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Poesia

(570 risultati)

10 gennaio 1937 – 2 gennaio 2022 / Per Gianni Celati

Davide Ferrario ci ha mandato questo filmato, le immagini sono tratte dal suo film, Mondonuovo, una biografia visiva di Gianni Celati attraverso i luoghi dello scrittore e il suo camminare.      

L’opera completa / Bassani poeta

A colpire il lettore quando legge, anche a distanza di anni, i libri di Giorgio Bassani, è l’apparente trasparenza della narrazione e delle intenzioni; tutto è racchiuso lì, nell’angusta cornice delle mura di Ferrara, negli anni compresi tra le leggi razziali e la fine della seconda guerra mondiale, e tutto è apparentemente in chiaro, esplicito, eppure niente lo è. Tutto è espresso, eppure resta misterioso, ambiguo, come il mezzo sorriso sornione di Bassani nelle foto. Cosa sappiamo veramente dei Finzi Contini? E cosa sappiamo veramente del narratore senza nome che attraversa in bicicletta una città che improvvisamente non lo vuole più, in cerca di solidarietà nei reietti come il medico omosessuale Fadigati?   Non è un caso che una nebbia improvvisa venga spesso a coprire la città, come non è un caso che spesso una finestra, un vetro o uno schermo si frapponga tra il personaggio rinchiuso all’interno e un esterno che non è mai davvero raggiungibile, a significare una pienezza esistenziale mai davvero toccata. Bassani si ferma sempre al di qua delle cose che non conosce, in primo luogo per un fortissimo pudore nei confronti dei morti nei campi di sterminio, e poi perché il...

Un verso, la poesia su doppiozero / Osip Mandel`štam, Ho appreso la scienza degli addii

È il primo verso, qui riportato in una sua versione letterale, di Tristia, una delle più note poesie di Osip Mandel`štam, appartenente alla raccolta omonima, del 1922. Tristia è la seconda stazione dell’opera poetica di Mandel`štam, dopo Kamen’ (Pietra), volume pubblicato nel marzo del 1913. In questa poesia, Ovidio e l’esilio sono l’ordito di un arazzo che, in quattro strofe di otto versi ciascuna, seguendo il movimento metrico di una pentapodia giambica, dà figurazione al sentimento dell’addio: con le immagini della partenza, dell’amara vigilia, della soglia che è al di qua della tenebra, degli emblemi che dicono il passaggio al nuovo giorno. Un giorno che dischiude il cammino e la solitudine, il rammemorare e il riconoscere. Riconoscere è custodire il fuggitivo nella presenza di un’immagine, quel che è perduto nel sapere della lontananza. Riconoscere è accogliere quel che è assente, accoglierlo in un verso, nella dolcezza provvisoria e tuttavia intima di un verso, della sua musica.    Nel primo movimento della poesia, alle immagini che salgono dalla lettura dei Tristia di Ovidio, in particolare dell’elegia I, 3 (“Cum subit illius tristissima noctis imago”), si...

Eros, lingua, assenza / Anne Carson, economia dell'imperduto

Affinché ci sia un movimento, è necessario che ci siano una differenza e uno spazio. La differenza motiva il movimento, mentre lo spazio lo rende possibile; se non esiste differenza, i corpi tendono a conservare la propria posizione; se non esiste uno spazio, sono impossibilitati a muoversi per la legge dell’impenetrabilità. L’insieme di differenza e spazio può essere chiamato, in generale, distanza. Lo spazio della distanza è uno spazio erotico.   Eros il dolceamaro ed Economia dell’imperduto di Anne Carson, tradotti magistralmente da Patrizio Ceccagnoli per Utopia Editore, hanno a che vedere con diversi tipi di distanze, e coi confini tra esse. Il primo saggio parla di amore; il secondo di economia. Penso che ci sia un modo per tenere insieme questi due libri, e che quel modo sia intenderli come una riflessione sul tradurre, inteso come atto non solo linguistico ma anche economico, erotico e, da ultimo, ontologico, o addirittura ontogenetico.    Simonide nacque su un’isola, Ceo, a metà del VI secolo a.C.. All’epoca, Ceo era un luogo estremamente povero, arido, roccioso, tanto che i suoi abitanti, per sopravvivere, avevano dovuto ideare un metodo di controllo...

