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Cinema

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Intervista con Simone Santilli / Immagini ai margini dello sguardo

Mentre cerco di figurarmi quali ulteriori vie possano essere percorse per comprendere le metamorfosi e i processi delle immagini, mi sovviene Karma Fails ‒ Meditation Is Visualization (2017), la performance messa in azione da The Cool Couple, dove i due artisti, con la collaborazione di alcuni fruitori delle loro opere, utilizzano la meditazione come uno strumento utile per mettere a fuoco una serie di fenomeni che solitamente sono relegati ai margini dello sguardo.  Questa opera-esperimento è interessante per questioni che sono riconducibili a una serie di analisi del neoliberalismo e del capitalismo cognitivo, alla capacità di dirottare l’attenzione, di alterare la visibilità di qualcosa o qualcuno, di comprendere le strategie delle forme di potere e di controllo più efficaci e pericolose. Secondo Trevor Paglen, le cose che ci minacciano di più sono quelle per cui non c’è un’immagine. Se l’immagine di un pericolo può essere negata (o criptata) dal potere, ci si chiede quali immagini stiamo fruendo veramente, quali differenze esistano tra le immagini consentite e quelle censurate (non fatte circolare)? Attraverso Doppiozero vorrei dare voce a chi in questi anni sta cercando...

Rosa strappa corsetto / Bridgerton, un rosa d.o.c.

Il rosso minaccioso che ha caratterizzato queste vacanze di Natale ha virato al rosa, almeno per alcune ore, per chi ha visto, o sta vedendo su Netflix, la sua serie di punta del momento: Bridgerton.  Si tratta, come ormai noto, di un period drama creato da Chris Van Dusen e prodotto da Shonda Rhimes. La prima stagione è ispirata al primo volume di una fortunata serie di romanzi in costume di Julia Quinn, quindi ci si aspetta che la saga abbia un lungo seguito anche se una seconda stagione non è stata ancora ufficialmente confermata. Le storie della viscontessa Bridgerton e della sua numerosa figliolanza sono ambientate all’epoca di re Giorgio III (1738-1820), in un’Inghilterra la cui nobiltà ha da sempre costituito una miniera d’oro narrativa. Si pensi, in anni recenti, al filologico e impeccabile Downton Abbey di Julian Fellowes o, più recentemente, a un’altra grande serie Netflix, The Crown, che nella sua quarta stagione ci ha appena mostrato il lato oscuro dell’essere una giovane donna aristocratica. Ma l’agonia psicologica e i disturbi alimentari di lady Diana Spencer, mostrati con crudo realismo nell’ultima stagione di The Crown, nulla hanno a che spartire con l’...

Elezioni USA / Presidenze fittizie, minacce reali

Washington, D.C.. L’enorme, candida cupola del Campidoglio – la sede del Parlamento federale statunitense, il tempio laico della democrazia americana – viene violata. Un’esplosione la scuote. Le fiamme, altissime, squarciano la notte. Il Governo è stato decapitato da un oscuro attentato terroristico.   “Designated Survivor” (prima stagione, episodio I) È l’inizio di Designated Survivor, serie tv che dal 2016 è andata in onda per tre stagioni. Il protagonista, interpretato da Kiefer Sutherland, è Tom Kirkman: membro di secondo piano del Cabinet presidenziale, “sopravvissuto designato” e quindi tenuto al sicuro durante l’annuale discorso sullo Stato dell’Unione. Proprio per garantire, in caso di catastrofe, la continuità del governo del Paese.   Finzione, realtà. Il tema è proprio questo: chi rincorre chi? Quale sta maggiormente influenzando l’altra? La messa in scena narrativa del potere politico ha subito negli ultimi anni una progressiva e formidabile degenerazione morale. Soprattutto la tv ha costruito e cristallizzato un immaginario feroce, sadico, davvero oscuro. Prendendo a esempio la Casa Bianca: la Camelot di The West Wing si è mutata nell'incubo di House of...

