, ma anche per cogliere il tono e il contenuto della scrittura autobiografica e collegare la poesia della figlia a quella del padre, Ezra Pound. Fedele ai dettami paterni secondo i quali la poesia deve essere fatta di “dettagli luminosi” e di immagini ideogrammatiche giustapposte, in L’economia amorosa è la nitida concretezza e “l’invisibile parlare” degli oggetti a imporsi: in questo caso una gonna consunta nelle cui tasche si raccolgono sopravvivenze testimoniali di momenti amorosi, granelli di sabbia e conchiglie, tasselli di mosaico romano, “amare radici di felci d’Irlanda”. Al di là della metafora, perché coniugare amore e economia, termini all’apparenza incongruenti?   Oltre all’amor cortese, il titolo richiama un famoso articolo di Pound, Nuova economia editoriale. Verso la fine degli anni trenta Pound, nel pieno dei suoi fervori per gli studi di economia e per le traduzioni di Confucio, pubblica con Scheiwiller un minilibro in inglese intolato Kung Fu Tseu, un...

7 aprile 1928 – 20 maggio 2021 / Giancarlo Majorino. Il molteplice nel singolo

Eleganza e ironia: sono queste le due prime figure – del vivere, del pensare – che mi vengono in mente quando penso a Giancarlo Majorino, scomparso il 20 maggio. La poesia non è stata per lui solo un’esperienza di linguaggio e di ricerca, d’invenzione e di rappresentazione critica di un’epoca, ma un atto di vita, una forma essenziale e necessaria della vita. La lingua della poesia, della quale conosceva bene forme e tradizioni, era per il poeta della Capitale del Nord (1959) e di tanti altri bei libri, una terra da sommuovere, ricomporre, reinventare: ma sperimentare non voleva dire sottrarsi alle urgenze delle grandi domande per abbandonarsi al puro esercizio formale e linguistico, al seguito di passeggeri neo-avanguardismi; sperimentare significava invece portare la parola in quello scarto dalla convenzione e dall’uso che fa sgorgare un nuovo sguardo sulla realtà, anzi della realtà riesce a mostrare quello che il pensiero dominante e l’opinione comune nascondono.   Un’idea di realtà che assorbiva in sé il possibile, persino l’utopico, e punti di vista plurali, mobili, punti di vista in grado di sovvertire quello che Majorino chiamava lo “stile mercantile” (ricordo su questo...

Introduzione inedita a "Canzoniere mio" / Chi sia la poesia

Carissima, una quindicina d’anni fa, ti ricordi? avevamo parlato di lui, il canzoniere mio, e ti avevo chiesto di aiutarmi a capirlo. A Bologna sotto le due torri abbiamo letto in pubblico Opera della notte – e inoltre hai scritto pagine profonde sulle poesie dentro i libri di Nane Oca, poesie che a Venezia, a Ca’ Foscari, hai letto magistralmente, quasi cantandole. Eppure non sai dove collocarmi, nella poesia, nel teatro, chissà.      Mi sono sorte domande, dubbi – e qualche lume. Mi sembra di aver capito che le categorie con cui gran parte della critica di oggi (non solo italiana) lavora sono inadatte o insufficienti per capire cos’è veramente fin dalle origini la poesia – il suo corpo incandescente, furioso, “impressionante”.      Ricordi quando ti ho parlato di Dioniso e Orfeo, mentre stavo cercando di decifrarli e capirli nel nostro teatro bolognese dove ogni tanto apparivi?    Dioniso e Orfeo, due nomi maschera per stringere insieme due vie che sono la medesima e indicano l’azione dell’in-canto, il canto-ritmo del fare dei pastori, allevatori, agricoltori, scalpellini, costruttori di case e templi, deforestatori di tanto tempo fa,...