La figlia che non piange, un libro postumo / Il ritegno di Scarabicchi

In uno scritto dedicato all’arte della poesia titolato Tra ombre di percezioni fondanti, Zanzotto distingueva due diverse linee di forza che attraversano la poesia del Novecento. La prima risalirebbe ad Artaud e implicherebbe innanzitutto lo sconvolgimento dionisiaco della lingua e dei suoi codici irrigiditi, l’idea che la parola in se stessa sarebbe già un “tradimento dell’essere” (Artaud). Si tratta di una linea di forza della poesia fondata sull’enfatizzazione del gorgo pre-significante de lalingua, come direbbe Lacan, che troviamo in un primo piano potente nello Joyce di Finnegans Wake. La seconda linea farebbe invece capo a Mallarmé e definirebbe la tendenza apollinea, ermetica, misurata, fondata sulla compostezza formale, sulla purezza e sul vigore del significante, sull’uso ascetico ed essenzialista del linguaggio, della poesia. Mentre la prima linea di forza enfatizzerebbe la sperimentazione ardita, futurista, surrealista, sovversiva della lingua nella sua dimensione babelica, la seconda opererebbe per riduzione, sottrazione, ascesi. Va da sé che se dovessimo collocare l’opera di Francesco Scarabicchi, l’immenso poeta marchigiano scomparso dopo una lunga malattia l’aprile...

Un saggio di Gian Mario Villalta / La poesia non è uno sparo

Il titolo del saggio di Gian Mario Villalta, La poesia, ancora? (Mimesis, 2021), è spiazzante e ambiguo. Da un lato, potrebbe suonare come la reazione infastidita di un potenziale lettore (“Santo cielo, si parla di nuovo di poesia?”), dal lato opposto come un’interrogazione meravigliata sul permanere della poesia nel nostro mondo, nonostante tutto. Chi legge è portato subito – com’è ovvio – a propendere per la seconda interpretazione, e a considerare la prima un espediente retorico, una provocatoria anticipazione – esorcizzazione del disincanto di chi “la sa lunga” (o crede di saperla).    Il libro è articolato in quindici capitoli, e costituisce una sorta di apologia della poesia, di sua rinnovata, appassionata legittimazione. Villalta parte da considerazioni e argomentazioni storiche, estetiche e antropologiche, con riferimenti che vanno da Heidegger al Futurismo, da Dante alle neuroscienze. Nelle prime pagine emerge innanzitutto la distinzione tra il fare proprio della poesia e l’agire comunemente inteso: l’arte è danza che si distingue significativamente dal nostro quotidiano camminare, dal muoversi, dal gesticolare.   La poesia viene definendosi...

Clorofilla / Venere e altre piante carnivore

In passato, qualcuno mi diede della Drosera, una piantina carnivora, o per meglio dire insettivora, ché mosche e zanzare, di carne, son ben scarse. Lì per lì, per consolarmi, mi dissi che, forse, era perché ho belle ciglia. Il nome di derivazione greca significa infatti “rugiadosa” in riferimento alle foglie cigliate con una gocciolina in cima ad ogni villo e scintillante al sole. Però non mi trucco, non metto rimmel per accentuare, incurvare, allungare e render più vezzosi i peli delle mie palpebre.  Ad ogni modo, non era il caso di offendersi. Anzi, andava proprio pigliato come un complimento. Le Drosere (Drosera rotundifolia) sono piante di notevole intelligenza ingegneristica, adattabili e con un loro fascino attrattivo, benché mortifero. Gli insetti – si sa – sono necessari per la riproduzione di molte specie vegetali che mettono in atto portentose strategie di richiamo. Ma, ce ne sono alcune che, dopo averli abbracciati, se li mangiano. E addio verginità vegetale cruelty free.      Siamo propensi a pensare alle insettivore come piante esotiche, nei vivai troviamo con facilità Nepenthes alata e Dionaea muscipula (altrimenti nota come “Venere...

