Gaspara Stampa. Signor, io so che ‘n me non son più viva

Un verso, la poesia su doppiozero

Un verso di Gaspara Stampa: dalle sue Rime, che furono in gran parte rime d’amore. I poeti del Cinquecento italiano, rimodulando e reinventando le rime di Petrarca, maestro d’amore, consegnarono ai lettori una meditazione sull’amore che toccò un arco estesissimo di temi e sperimentò un ventaglio amplissimo di registri espressivi: al punto che se volessimo oggi dire del desiderio, delle sue forme, delle sue radici, della sua lingua, basterebbe raccogliere da quei lontani versi figure e motivi, e avremmo un compiuto trattato appunto sul desiderio, sorprendentemente in dialogo con le odierne idee  sul nesso tra desiderio e mancanza, e sulla fisicità e corporeità del desiderio.

 

Nella stessa epoca numerosi Trattati d’amore e Dialoghi sull’amore (quelli del Tasso, tra i primi) fecero da controcanto ragionativo e analitico alla poesia d’amore. Michelangelo Buonarroti e Gaspara Stampa furono tra i poeti che con più vigore immaginativo affidarono al verso un pensiero dell’amore annodato intorno all’idea di mancanza, di privazione, di vuoto, e con una tensione tutta fisica che allo stesso tempo dialogava, nella finitudine, con la vertigine dell’oltre, dell’impossibile, dell’estremo. Il contributo della poesia femminile in questa corale ricerca sulla condizione amorosa è grandissimo, e ricco di soluzioni formali e di invenzioni stilistiche: Isabella Del Morra, Tullia D’Aragona, Veronica Franco, Chiara Matraini, ciascuna con i propri modi, si fecero fini tessitrici di un pensiero rinascimentale dell’amore. 

Dalla sponda francese il rapporto con Petrarca passò, oltre che da Ronsard e dagli altri poeti della “Pléiade”, da Louise Labé, la “belle cordière” di Lyon, che nei suoi versi accesi, gridati, e insieme dolcissimi, tessuti di fisico ardore, mandò in frantumi i residui artifici del petrarchismo di maniera. 

Ma ecco la prima quartina del sonetto di Gaspara Stampa (Rime, CXXIV):

 

Signor, io so che ‘n me non son più viva,

e veggo omai ch’ancor in voi son morta,

e l’alma, ch’io vi diedi non sopporta

che stia più meco vostra voglia schiva.

 

I versi hanno, come accade in molte delle Rime, un movimento allocutorio, il cui destinatario, responsabile della ferita d’amore, lo si identifica con il conte Collaltino dei Collalto (di un “diario d’amore” hanno parlato alcuni a proposito di queste Rime dell’innamorata poetessa, partecipe della mondanità artistica e musicale veneziana, lei stessa suonatrice di liuto). Di fatto il motivo annunciato nei primi due versi – il morire d’amore – è come l’offerta tematica che Gaspara Stampa varierà via via, fino a comporre una riflessione sulla condizione amorosa intesa come esperienza dell’assenza. Certo, dalle dottrine medievali sull’amore fino alle riflessioni umanistiche il “morire d’amore” era stato osservato come perdita di sé, caduta nell’opacità di un’assenza di sé a sé, per via di un pensiero dominante che faceva deserto intorno al sentire; e in questa accezione lo stesso Comento di Marsilio Ficino al Simposio platonico, punto di irradiazione di una rinascimentale teorica dell’amore, aveva inteso quel “morire”: “è morto in sé qualunque ama: o egli vive almeno in altri”. 

Di questo tema del “morire d’amore” – un tema che giungerà al Baudelaire di L’invitation au voyage (“aimer à loisir,/aimer et mourir”) –  Gaspara Stampa definisce in altri versi la natura e il movimento (Rime, CC) : 

 

perché in amor non è altro il morire,

per quel ch’a mille e mille prove ho scorto,

che aver poca speranza e gran disire.