Teatrante e scrittore / Ciao Giuliano Scabia, poeta luminoso

Se n’è andato poco prima di compiere 86 anni Giuliano Scabia, poeta luminoso, inventore di teatro fuori dai ranghi, narratore fantastico. Il papà di Marco Cavallo, simbolo della liberazione dalle mura dei manicomi, è morto stamattina nella sua casa di Firenze, conservando, quasi fino alla fine di una lunga malattia, uno spirito divinamente fanciullesco. Qualche giorno fa mi aveva raccontato lo schema del suo quinto romanzo di Nane Oca, che rimarrà purtroppo incompiuto, la storia della Vaca Mora a Stoccolma per il Nobel, che incontra il Toro Incorna, insieme a tutti i fantastici personaggi della sua saga del Pavano Antico, Ruzante più Teofilo Folengo, alla ricerca di una stralingua padana (e poetica) e di quella della capacità di fantasticare che troppo spesso in tutti noi si assopisce.   Marco Cavallo   Nato a Padova nel 1935, aveva iniziato a produrre le sue visioni immergendosi nella poesia con Padrone & Servo (1964). Aveva collaborato con Luigi Nono con testi per La fabbrica illuminata, composti ascoltando gli operai dell’Italsider di Genova. Dopo l’incontro con il regista Carlo Quartucci, aveva scritto i primi testi per il teatro, Zip-Lap-Lip-Vap-Mam-Crep-Scap-...

1945-2021 / Il chip metafisico di Franco Battiato

Nell’estate del 1973 il terzo festival della rivista del movimento hippy italiano, “Re Nudo”, organizza la sua Woodstock italiana tra i boschi di Alpe del Viceré, in provincia di Como; il sindaco socialista della cittadina alpestre è terrorizzato, alla prospettiva di ricevere l’orda di straccioni seminudi, non concede nessuna autorizzazione, non garantisce nessuno spazio, né i servizi essenziali: niente corrente elettrica, niente acqua. Gli organizzatori decidono all’ultimo di gettare la spugna e invitano i compagni a non partire. Ma ormai l’orda figlia dei fiori non intende rinunciare alla sua terza estate di free love, marijuana e musica: arrivano in migliaia; tra di loro, un giovane musicista siciliano che compone musica elettronica “cosmica” a Milano; si chiama Franco Battiato, e ha con sé un’arma letale che salverà l’happening: ha portato un generatore di corrente da campo. È così che Franco Battiato è apparso sulla scena della musica italiana. Il suo concerto, con i materiali pubblicati nei primi album Fetus (1971) e Pollution (1972) lascia il pubblico allibito, infastidito: si aspettano il rock, magari psichedelico, ma quella roba fatta sulla tastiera del synth,...

Una corrispondenza / Paul Celan e Ilana Shmueli: “Le mie poesie hanno già parlato”

Una chiave per com-prendere gli enigmi di Paul Celan, poeta “oscuro” per definizione, è forse racchiusa in un breve libro-testimonianza: Di’ che Gerusalemme è, di Ilana Shmueli (Quodlibet, 2002). L’autrice, ebrea, amica d’infanzia di Paul e come lui nata a Czernowitz, amò Celan durante il suo breve (e ultimo) viaggio a Gerusalemme. In questo piccolo libro nato vent’anni dopo trascrive le sue lettere e le sue poesie, le commenta e le interpreta; parla di Celan come se lui fosse ancora presente sulla terra, scrive il diario dei giorni del loro incontro, di cui però suggerisce di non volere svelare tutto il mistero. «Scrivere su Celan significa per me anche scrivere della nostra origine, luoghi, periodi, ambienti di vita che hanno condizionato il nostro essere e il nostro destino: Czernowitz tra le due guerre mondiali, Czernowitz negli anni della seconda guerra mondiale» (DCG, p. 16).   Celan e Ilana, dopo l’amicizia degli anni d’infanzia, si rivedono una prima volta a Parigi, nel 1965, dove discutono di linguaggio, destino, ebraismo. Tra il 1966 e il 1967 il poeta e la moglie Gisèle Lestrange, geniale illustratrice dei suoi libri, vivono separati, mentre Celan è ricoverato...