Sulla docuserie Netflix / Effetto San Patrignano

Pare un film intorno a un film, come in una trama distopica: c’è una nazione confinata a casa, al pari di tutto il resto del mondo; durante le feste natalizie, sempre più persone si mettono a guardare un lavoro dedicato alla famigerata storia della comunità di recupero per tossicodipendenti fondata nel 1978 da Vincenzo Muccioli (1934-1995). E più guardano, più restano catturati.       SanPa: luci e tenebre di San Patrignano è costruita come se fosse un docuthriller, che in parte ricorda altre esperienze americane, per esempio la serie Wild wild country (2018) dedicata a Osho, un po’ Making a Murderer (2015), perché narrazione e documentazione si fondono nella ricostruzione “appassionante” di un evento che ha provocato un trauma nell’immaginario collettivo. In SanPa ci sono materiali d’archivio e interviste a persone che hanno vissuto davvero quella storia, alternate alle riprese dei luoghi reali in cui si consumarono gli eventi; questo corpus, però, è dilatato e riconfigurato come se fosse una crime story, piena di colpi di scena, di suspense, e di un sistema di tagli e riprese che punta a lasciare senza respiro il pubblico. SanPa è una docuserie non solo perché è...

Ryan Murphy su Netflix / Il passo falso di The Prom

Spoiler: The Prom è un musical. Se dovete lamentarvi perché “si mettono a cantare ogni due minuti” o perché “ballano per strada”, lasciate stare. Spoiler numero due: The Prom è un film, in buona sostanza, bruttarello.   Facciamo un passo indietro. Atlanta, 2016: The Prom debutta a teatro. Libretto di Bob Martin (Elf: The Musical), testi di Chad Beguelin (Aladdin) e musiche di Matthew Sklar (compositore per Elf, ma già al lavoro come arrangiatore su classici come Miss Saigon, Nine, Oklahoma!, e Les Misérables); dopo due anni il musical arriva a Broadway. Nel 2019 riceve sette candidature ai Tony Awards, ma non ne vince nessuno (è stato l’anno di Hadestow, sul mito – aggiornato – di Orfeo e Euridice), in compenso si aggiudica il Drama Desk come Miglior musical.   Facciamo un altro passo indietro. Mississippi, 2010: a Constance McMillen, una studentessa lesbica, è negato l’accesso al ballo scolastico di fine anno (“prom”), nella cultura americana un vero e proprio rito di passaggio dall’adolescenza alla… post-adolescenza.  La studentessa – con l’aiuto dell’ACLU (American Civil Liberties Union) – cita in causa il distretto scolastico e in tutta risposta per lei viene...

Dalla sala allo streaming / Soul: l’anima e il caso

Tra i circa milleottocento fortunati che hanno potuto vedere Soul di Pete Docter alla Festa del Cinema di Roma dello scorso ottobre, solo coloro che sono rimasti in sala fino alla fine hanno potuto vedere la consueta scena al termine dei titoli di coda, che però ha lasciato un inatteso retrogusto amaro. Uno dei personaggi è comparso dal nulla sullo schermo per avvisare i ritardatari che il film era finito, aggiungendo con tono deciso che si poteva lasciare il cinema e tornare a casa. Un brevissimo siparietto scherzoso, utile a rafforzare lo stacco tra l’esperienza spettacolare appena terminata e la routine quotidiana cui tornare; ma qualche giorno prima era stato annunciato che il film avrebbe saltato l’uscita nelle sale per essere distribuito direttamente sulla piattaforma Disney+. A distanza di due mesi, la scelta che scatenò molte polemiche si è rivelata lungimirante: i cinema sono ancora chiusi in mezzo mondo, Italia inclusa. Atteso dagli esercenti cinematografici come il prodotto capace di riavvicinare il pubblico alle sale dopo mesi di chiusure e poi riaperture in perdita, servirà viceversa a promuovere uno tra i più utilizzati servizi di video streaming del mondo.  ...

Un libro di Emilio Gentile / Totò, de Curtis e la Storia

Un illustre storico dell’età contemporanea, che si occupa di Totò? Perbacco, a prescindere. Emilio Gentile, studioso acuto del fascismo, compone una commedia storico-pirandelliana con protagonista il comico, servo di Antonio de Curtis, che alle spalle di quel buffone dal quale si tiene a debita distanza conduce la sua vita principesca di discendente degli imperatori di Bisanzio, chiamando come convitata di pietra la Storia, con la S maiuscola? Quisquiglie? Pinzillacchere? In questo periodo di teatri chiusi, più delle ambigue e noiosissime consolazioni di streaming, letture online, commedie, drammi, pillole e favole in rete, si è aperto – drammaticamente, certo, per tutta la gente di teatro a spasso o chiusa in casa, colpita duramente nelle economie – uno spazio che forse meglio il silenzio, il pensiero, la lettura possono riempire. E tra le non molte proposte segnaliamo un libro fuori dai canoni della teatrologia (nome aspro, sempre a rischio di refuso in tetrologia), scritto con levità profonda: Caporali tanti, uomini pochissimi. La storia secondo Totò, pubblicato dagli editori Laterza.     Gentile è nato nel 1946. Quindi fa parte della generazione cresciuta a pane e...