Gli Ultimi versi della grande poetessa / Marina Cvetaeva, Diario dell’ammutolire

Un atteggiamento di resa, di composta rassegnazione, l’amara consapevolezza dell’approssimarsi della fine percorrono gli Ultimi versi di Marina Cvetaeva (1892-1941), i pochi, ultimi versi compiuti che scrive tra il 1938 e il 1941, nei quattro anni precedenti il suo suicidio. La posterità ha di certo potuto facilmente etichettarli come ultimi, mentre non è facile stabilire da quale momento anche Cvetaeva li percepisse come tali. Forse quelli dell’ultimo anno di vita, dove ricorre l’immagine della morte: «È tempo di spegnere la lanterna / sul portone» scrive il 7 marzo 1941, nell’ultima breve poesia che chiude la raccolta. Cinque mesi dopo, la poetessa che Iosif Brodskij ha definito la più grande del XX secolo, si toglierà la vita. In verità Brodskij usa il genere maschile – poeta, e non poetessa – per rimarcare l’assoluta grandezza, l’universalità senza attenuanti, il suo gareggiare nella stessa categoria degli uomini, e non in una categoria a parte, solo femminile. Oggi che il dibattito sul genere delle professioni, sull’uso dello schwa e simili è diventato un terreno di accesa e discutibile rivendicazione, il riferimento a una poetessa al maschile non passa inosservato, ma...

29 maggio 1892 - 25 ottobre 1938 / Alfonsina e il mare

Poco prima di suicidarsi, nell’ottobre del 1938, Alfonsina Storni spedì un’ultima poesia al giornale argentino La Nación. La poesia s’intitola Vado a dormire, e recita così:   Denti di fiori, cuffia di rugiada, mani di erba, tu, dolce balia, tienimi pronte le lenzuola terrose e la coperta di muschio cardato. Vado a dormire, mia nutrice, mettimi giù. Mettimi una luce al capo del letto una costellazione; quella che ti piace; tutte van bene; abbassala un pochino. Lasciami sola: ascolta erompere i germogli… un piede celeste ti culla dall’alto e un passero ti traccia un percorso perché dimentichi… Grazie. Ah, un incarico se lui chiama di nuovo per telefono digli che non insista, che sono uscita…   Trent’anni dopo, nel comporre le strofe della canzone Alfonsina y el mar, il poeta Félix Luna si richiamò a quei versi:   Y si llama él no le digas que estoy Dile que Alfonsina no vuelve Y si llama él no le digas nunca que estoy Di que me he ido   Quella commovente canzone, dedicata ad Alfonsina Storni e resa immortale da Mercedes Sosa, fu composta a quattro mani da Félix Luna e dal compositore e pianista Ariel Ramírez, di cui il 4 settembre scorso si sono celebrati i...

Ottobre 1921 - ottobre 2021 / Zanzotto dalla terra alla poesia

Un libro che si deve maneggiare a lungo, iniziare, riprendere, iniziare di nuovo, portare in fondo con attenzione. Andrea Zanzotto. Il canto dalla terra, di Andrea Cortellessa (Laterza, 2021), ha una compattezza, una densità che attrae e avvince, e che impegna allo stremo il lettore, incalzando, innescando tema da tema, riprendendo motivi, svolgendo cellule di senso interne con un andamento compositivo avvolgente, allo stesso tempo centripeto e centrifugo.  Centripeto perché il nucleo al quale sempre si ritorna è la relazione tra l’opera di Zanzotto e l’esistenza che il poeta compone nell’opera (rinvierei al virgiliano “componere curas”, proferito da un Enea che sempre ha alle spalle un disastro e sempre fugge avanti sospinto da una necessità/desiderio). Centrifugo perché la realtà (materiale, sociale, storica, psichica) che l’opera di Zanzotto circoscrive, riscrive e interpola è in continuo rinvio e rilancio verso altro e altrove.   Il capitolo introduttivo espone già dalla prima pagina lo scarto rispetto alle consuetudini accademiche, non solo dicendo “io” (e su questo “io critico” ritorneremo), ma agganciando la biografia intellettuale dell’estensore alla vicenda del...