Diario (3) / Una notte di Paradiso

“Le carriere sono cose complicate”, rispose Stefano Pioli anni fa, a un giornalista che gli chiedeva perché un allenatore galantuomo, bravo e preparato come lui, fosse arrivato ad allenare una grande squadra solo a cinquant’anni, l’Inter in quel caso. La risposta di Mister Pioli arrivò venata di saggezza, e una punta di sarcasmo: quanti intrecci, casuali e non, di amicizie importanti, di frequentazioni dei salotti che contano, di conoscenze tra i giurati dei premi, di atteggiamenti da “personaggio” mediatico, fanno sì che la bravura e la preparazione non bastino. E il mondo del calcio non è dissimile da quello della cultura: scrittori, autori di teatro e di cinema, giornalisti, storici più o meno televisivi, e così via. Ma la questione è di lungo corso: già Marco Vitruvio Pollione, nel De Architectura, l’unico trattato sull’arte di edificare templi e teatri che ci sia giunto dall’epoca antica, si lamenta che non ci sia “una finestra aperta sul petto” di ogni artista. Quella immaginaria finestra renderebbe manifesto a chiunque il valore vero di questo o quell’architetto, i suoi veri “sentimenti e pensieri”: solo “l’effettiva portata del valore e delle conoscenze artistiche riposta...

Ricordo di un poeta / Scarabicchi, la miniera della interiorità

È difficile scrivere di un amico fraterno che scompare; e per questo è per me difficile parlare ora di Francesco Scarabicchi, che si è spento pochi giorni fa, dopo aver affrontato con straordinario coraggio una lunga e atroce malattia, durata anni. Forse sarebbe meglio tacere, affidandosi soltanto a due versi del suo amatissimo Antonio Machado, in una delle Galeries che Francesco aveva tradotto splendidamente: «Oggi soltanto lacrime / per piangere. Non c’è che piangere, silenzio!» (le traduzioni da Machado erano apparse dapprima, con il titolo Il seminatore di stelle, per le edizioni Sestante, di Ripatransone; poi, insieme a quelle da Garcia Lorca, nel volume Non domandarmi nulla, edito da Marcos y Marcos nel 2015).      Ma Francesco aveva una concezione sacra, quasi omerica dell’amicizia, che occupava i vertici del suo mondo; e per tentare di rimanere fedele a quell’amicizia, dirò che la prima parola che mi viene in mente, pensando a lui, è: intensità. L’intensità, tanto dei rapporti umani quanto della ricerca espressiva, era la caratteristica immediatamente ravvisabile in Francesco, nello sguardo, nella parola, nei modi, e naturalmente nella scrittura. Non c’era...

Giardino di primavera / Scille, gli occhi azzurri del sottobosco

Le selvatiche Scilla bifolia sono gli occhi azzurri del sottobosco. S’aprono al primo sole di marzo, gracili, minute, hanno il privilegio di sfoggiare uno dei blu naturali più invidiabili e ammalianti, toccante al punto da far illanguidire. Due, appunto, le foglie: lucide, lunghe e strette che avvolgono il rossiccio gambo florale e, giuntevi al mezzo, opposte, si ricurvano. Leggiadre, le piccole corolle a stella – sei tepali, sei stami con antere altrettanto blu, pistillo capitato sorgente dall’ovario supero – si schiudono una via l’altra sul racemo. Tra aprile e maggio, invece, danno il cambio ai narcisi le Scilla non-scripta (o Hyacinthoides non-scripta), pur esse spontanee d’origine: indimenticabili, quali specchi lacustri, le distese dei boschi inglesi.  Sono facili da naturalizzare nel prato di casa, meglio se collocate al piede di alberi e arbusti, ve ne sono anche di rosate e bianche, certo di minor effetto. Si propagano con generosità e ve le ritrovate sparpagliate in giardino in men che non si dica. Più alte e vistose delle S. bifolia, su dritti, carnosi steli recano dapprima boccioli stretti in spiga che poi, in sequenza, rivelano campanelle reclinate con i vezzosi...

Giorgio Agamben / Hölderlin nella torre

La torre di Hölderlin è il vero tema del libro di Agamben. Si entra attraverso un saggio iniziale, c’è quindi una corposa parte centrale, cronologica, fitta di lettere e testimonianze. È una struttura interna, biografica, che è quasi una scala dove saliamo con Hölderlin nella torre. Alla fine, o piuttosto in cima, ci si affaccia attraverso un saggio finale su orizzonti molto ampi. Com’è finito nella torre Hölderlin  e perché ci rimane per trentasei anni? Forse perché l’amico Sinclair viene arrestato e il poeta inizia a ripetere Non sono un giacobino. Nato nel 1770 ha 19 anni quando scoppia la rivoluzione francese, la politica nella sua generazione è uno snodo di tante questioni diverse e forse in seguito vuole ritrarsi, sottrarsi da quello che la politica dice. Forse ci sono tracce di una delusione amorosa, o semplicemente le difficoltà con gli altri umani e il mondo di tutti, in ogni tempo.    Di fatto alla fine ci si ritrova all’interno di una torre che è come un pensiero, come la poesia. Qualcosa di verticale così intrinseco alla persona che è difficile parlarne senza tradirne le difese e quindi la sua funzione principale, proprio perché parlare e interloquire è...