Complex TV / The Queen’s Gambit: scacco al Maschio

Walter Tevis, l’autore del romanzo The Queen’s Gambit, da cui Netflix ha tratto la splendida serie in 7 episodi che ha spaccato tutti i record di ascolto nelle ultime settimane, pubblicò il suo primo romanzo nel 1959: si intitolava The Hustler, e da quello fu tratto un film nel 1961, con Paul Newman protagonista; un altro romanzo, The Man Who Fell to Earth (1963) divenne film con protagonista David Bowie. Il romanzo che ha per protagonista l’incantevole Beth Harmon uscì nel 1983, un solo anno prima della morte del suo autore per un tumore al fegato, e lo si può leggere in italiano nell’edizione minimum fax del 2007: «Alla Methuen Home di Mount Sterling, nel Kentucky, a Beth veniva dato un tranquillante due volte al giorno. A lei come a tutti gli altri bambini, per “regolare il loro umore”. L’umore di Beth era a posto, per quel che si poteva capire, ma lei era contenta di prendere quella pasticchina. Le rilassava lo stomaco e la aiutava ad allontanare col sonno le ore di tensione in orfanotrofio».   Tevis forse è stato influenzato da The Lužin Defence (1930, leggibile in traduzione Adelphi), in cui Vladimir Nabokov racconta l’autodistruzione di Curt von Bardeleben, un genio...

Modi del sentire / Indulgenza

In una famosa scena del film Io e Annie di Woody Allen, il comico televisivo newyorkese Alvy Singer è in coda all’ingresso del cinema con Annie Hall, la ragazza interpretata da Diane Keaton con cui ha una relazione. Mentre i due discutono dei loro problemi di coppia, Alvy è disturbato dalle chiacchiere di un uomo in fila dietro di loro. Nel doppiaggio italiano l’uomo dice: “Ho visto l’ultimo di Fellini nei giorni scorsi, non è uno dei suoi migliori. È mancante di strutture coesive, si ha la sensazione che non sia del tutto sicuro di quello che vuole dire. Oddio, io l’ho sempre definito essenzialmente un grande tecnico del cinema. D’accordo, La strada era un buon, grandissimo film…”. Alvy si lamenta: “Io sento che mi sta per venire un colpo”. “Beh, smetti di ascoltarlo”, gli suggerisce Annie. “Smetti di ascoltarlo? Mi strilla le sue opinioni nelle orecchie!”. L’uomo nella fila riprende il suo estenuante monologo: “Mettiamo ad esempio in Giulietta degli spiriti, o nel Satyricon, io lo trovo incredibilmente… indulgente. Veramente, uno degli autori più indulgenti”. “La parola chiave è indulgente”, puntualizza uno scocciatissimo Alvy.   L’indulgenza che il saccente personaggio...

Dal rosa al giallo / Una cartografia in noir

Sentito mai parlare dei francesi Borde e Chaumeton? Per la cronaca, sono coloro che hanno “battezzato” con il termine noir quel filone di film americani degli anni quaranta-cinquanta a cui appartengono pellicole come Il mistero del falco di John Huston, Io ti salverò di Alfred Hitchcock, Un bacio e una pistola di Robert Aldrich. Film che senza Borde e Chaumeton gli anglosassoni avrebbero continuato a chiamare “thriller”, noi italiani “gialli”, e gli stessi francesi “polar”. È con questo semplice lemma (suggerito dai romanzi della Série noire pubblicati a partire dal 1945 dall’editore Gallimard) che i due sono assurti a numi tutelari e oracoli del cinema noir americano, celebratissimi, citatissimi, evocatissimi. Dopo di loro sembrerebbe che a chi si occupa di quel cinema non rimanga che la parafrasi della celebre battuta di Peppino de Filippo nel film Totò, Peppino e la... Malafemmina: «...e hanno detto tutto!». Ma così non è.  «Per molto tempo, in Italia, si è parlato pochissimo di film noir americano», spiega il critico Renato Venturelli che a quel cinema ha dedicato studi capillari e ben due rigorosi volumi: L’età del noir, seguito dal recentissimo Cinema noir americano,...