Musei dell'Est (3) / La DDR rinata a Berlino

Berlino è la città in cui, rispetto alle due precedenti, esiste una peculiare categoria culturale di cui è necessario tener conto se si parla di vita quotidiana ai tempi del comunismo e di sua rivisitazione museale: la nostalgia, anzi, la Ostalgie. Quel fenomeno di rimpianto per l’Ost (est) che dalla cosiddetta Wende (svolta, crollo del Muro e successiva riunificazione delle Germanie) in poi ha conosciuto diverse fasi e assunto molte sfumature differenti. Una non trascurabile parte degli ex cittadini della Repubblica Democratica Tedesca, a eccezione di quelli che hanno immediatamente colto l’occasione per spostarsi il più lontano possibile dai territori che ancora odoravano di socialismo, prova un sentimento di malcelato fastidio nei confronti della riunificazione.   A quell’evento guarda come a un’annessione da parte del potere forte occidentale che del paese comunista cancellato dalle carte geografiche ha voluto fare piazza pulita e che, liquidandone le pur discutibili componenti politico-ideologiche, non ha risparmiato nulla, né tradizioni culturali, né abitudini quotidiane, né specificità architettoniche. La prevaricazione occidentale, e le sue conseguenze socio-politico-...

Paesaggio con fratello rotto, una trilogia / Mariangela Gualtieri: aprirsi all’inatteso

“Che cosa diremo a quelli che nascono ora? / Che scusa troviamo / per questo disastro umano?”. Dopo una introduzione con l’entrata dei personaggi, in un silenzio carico di attesa accompagnato dall’organo, inizia con questi versi, con questa domanda, Paesaggio con fratello rotto, prima parte di una trilogia del 2004 del Teatro Valdoca. Ora di quel lavoro con la regia di Cesare Ronconi – una saga contemporanea con personaggi dolenti sovraccarichi di colore, un bianco funereo sui corpi seminudi, segnati con tratti neri e sbavature di rosso sangue, maschere animali, ali grandi di uccello, zimarre rituali – Einaudi pubblica i testi (pagine X-78, euro 10), scritti da Mariangela Gualtieri.      Sono sempre di sottili dimensioni le opere di questa poetessa che ci accompagnò nello sconforto del primo lockdown con il delicato ammonimento di Nove marzo duemilaventi: “Questo ti volevo dire / ci dovevamo fermare…”. I versi di Paesaggio con fratello rotto sembrano scavati nei corpi, nella disperazione che vorrebbe diventare la gioia che tutti sentiamo di vivere; sono parole incise con il bulino nello sguardo desolato a quello che riusciamo a distruggere di bello intorno a noi e...