 

Tuttavia per la poetessa veneziana il morire a sé è al contempo un morire nell’altro: il senso di una bianca solitudine si spalanca. Una sorta di desertificazione dei sensi. Uno spossessamento dell’io che un altro poeta d’amore, amato da Rilke (e da lui tradotto), Michelangelo Buonarroti, consegna a un domandare inquieto e rimedita come presenza che penetra e svuota, trafigge e si dissolve: 

 

 

Come può esser ch’io non sia più mio?

O Dio, o Dio, o Dio,

chi m’ha tolto a me stesso,

c’a me fusse più presso

o più di me potessi che poss’io? 

 

Gaspara Stampa conclude il citato sonetto sullo spossessamento di sé (“Signor, io so che ‘n me non son più viva”), rimodulando il tema del morire d’amore come riduzione dell’io a pura parvenza: spostamento del sé, della sua natura, in una forma divenuta evanescente, intangibile. Suono privo di parola, figura priva di sostanza: 

 

sì che può dirsi la mia forma vera,

da chi ben mira a sì vario accidente,

un’imagine d’Eco e di Chimera.

 

Il Canzoniere della giovane poetessa percorre, sul contrappunto di una lontananza dell’altro, il repertorio del discorso amoroso in molte sue figure: l’attesa, la partenza, la distanza, il ritorno, la prigionia, la libertà dal vincolo. Figure, tutte, giocate da un significante che le ravviva e le consuma, le fissa e le svuota: la Sparizione. Una storia d’amore che si misura con i fantasmi e le spine dell’impossibile. Pianto, esaltazione, grido, confidenza, accusa, silenzio, rinuncia, spasimo sono l’alfabeto di una lingua che configura non la realtà di un amore, ma la sua irriducibilità al reale, il suo patto con l’incolmabilità e con il vuoto del desiderio. E un tema risalta lungo la tessitura musicale e pensosa dei versi: il corpo dell’altro immaginato come principio di crudeltà, una crudeltà motivata dal fatto che egli possiede, oltre al proprio cuore, il cuore dell’amante. Un tema, anche questo, antico, che aveva già avuto nella poesia provenzale una sua modulazione. Ecco come appariva in un verso della bellissima canzone di Bertrand de Ventadorn Can vei la lauzeta : “Tout m’a mo cor, e tout m’a me” (“Tolto m’ha il cuore, e tolto m’ha me stesso”). Ma per Gaspara Stampa il corpo dell’amante che possiede l’altro cuore è un corpo “mostruoso”. Come corpo “mostruoso”, infatti, lo si deve ritrarre (Rime, LV): 

 

Fategli solamente doppio il core,

come vedrete ch’egli ha veramente

il suo e ‘l mio, che gli ha donato Amore.

 

E a questo motivo del cuore rubato da Amore e donato a un altro ecco aggiunte le immagini classiche dello “strazio” d’amore, tolte alla tradizione figurativa della caccia animale (Rime, CXLII): 

 

Rimandatemi il cor, empio tiranno,

ch’a sì gran torto avete ed istraziate,

e di lui e di me quel proprio fate,

che le tigri e i leon di cerva fanno.

 

Se amore è questa esperienza di subìta crudeltà, di vuoto e di sparizione, luminosa appare allora la libertà dal vincolo e dalla prigionia, che coincide con il ritorno al giovanile possesso di sé, precedente alla caduta nella condizione amorosa (Rime, CCVII): 

 

Poi che m’hai resa, Amor, la libertade,

mantienmi in questo dolce e lieto stato,

sì che ‘l mio cor sia mio, sì come è stato

ne la mia prima giovenil etade. 

 

E tuttavia per il vero poeta d’amore, da Petrarca in poi – e così è per Gaspara Stampa, come per Louise Labè – si muore d’amore con un bel verso. Come dire l’amore è domanda più forte della stessa esperienza d’amore. 

 

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