1960 - 2020 / Kim Ki-duk. Cattività e bellezza

«Spazio e cattività sono i due temi ricorrenti nella mia opera» osservò in un’intervista Kim Ki-duk. In diversi suoi film, come Soffio (2007) e Il prigioniero coreano (2016), la connessione tra i due temi appare evidente nel motivo di uno spazio chiuso e claustrofobico che diventa per l’uomo una prigione. In altri film, tra cui L’arco (2005) e L’isola (2000) – il suo primo grande successo internazionale –, un’espressione maggiormente metaforica del medesimo legame è fondata sul simbolo dell’acqua e sul suo potere di isolare le persone, trasformandole in monadi. La cella in cui viene rinchiuso il ragazzo di Ferro 3 – La casa vuota (2004), e in generale tutti gli interni del film, ovvero le case che l’innominato protagonista abita nel silenzio, in assenza e all’insaputa dei rispettivi proprietari, esplorano una dimensione di isolamento e prigionia ancora più irreale, nella quale e attraverso la quale lo spazio diviene occasione di passaggio, di scomparsa e di metamorfosi.   La derivazione dell’aggettivo “cattivo” da “cattività” suggerisce una riflessione che ribalta il rapporto di consequenzialità per cui chi ha fatto qualcosa di male, in quanto cattivo, dev’essere imprigionato...

Fincher senza polemiche / Citizen Mank

Più o meno a metà di Mank di David Fincher, Herman J. Mankiewicz (Gary Oldman) ascolta i commenti sulla sua prima stesura della sceneggiatura di quello che diventerà Quarto Potere (Citizen Kane), formulati dal co-produttore John Houseman (Sam Troughton), incaricato da Orson Welles di mantenere lo scrittore alcolizzato nei tempi previsti. Sebbene Houseman apprezzi ciò che ha letto, trova la sceneggiatura di Mankiewicz un po’ troppo contorta. «Non puoi catturare l'intera vita di un uomo in due ore, tutto quello che puoi sperare è lasciare l'impressione», risponde Mankiewicz, quasi mettendoci in guardia su ciò che non troveremo nel film di Fincher. In effetti, Mank è un’opera che rinuncia deliberatamente a essere un biopic strutturato, utilizzando un’architettura narrativa che omaggia, ovviamente, Citizen Kane, pennellando squarci della vita di Mankiewicz, disposti in modo disordinato, senza mai essere compilativo o didascalico e restituendoci, appunto, soltanto un’impressione di chi fosse realmente lo scrittore di origini polacche. Non un difetto, però, come sostiene Paul Schrader («The film fails the first obligation of telling the story of a flawed protagonist, to convince the...

Lo schermo della psiche / Al cinema con lo psicanalista

Cinema e psicoanalisi, come ci ricorda Vittorio Lingiardi nel suo Al cinema con lo psicoanalista (Cortina editore, 2020, pp. 203, euro 15) nascono insieme: “nel 1895, mentre i fratelli Lumière proiettano al pubblico del Gran Café del Boulevard des Capucines le loro scena di vita quotidiana, Sigmund Freud pubblica gli Studi sull’isteria e Il progetto di una psicologia”.   E sebbene all’inizio sia Freud a restare “completamente ammaliato” dal flusso di immagini che usciva da quella che allora, come tutti, chiamava la “lanterna magica”, con il passare del tempo, fu piuttosto il cinema a subire il fascino della psicoanalisi, specie di quella junghiana benché nella vastissima produzione di Jung, a quanto mi risulta, non si trovi mai alcun esplicito riferimento alla settima arte. Tuttavia il suo approccio al linguaggio dei sogni, più simbolico e meno semiotico rispetto a quello di Freud, è stato considerato da molti registi cinematografici più adatto a rendere l’essenza del cinema, non a caso definito a lungo “la fabbrica dei sogni”. La ragione, secondo Federico Fellini, è che “Freud vuole spiegare ciò che siamo, mentre Jung è un compagno di viaggio, uno scienziato veggente (…) ci...