Ancona, 10 febbraio 1951 – Ancona, 21 aprile 2021 / A Francesco Scarabicchi

PORTE CHIUSE, INCONTRI, CANCELLI       Chiusa per sempre una porta di tormento e speranza, quasi senza dolore: era tempo. Mi allontano dalla parte di me laggiù rimasta ammutolita. Cammino.     *     Un altro varco conduce ora nel verde di un parco cittadino, un assedio diverso in cui mi guida qualcuno che ancora non parla ma osserva fronde, riflessi e a tratti lancia grida stridule, di gabbiano che picchia nella luce. Non parla, e sembra invece animato da una foga di dire, dal vento della vita che si fa o presto si farà parola, gioia forse aspra e per ora inesplosa. Non è poco, mi ripeto, è moltissimo, è tutto. Incontro gente ignota, donne che fanno yoga, una ragazza seduta che disegna quel che crede di vedere, poi un amico col cane: la felicità, dice guardandoci, è dalla vita che viene non dalla poesia.     *     Mai pensato il contrario. Ma quelle antiche vampe di festa osservate da lontano, lo stare sempre ai margini… Inutile crucciarsi a questo punto: la parola voleva forse planare in quel vortice, ambiva a farsi luce, segnavia. Intanto svariano nei prati gli ultimi fiori di settembre, dietro un canneto si indovina il...

20 aprile 1970 - 20 aprile 2021 / Paul Celan: parla anche tu

Dopo Hölderlin c’è tutta una linea della lirica tedesca che percorre l’area più fertile del pensiero tragico in poesia. Si potrebbe anche dire del pensiero “esistenzialista” in poesia. O, addirittura, del pensiero in sé. Del pensiero senza aggettivi. Del pensiero poetante che parla, in poesia, di ciò che pensa “linguisticamente”, e perciò poeticamente. Per Ernst Meister, che è forse il più intransigente fra questi poeti di pensiero, la poesia è identica al pensiero che si pensa («Dichten ist identisch mit Denken»). Hölderlin ha avuto due grandissimi eredi, molto diversi tra di loro: Rilke e Celan. Celan cioè Paul Antschel (1920-1970), nato nel 1920 da famiglia ebraica a Czernowicz, allora in Romania, studente di medicina in Francia e poi di anglistica a Bucarest, quindi viennese e infine parigino, traduttore da inglese, francese, russo, italiano, ebraico, portoghese e rumeno, poeta di lingua tedesca, la lingua parlata da sua madre (suo padre si esprimeva in ebraico), ma anche dai nazisti, i “maestri di morte” che, grazie alle SS e ai loro collaborazionisti rumeni, lo resero orfano a poco più di vent’anni.     Come Novalis, come Hölderlin, Celan ha teso se stesso e...

Scritti inediti / Piera Oppezzo, Esercizi di addio

Quando ero bambina mia madre mi diceva spesso, come gioco, “due rette parallele non si incontrano mai nel tempo e nello spazio”, io le chiedevo cosa fossero due cose parallele, e lei mi rispondeva che erano come i binari su cui corre il treno. Le rare volte in cui aspettavamo un treno io guardavo le rotaie e tutto mi era chiaro, poi il treno partiva con noi sopra e dal finestrino vedevo l’intersecarsi di un gran numero di rotaie e rimettevo in discussione tutto. Quando lavoro sulla letteratura femminile, su alcune autrici, mi viene talvolta in mente mia madre e le rotaie: l’opera di alcune di loro sembrerebbe destinata a non incrociare mai il grande pubblico, a stare sempre parallelamente nel tempo e nello spazio alla letteratura conosciuta e acclamata. Sembrerebbe. Poi il treno parte, in un poi imprevedibile, e una gran quantità di binari si incrociano, si snodano, si raccordano. Penso a, tra le altre, Goliarda Sapienza, Fausta Cialente, Alba De Céspedes, Dolores Prato.   Per anni leggendo Piera Oppezzo, i cui libri trovavo nei vari mercatini in giro per il Paese, mi pareva di stare in quella meravigliosa linea ferroviaria che da Napoli giunge a Piedimonte Matese: per un...