10 ottobre 1921 - 10 ottobre 2021 / Zanzotto: una splendida ciacola siderale

Non è facile raccontare una grande personalità. Se ne può dire qualcosa a proposito delle sue manifestazioni esteriori (ci ho provato in Zanzotto decabrista), ma l’imponenza di un’esperienza intellettuale molto significativa non si presta molto alle piccole aneddotiche, ancorché non inconsistenti. D’altra parte c’è l’opera con il suo grande carico di studi dedicati. Su cui torneremo dopo. A me preme qui insistere sul fatto che quando la techne della poesia attraversa la terra della conoscenza, per così dire, significa che in quel momento lo strumento del poeta riesce a produrre una parte del reale mai esistita prima, vuole dire che con lui tutti facciamo un passo avanti e rosicchiamo qualcosa in più del mondo che prima, semplicemente, non eravamo riusciti a vedere. Dallo Swing al Bebop, ecco, Zanzotto come Thelonious Monk.   Ho sempre pensato che Andrea Zanzotto sia stato prima di tutto un grande uomo di pensiero che si è preoccupato delle sorti del mondo suo contemporaneo; ha saputo a suo modo mostrare le dinamiche profonde che legano l’essere umano a se stesso e agli altri uomini lavorando con il linguaggio sul linguaggio, ma proiettandosi oltre il linguaggio. La sua è una...

Radiogenie / Milk Wood, l'ultimo capolavoro di Dylan Thomas

«Il bosco gibboso degli amanti e dei conigli» evoca qualcosa di mitico.  Ci porta dritti a Llareggub, che forse è una cittadina gallese sul mare, ma è anche, se letta al contrario, un bugger all, espressione slang per esclamare in modo volgare un «nient’affatto» o «un c…!», sicuramente è uno dei più importanti luoghi fantastici nella mappa della letteratura novecentesca. All’ombra di questo bosco il mondo si ribalta: gli strambi appaiono sani di mente, i sogni indossano gli abiti della realtà e Capitan Gatto, uomo di mare, ormai cieco e addormentato nella cuccetta di una cabina, ci vede benissimo. Anche il giovane Robert Zimmerman, di fronte alla poesia di Dylan Thomas, rimase letteralmente stregato, tanto da presentarsi al suo pubblico, nel circuito di musica folk di Dinkytown, col nuovo nome di “Bob Dylan”.   Pubblicato da Einaudi, nella “Collezione di teatro”, è uscito da pochi mesi l’ultimo capolavoro di Dylan Thomas, Under Milk Wood con l’ottima traduzione di Enrico Testa, che segue la brillante, ma certo più datata, versione dell’anglista Carlo Izzo (edita da Guanda nel 1992, ma la traduzione è di una quarantina di anni precedente). La nuova traduzione di Testa è...

Chiamare a giudizio i vivi e i morti / Zong! Poema di una nave negriera

Zong! sembra l’urlo di una guerra per gioco tra piccoli indiani o l’onomatopea per significare la caduta di qualcosa di molto ingombrante che pure rimbalza. Invece è il nome olandese di una nave negriera salpata dalle coste nordafricane nel 1781, otto anni prima della Rivoluzione francese e quasi due secoli prima di I have a dream. Il capitano della nave aveva fatto il chirurgo per tutta la vita, si chiamava Luke Collingwood, ed era molto malato. La nave era carica di centosettanta schiavi e doveva arrivare in Giamaica con un viaggio di nove settimane al massimo, ma impiegò quasi quattro mesi a causa di un’infilata di errori elementari di navigazione. Com’è ovvio le riserve di acqua e di cibo non bastavano per tutti quei giorni, così alcuni uomini del carico morirono di fame e di sete, ed altri centocinquanta furono buttati in mare.   La storia di Zong! probabilmente inizia qui, a furia di rileggere questa riga: “ed altri centocinquanta furono buttati dalla nave”. Il punto è che all’origine della sciagura della Zong non c’è una narrazione, ma una interpretazione piuttosto lineare del contratto con l’assicuratore da cui – secondo il buon Luke Collington e il suo secondo James...

Che il coito "fan vivace" / Capperi!