Fondation Louis Vuitton di Parigi / Cindy Sherman. Una, nessuna, centomila

La grande retrospettiva dedicata all’opera di Cindy Sherman (1954) alla Fondation Louis Vuitton di Parigi non è al momento visibile. L’ho visitata poco prima del secondo lockdown; era periodo di vacanze scolastiche e le sale del museo erano piene: a malapena si riusciva a seguire il percorso obbligato, pensato per visitare la mostra senza rischi di contagio, ma che produceva al contrario piccoli assembramenti davanti alle opere più note. Gruppi di bambini immaginavano, con l’aiuto di una mediatrice, le mille possibili vite di Cindy, il personaggio di volta in volta messo in scena. Noi adulti con il volto coperto per metà, dissimulato dalle mascherine, vagavamo per le sale, colorate secondo la palette del make-up dell’artista, immersi nella bellissima scenografia che, per opera di Marco Palmieri, alternava colori, specchi e fotografie; un invito a partecipare alla mascarade, mettendoci ad ogni passo davanti alla nostra figura riflessa. Lo stratagemma, senza mascherine, avrebbe funzionato benissimo: i nostri volti di visitatori si sarebbero mescolati a quelli delle tante Cindy in mostra, come a sottolineare la performatività tanto dei suoi personaggi quanto di noi stessi, delle...

Samp al Sotto18 Film Festival / Rezzamastrella: un killer contro le tradizioni

Tra ulivi, trulli, strade bianche di Ostuni, muretti a secco, scalinate di Gravina di Puglia, linee ferroviarie deserte, la piazza di Galatina dove non si può che ballare una ossessiva, folkloristica pizzica. Un killer attraversa questo Puglia Dreaming: boccoli lunghi agitati dal vento o dalla corsa, simile a un Cristo pasoliniano su un campo di grano tagliato, con baffo, pizzetto e volto sghimbescio, giacca rosa su corpo magro, lisergica, nervosa reincarnazione di Frank Zappa in cerca di tradizioni da uccidere, da killerare.  Samp è un assassino professionista. Inizia sparando alla madre tra le linee nette, candide, all’interno di un trullo, per poi partire a prendere ordini da un Boss di paese, non senza essersi ristorato con un cappuccino con tazzulella ‘e cafè e succhiatina alle prosperose mammelle di una diversa figura materna. Il Boss gli ordinerà vari omicidi di “gente legata alle tradizioni, che pensa e agisce in modo naturale”, antiquari, vecchie comari di piazzetta, collezionatori di cartoline del bel tempo andato, bambini che aspettano un futuro che continui il passato e perfino Riccardo, l’amico del cuore di Samp, uno che “porta avanti l’amicizia, che non è...

Saggio sul capitalismo artistico / Lavoro reputazionale: i proletari dell’immagine post-digitale

  “In questo testo non si farà un’avvocatura del lavoro dell’arte, né si parlerà dei modi in cui l’arte sia, in maniera quasi generalizzata, un settore di sfruttamento e precarietà. Piuttosto si guarderà a come le entità instabili dell’arte anticipino tendenze di sfruttamento e auto-sfruttamento”. In Teoria del lavoro reputazionale. Saggio sul capitalismo artistico (Milieu, 2020), Vincenzo Estremo chiarisce subito il punto: partire dalle aporie del sistema dell’arte contemporanea per costruire una teoria del lavoro artistico.  Il libro si dipana attorno a tre nuclei tematici – tempo, media e immagine – con numerosi esempi tratti da un’ampia cultura del visuale, in particolare dei media e dell’immagine in movimento: fra i casi citati troviamo Harun Farocki, Hito Steyerl, Cao Fei, Ed Atkins, Liam Gillick, Superflex, Forensic Architecture, Alterazioni Video, Elisa Giardina Papa, ma anche Francois Truffaut, Ermanno Olmi e Pier Paolo Pasolini, Black Mirror e BoJack Horseman. Estremo analizza tanto la rappresentazione del lavoro quanto le logiche che presiedono al funzionamento degli apparati e dei protocolli che trasformano “la classe creativa in cognitariato”.   “La...