Clorofilla / Anemoni, il soffio della primavera

Marzo: si vanga, si zappa, si sarchia, si rastrella, si pota, si pianta e trapianta, si semina, si concima, si netta il giardino. Si gioisce ad ogni germoglio, si tentano le gemme turgide, si esulta all’aprirsi della prima corolla. E si impreca per le ventate di tramontana, per le ultime infide gelate, per le benefiche pioggerelle, un tempo onomastiche del mese, che tardano ad arrivare o si sono trasformate in piogge monsoniche. Anche il bosco si rinnova. Da sé. Tra gli abiti leggeri che indossa per il risveglio ce n’è uno che par di mussola, o di seta in raffinata stampa devoré, direbbero i tessitori. Le latifoglie sonnecchiano, sognano il folto delle chiome; così, il tiepido sole giunge senza schermo alcuno al suolo, dove ancora cricchia al piede il secco dei rami e delle foglie.     È l’energia che serve agli anemoni (Anemoide nemorosa) per spuntare e drizzare i gracili steli. D’improvviso, da un giorno all’altro, il sottobosco si copre di un morbido drappo di foglie novelle e, nel gioco del chiaroscuro, si distinguono i contorni delle tre lamine al mezzo del caule, picciolate, pennate, incise, pubescenti. Su ciascuno di questi colletti verdi spicca una candida...

Un romanzo di Slavenka Drakulić / Dora Maar: la mia vita con Picasso

Sorriderebbe compiaciuto il Dottor S. della Coscienza di Zeno. Se venisse a scoprire che il suo sbeffeggiato suggerimento elargito a Zeno Cosini (“Scriva! Scriva! Vedrà come arriverà a vedersi intero”) ha trovato terreno fertile nella letteratura del terzo millennio. Non tanto per sfornare esempi di autoanalisi a uso terapeutico, come proponeva il medico raccontato “con parole poco lusinghiere” da Italo Svevo, ma piuttosto per immaginare autobiografie apocrife. Romanzi, insomma, capaci di mettere a fuoco personaggi del passato mai raccontati in piena luce. Perché rimasti intrappolati nella penombra delle loro vite.   Proprio lì, in mezzo a quella folla di volti anonimi, Slavenka Drakulić ama cercare le sue storie. Vicende di donne, passaggi terrestri di figure femminili rimaste sempre un passo indietro. Vite di mogli e compagne di artisti, di scienziati famosi, che sono transitate sul palcoscenico della Storia come se qualcuno camminasse sopra il loro corpo con degli scarponi chiodati. Ascoltando le parole di Frida Kahlo (“Le cicatrici sono aperture attraverso le quali un essere entra nella solitudine dell’altro”), Slavenka Drakulić, la scrittrice nata a Rijeka-Fiume in...

Ironia, invettiva, malinconia / Il canto dei popoli in cammino

La pandemia non ce l’ha fatta a spegnerla. Infinite certezze sono andate in pezzi ma la musica no. La musica è rimasta. Anzi, nel mondo non se n’è mai ascoltata tanta. Non il silenzio, ma i cori dai balconi, i violini e le chitarre hanno accolto il primo lockdown. E quando gli spazi collettivi si sono chiusi e il bilancio delle morti è diventato inguardabile, i concerti sono fioriti online e le playlist personali si sono moltiplicate.  Non poteva andare altrimenti, come indica l’ultimo libro di Roberto Carretta Fuga – Il canto dei popoli in cammino e altre storie (Acquario, 165 pp.). A guardarla in prospettiva s’intuisce infatti una spinta che si muove nel profondo. Una trama ampia e delicata. Una costante dell’anima che ci riporta nel flusso della storia. Stiamo navigando acque sconosciute, impegnati in una traversata che non fa sconti. E questo genere di viaggio da sempre si afferra alla musica e lì ritrova le radici e il respiro di un orizzonte. La musica, scrive Roberto Carretta, è “un modo di portare con sé quel che non sembra essere più. Un bagaglio invisibile che non lascia tracce ma non dimentica nulla, non abbandona al nulla”. È “l’immutabile valigia dell’esule, del...