Se ne intende di capperi, la mia amica Toni. Lavora all’ortomercato e mi porta in dono quelli “super occhiellino”, i più piccoli e pregiati. Con leggiadra metafora sono chiamati anche “lacrimedde”, e i francesi li catalogano come nonpareilles, senza eguali, insomma. Perché anche i capperi, come le noci o le mele, hanno varie pezzature che ne determinano valore e prezzo. Vanno dal calibro minimo di sei-sette millimetri di diametro – i “super occhiellino”, appunto – ai mezzanelli o mezzani di 13 millimetri. Poi ci sono i cucunci, più grandi (fino a 20 millimetri), conservati con il picciolo e dal sapore meno intenso, che accompagnano i nostri aperitivi, ma questi non sono i boccioli del fiore bensì i frutti. I picciriddi che mi regala Toni vengono da Lipari, isola delle Eolie che, con Pantelleria e Salina, è vocata alla coltivazione della Capparis spinosa, pianta tanto buona quanto bella.     Si mostra con ciò accessoria la moda, lanciata da gourmets e chef stellati, di portare nel piatto fiori di piante più o meno note. Moda, come spesso accade, divenuta nel costume culinario dei comuni mortali così popolare, imitata e abusata, da risultare stucchevole. Inutile con...

Scarabocchi / Bello, bello, bello mondo

1.   Io sono dei vostri, alberi. Sono dei vostri animali eleganti, sono dei vostri. Credetelo. Ci separa un niente, colore, capello,  piccolo piccolo nome: l'impianto del respiro è solo apparente diverso. Ci guarderemo fraternamente. Ci capiremo con l'albero e col seme, capiremo l'insetto e la grandine.    Essere mondo, voglio. Sentirmi a casa nel cosmo. E le maree saranno la strada del gonfio cuore. Sarà d'amore  se cresco. Se avanzo o calo. Sarà d'amore. E luce voglio. Così m'impetalo, che mi spensiero, che rido mentre corro come la rondine, mi moltiplico a stelo, gocciolo, mi biforco, mi alzo e tramonto, mi slargo, mi infaldo, divento cima e svetto, mi innevo e frano.   Tutto questo io voglio, dolcemente, perché fuori dell'umano il dolore è uno sparo minimo e la più gran parte è ridere,  mi pare, e il grande canto.   Lo senti il firmamento? Come è sereno. Anche noi siamo dentro. Abbiamo polverine dentro il sangue antiche come il cielo, hanno dentro l'impronta d'un andare  semplice e grande, come le grandi sfere.  Abbiamo Vega nel sangue la stella prodigiosa, e istruzioni precise per il viaggio per l'appontaggio e coraggio...

Una conversazione / Chandra Candiani. Questo immenso non sapere

“Si può andare a trovare un piccolissimo pezzo di prato, un pizzico di prato c’è sempre”. Ho aperto Questo immenso non sapere nelle sue prime pagine e davanti a me un inchino: fronte verso terra e fili d’erba da guardare, un mondo che sempre si rinnova, esercizio di incanto.  Risuonano, queste parole, con la certezza di Etty Hillesum che “esisterà sempre un pezzetto di cielo da poter guardare”. Importa poco se ci sia da guardare verso l’alto o da ricoprirsi di terra e polvere: pregare è indicare, è conoscere una vista periferica, sentire di esser parte di un mondo più grande, anche se ci sfuggono ordine e significato.    Questo immenso non sapere riprende la prosa frammentaria – ricordi, pensieri, riflessioni e scene – che già Chandra Candiani ci aveva fatto incontrare con Il silenzio è cosa viva. È popolato di animali e alberi, come se avesse chiamato a raccolta, per presentarceli, gli “abitanti della meraviglia” che abbiamo imparato, nei versi, ad ascoltare, riconoscere, seguire; a non guardarli troppo negli occhi e a non provare a capirli. Animali che salvano e che ammazzano. E poi l’erba, i fiori del melo, il ciliegio selvatico, le leggi di inquietudine. C...