Milano Filmmaker 2020 / Er e gli asini

  Er cammina lungo una strada asfaltata. Di lato, a destra e a sinistra, i campi. La macchina da presa la inquadra di schiena. Vediamo i suoi capelli neri che le cadono sulle spalle e i jeans bianchi che indossa. Cammina di fretta, come se sapesse dove andare; si mantiene vicina alla striscia bianca laterale che bordeggia nel suo procedere. Mormora qualcosa che non si comprende: frasi straniere, una litania, altro ancora. Er è Ermanna Montanari e questo è un film di un’ora dedicato a lei, un atto di amore del regista Marco Martinelli verso quella che è la sua attrice preferita, la sua musa, la sua prima compagna di lavoro, sua moglie. Un dono fatto a Ermanna dopo quarant’anni di vita e di teatro insieme, scrive il regista romagnolo nella scheda di presentazione dello spettacolo. Partendo da un ampio materiale d’archivio, Martinelli, con l'aiuto di Francesco Tedde, ha montato questo lungo monologo dell’attrice, che attraversa lavori di oltre vent’anni fa come Ippolito, tratto da Euripide, dove recita circondata da Chiara Lagani e Fiorenza Menni, Sterminio di Werner Schwab, dove interpreta il monologo della Signora Cazzafuoco, e poi altri spettacoli ancora in cui...

Milano Filmmaker 2020 / Il vedere commosso di Mauro Santini

«Giovedì 24 ottobre 1776: [...] la campagna, ancora verde e ridente, ma in parte già spoglia e già quasi deserta, dappertutto offriva l’immagine della solitudine e dell’avvicinarsi dell’inverno. Risultava dal suo aspetto un’impressione mista di dolce e di triste, troppo analoga alla mia età e al mio destino perché non ne facessi il raffronto.». La seconda passeggiata del sognatore solitario – ovvero del filosofo Jean-Jacques Rousseau – pare aprirsi con una placida meditazione sulla vita psichica della materia, teneramente sprovvista di alcun evento singolare. Eppure, all'improvviso, qualcosa accade: una concatenazione di eventi che qualche secolo dopo attirerà l'attenzione di un altro filosofo, Daniel Heller-Roazen, il quale dedicherà al sognatore solitario un capitolo di uno dei suoi libri più interessanti (Il tatto interno).    «Ero, verso le sei, sulla discesa di Ménilmontant» ricorda Rousseau «quasi di fronte al Galant Jardinier. Dal varco che si aprì all’improvviso fra le persone che mi camminavano davanti [...] vidi abbattersi su di me un grosso cane danese che, lanciatosi a capofitto innanzi a una carrozza, una volta accortosi di me non ebbe neanche il tempo di...

Pietropolli Charmet, Il motore del mondo / Sentimenti adolescenti

Un adolescente, oggi, credo si senta come se stesse viaggiando in una navicella sperduta nello spazio lanciata a velocità pazzesca, alla deriva, tutto avvolto da cinghie e cannule di alimentazione, tra continui colpi e strattoni, botte in testa e calci sui fianchi e sui denti, che tanto uno più uno meno, e la libertà che non c’è e la fame e il bisogno di tutto. I ragazzi (non solo quelli in difficoltà) si trovano così, in mezzo a mille complessità speciali e inedite che devono fronteggiare, per questo sono diventati una delle categorie sociali più esposte, per le sue dinamiche particolarmente delicate, alle sollecitazioni fortissime e contraddittorie della nostra epoca. C’è da tremare, a pensarci bene: che cosa c’è di più incerto e incognito del momento cruciale della crescita in un tempo come quello che stiamo attraversando? Una formidabile mise en abyme: l’instabile per definizione collocato in una realtà in totale rivolgimento.   Del resto, che ci fosse l’urgenza di riflettere sulle nuove adolescenze (usiamo pure il plurale data la variegazione delle modalità che i ragazzi imprimono alla loro lotta per la crescita) lo si avvertiva dando un’occhiata ai prodotti dello...