Un verso, la poesia su doppiozero / T.S.Eliot. Il tempo che distrugge è il tempo che conserva

È un verso dei Quattro quartetti (Four Quartet) di Thomas Stearns Eliot (tolto dal terzo dei quartetti, quello intitolato al nome di un gruppo di scogli presenti al largo della costa del Massachussetts, The Dry Salvages). Il verso riprende il tema che trascorre, con le sue variazioni tonali e meditative, retoriche e argomentative, lungo tutto il testo. Dico tema riferendomi al linguaggio musicale: di fatto il componimento di Eliot, nelle sue quattro grandi partizioni e nei singoli interni movimenti, è del tutto conformato alla struttura di una composizione musicale.    Come unire meditazione e forma, teoresi e ritmo, suono del pensiero e immagine, come portare il fuoco della riflessione – con le sue domande ultime sull’intreccio tra il vivere e il morire – nel suono del verso, nei suoi indugi fantastici, nella sua libertà appunto temporale, questa è stata l’interrogazione che ha sostenuto la ricerca poetica di Eliot, da Prufrock, del 1917 e The Waste Land, del 1922, fino alle composizioni degli anni Trenta e oltre. Lo stesso teatro, che occupa molta parte della scrittura di Eliot, fedele anch’esso a un dettato modernista di scomposizione temporale del dire, di contiguità...

Milo De Angelis: Linea intera, linea spezzata

C’è una linea – un confine da valicare, una porta da attraversare – presente da sempre nella poesia di Milo De Angelis, che potremmo chiamare dell’inafferrabile. Sta lì nel chiaroscuro dell’incomprensibile, uno scenario di finestre a volte aperte a volte chiuse, un posto dove non è necessario capire, comprendere, ma è ragionevole lasciarsi andare, seguire la luce che viene dai testi, fermarsi nell’attimo in cui si fa più fioca, attendere perché tra un istante, tra uno o due versi ci inonderà, e l’ombra proiettata sul muro potrebbe essere la nostra, è di certo la nostra, ma non starà lì a lungo, è destinata a sparire, come il muro che si creperà o finirà alle spalle del prossimo angolo, in un pozzo di misericordia, in un ricordo. E per lasciarsi andare bisogna essere consapevoli, De Angelis non domanda abbandono ma coscienza. La capacità di seguire un percorso che non va da nessuna parte, almeno non ci arriva dritto. Averlo letto in tutti questi anni ci fa somigliare di più a qualcuno che stia viaggiando per cerchi, come quelli della 90 e della 91 che seguono la circonvallazione esterna di Milano, solo che il percorso non è mai lo stesso. La filovia di De Angelis ci conduce in un...

Aromi / Il mirto e il suo mito

Milano, zona Lazzaretto. Pacata festa in terrazza della buona borghesia meneghina. Un sentore di mirto mi prende e mi porta lontano, in un’isola mediterranea o lungo una costa del sud. Il disagio di trovarmi tra estranei si scioglie davanti alle fioriere lussureggianti dell’arbusto sacro alla dea dell’amore. Inattesa – a volte questi milanesi ci san fare con l’arredo green – quella macchia di mirto all’ultimo piano di un palazzo signorile fu un oggetto d’osservazione straniante a sufficienza da consentirmi una via di fuga verso pensieri e ambienti più confortevoli. Mi prese anche un poco d’invidia: quei gradi in più che il termometro registra nell’inquinato capoluogo lombardo consentono ciò che sul mio bricco è impresa improba.   Col mirto non ho avuto buona sorte, due tentativi di dimora in piena terra entrambi falliti: nemmeno i ripari l’hanno salvato dal freddo. Mi soccorre l’alloro – qui cresce florido, fin troppo – per un inverno odoroso e un verde ravvivante il nudo rameggio delle latifoglie. Non che l’uno valga l’altro, ma con serti d’alloro e di mirto nella Roma antica si cingevano le fronti vittoriose di eroi e poeti. Potrei, certo, accontentarmi anch’io di tenerlo...