A quarant'anni dalla scomparsa / Sergio Solmi: letteratura e destino

Il 7 ottobre 1981, esattamente quarant'anni fa, moriva a Milano, all'età di 81 anni, Sergio Solmi. Fu un critico letterario (leopardista, contemporaneista, francesista), un critico d'arte, un poeta, un memorialista, un appassionato cultore di science fiction.  Le sue pagine, di qualunque argomento trattino, posseggono sempre un profondo valore conoscitivo e sono non di rado stilisticamente splendide. Era forse un professore? Un accademico? Un giornalista culturale? No: di mestiere faceva l'avvocato (il “leguleio per mezzo secolo” come ebbe a esprimersi lui nel 1974). Era, per la precisione, a capo dell'Ufficio Legale della Banca Commerciale Italiana. L'insonnia lo aiutò molto. Le sue opere sono state ripubblicate, a cura di Giovanni Pacchiano, dal 1983 al 2011, per l'editore Adelphi, in sei volumi per complessivi nove tomi. Noi qui cercheremo di delineare alcuni aspetti di un'opera così varia e così vasta. Partiremo dalla poesia. Solmi stesso scrisse nel 1952 che ci sono sostanzialmente “due modi per seppellire i poeti”: uno è l'oblio, l'altro è quello dell’“imprigionamento in una formula”. La formula insistentemente usata per imbalsamare Solmi è quella del “poeta minore”, o...

Claudia Losi, Voce a vento / Tessere il canto, tessere i luoghi

Esiste nella pratica artistica delle donne una frequentazione con le pratiche relazionali, con l’immateriale del canto, con gli spazi umili e lungamente non visti del quotidiano e con il recupero di un sapere manuale parzialmente dimenticato, un sapere troppo spesso relegato al folklore e alla sottocategoria dell’artigianato, con tutti i malintesi che la divisione tra arte alta e bassa ha lungamente comportato.  Claudia Losi esplora da sempre questi ambiti e il verbo esplorare descrive con accuratezza il suo andare alla ricerca di ciò che non si conosce – un andare metaforico e fisico, perché il suo lavoro si compone anche di cammini –, la sua relazione profonda con il paesaggio e il suo farsi addentro ai luoghi. Losi declina la geografia attraverso l’arte, la trasforma e ne restituisce il senso lungamente smarrito, frainteso dalla didattica scolastica e dalla frattura che ha pericolosamente separato natura e cultura.  Come un ecosistema, il lavoro dell’artista piacentina si sviluppa seguendo tempi che contraddicono le regole del mercato dell’arte: si dedica a progetti decennali, riprende ciclicamente l’indagine verso nuclei tematici già approcciati, procede seguendo un...

11 luglio 1949 – 2 settembre 2021 / Daniele Del Giudice: quando ti perdi nel vuoto

Qualcuno vi leggerà un disegno o un destino, nel lento scomparire di Daniele Del Giudice, perché la scomparsa, l’assenza, il silenzio sono sempre stati tra i suoi temi portanti. Fin dallo Stadio di Wimbledon che aveva al centro uno scrittore non scrittore, l’autore di Note senza testo, una gravitazione attorno al silenzio; poi in Staccando l’ombra da terra, dove il volo solitario faceva perdere le tracce sulla Terra; fino a Orizzonte mobile, esplorazione dei sovrumani silenzi dell’Antartide.   Qualcuno vi leggerà un disegno o un destino, nella descrizione della malattia di Nel museo di Reims, il cui protagonista, Barnaba, è condannato alla cecità:   «tutto mi appare dall'interno, come durante le visite dei miei amici all'epoca dei primi disturbi, quando non potevo dirmi in compagnia nemmeno con loro: dopo un po' se ne sarebbero andati e io sarei rimasto di nuovo per mio conto, [...] e finivo per essere solo anche mentre loro erano lì, separato e diviso da un cristallo che rimandava me a me stesso con la scritta: “Questa malattia è tutta per te, solo per te”».   A scoprirlo, nel 1983 fu Italo Calvino, ed è facile richiamare la leggerezza di cui parlava nelle Lezioni...

Clorofilla / Dalie, gli ultimi fuochi d’agosto

Che si diano casi di body shaming pure per i fiori? State a sentire:   Cortigiana dal seno duro, dall'occhio opaco e bruno che lentamente si apre come quello di un bue, il tuo gran torso splende come un marmo nuovo. Fiore grasso e ricco, nessun aroma fluttua intorno a te, e la serena bellezza del tuo corpo svolge, opaca, i suoi accordi impeccabili. Non odori neppure di carne, quel sapore che almeno emanano le donne che rivoltano il fieno, e troneggi, Idolo insensibile all'incenso. – Così la Dalia, regina vestita di splendore, solleva senza orgoglio la sua testa inodore, irritante tra i provocanti gelsomini!   Non proprio dei complimenti. Se fossi una dalia mi offenderei. Questo Verlaine screanzato, che le dà della grassa cortigiana, poteva almeno apprezzare il suo contributo ai giardini quando l’estate declina verso l’autunno.  Certo, la dice anche «regina vestita di splendore», ma entro una rete di epiteti tutti giocati sul contrasto ossimorico. Fin da quell’«opaco» dell’occhio bovino in evidenza al primo verso – aggettivo poi ribattuto al centro del componimento – cui poco giova lo splendere del marmoreo torso. E il tono, poi, sempre sul crinale dell’insolenza!...

Un classico di Antonio Prete / Il pensiero poetante di Leopardi

Presentandosi al pubblico all’inizio dell’Enrico IV (Parte seconda, scena 2) Falstaff dice di essere il più arguto di tutti perché non è soltanto arguto in se stesso, ma provoca arguzia negli altri. Rispondere e riprendere Leopardi è partecipare alle sue idee che, come quelle dell’eroe shakespeariano, si articolano attraverso quello che siamo noi. Il libro di Antonio Prete sul pensiero poetante, parte da qui, dal modo in cui le sue idee continuano a moltiplicarsi in noi. Antonio Prete è poeta, scrittore, ma soprattutto accoglie la compagnia di Falstaff, è un buon amico di Leopardi. La grande qualità di Il pensiero poetante (riedito da Mimesis, consolidando un suo luogo nel discorso leopardiano che è iniziato per questo libro nel 1979) è di tenere presente quanto sia facile sconfinare, soprattutto con Leopardi ma in realtà con tutto quel che viene scritto, in una posizione non originale, che riverbera invece di dire, che sostituisce al reale svolgersi del pensiero un’idea astratta e oggettiva della storia, mentre quello che accade attraversa gli umani in modo molto più complicato, non solo per le strutturazioni consce e inconsce della psicologia, ma perché ci sono i miti, le...

Poesie e racconti di Kolyma / Varlam Šalamov: scrivere dai gulag, scrivere nei gulag

Varlam Šalamov (1907-1982) viene arrestato il 19 febbraio del 1929, a soli ventidue anni, per i suoi rapporti con alcuni attivisti politici dell’opposizione leninista-trockista e per avere scritto e diffuso il Testamento di Lenin, una lettera apocrifa in cui l’ormai defunto padre della Rivoluzione russa esprime, con la voce dello scrittore, pesanti riserve sulla successione di Stalin. Lo scrittore è incriminato in base a un articolo del Codice penale della Repubblica socialista che punisce la propaganda sovversiva di appelli destinati a danneggiare o indebolire il potere sovietico. Viene rinchiuso per tre anni nel carcere giudiziario di Butirki, sugli Urali. Scontata la pena, nel 1931 torna a Mosca.   Scrive su alcune riviste, si sposa, ha una figlia, ma su di lui pende una condanna a tre anni di confino che nessuno gli aveva notificato. Arrestato per la seconda volta nel 1937, viene internato in Siberia, nei campi di lavoro della Kolyma. Processato cinque anni dopo, è condannato a dieci anni di lavori forzati e a cinque di privazione dei diritti civili per propaganda antisovietica. Rilasciato alla morte di Stalin, vive ancora per quasi trent’anni tormentato da patologie...