A 10 anni dalla morte / Mario Monicelli: uno, nessuno, centomila

«Mario è morto il 29 novembre del 2010, buttandosi dal quinto piano di un ospedale romano. Si è “schiantato”, come direbbe lui. Gli piaceva la parola “schiantarsi”. […] “schiantarsi” e/o “ingoiare una polpetta avvelenata” al momento giusto, quando cioè uno è sazio dei giorni, era una teoria ampiamente condivisa in tutta la famiglia Monicelli». Così ricorda Chiara Rapaccini, scrittrice, illustratrice, autrice di libri per l’infanzia (e non solo: Amori sfigati, Rossa), per oltre trent’anni compagna di Mario Monicelli, sul numero 596 di “Bianco e Nero”. Interamente dedicate al regista, di cui proprio oggi ricorrono i dieci anni dal suicidio, le quasi duecento pagine della rivista ospitano contributi firmati da storici (Cardini, De Luna, Mondini), studiosi e critici cinematografici (Anile, Brunetta, Crespi, Gili), giornalisti e scrittori (Deaglio, De Cataldo, Di Paolo), oltre ai ricordi e le testimonianze in prima persona di collaboratori, interpreti, amici. Fra questi, appunto, c’è quello di Rapaccini, che traccia con straordinaria leggerezza e un pizzico d’irriverenza (a cominciare dal titolo, Muoiono solo gli stronzi, tratto da un suo celebre auto-epitaffio) il profilo di un...

Alice in Wonderland, 26 novembre 1865 / Vita cinematografica di una Finta Tartaruga

“Have you seen the Mock Turtle, yet?”. “No”, said Alice. “I don’t even know what a Mock Turtle is”. “It’s the thing Mock Turtle Soup is made from”, said the Queen.   Con queste parole, nel nono capitolo di Alice nel paese delle meraviglie, Lewis Carroll introduce la Mock Turtle, la Finta Tartaruga, uno dei personaggi più affascinanti ed enigmatici del libro. Poche righe più avanti, Alice, scortata dal Grifone, viene condotta in spiaggia al cospetto della Finta Tartaruga, creatura sofferente e perennemente in lacrime, che promette di raccontarle la sua storia. “Una volta ero una vera tartaruga”, comincia, per poi rimanere immobile e silenziosa per interi minuti. Il racconto riprende con una cronaca nonsense della sua infanzia alla scuola del mare, dove si insegnano materie come annaspare e contorcersi, e le diverse operazioni dell’aritmetica: ambizione, distrazione, bruttificazione e derisione. Nel capitolo successivo, il decimo, la Finta Tartaruga e il Grifone si infervorano nel descrivere il loro gioco preferito, la quadriglia delle aragoste, un ballo in spiaggia che coinvolge foche, salmoni e tartarughe intenti a inseguire aragoste lanciate in mare.  Infine, tornata...

Speciale Fellini / Amarcord, isteria italiana

In un primo tempo doveva chiamarsi Viva l’Italia, poi Il Borgo. Insomma, il riferimento era la provincia, lo Strapaese del romagnolo Longanesi e di Malaparte, negli anni del fascismo, corrispondenti a infanzia e adolescenza del regista. Invece, racconta Fellini, “un giorno, al ristorante, mentre scribacchiavo disegnini sul tavolino, è venuta fuori la parola Amarcord; ecco, mi sono detto, adesso verrà immediatamente identificata nel mi ricordo in dialetto romagnolo, mentre ciò che bisognava accuratamente evitare era una lettura in chiave autobiografica del film”.    Amarcord quasi fosse il nome di un liquore (Amaro Cora). L’intento è tornare a quell’epoca con “distacco e nostalgia, giudizio e complicità, rifiuto e adesione, tenerezza ed ironia, fastidio e strazio”. Amarcord (1973) viene dopo Roma (1972), un tentativo di fare i conti con la città in cui si è trasferito nel 1939 insieme alla madre, che era originaria di lì, e ai fratelli. Da lontano, Rimini diviene un mito; e se nei Vitelloni la cittadina romagnola è ricreata sul lungomare di Ostia, Amarcord, col suo décor anni Trenta precisato fin dai titoli di testa disegnati da John Alcorn, è reinventata nel Teatro 5 di...

Francesco Rosi, 15 novembre 1922 / Salvatore Giuliano: una parabola storica

1960: esattamente sessant’anni fa, un giovane Francesco Rosi, che ha esordito nel 1958 con il lungometraggio La sfida, per poi dirigere Alberto Sordi in I magliari nel ‘59, decide di realizzare un film sul famigerato bandito Salvatore Giuliano, la cui vicenda è legata alle sorti della Sicilia del secondo dopoguerra, al movimento separatista e alla strage di Portella della Ginestra, avvenuta il 1° maggio 1947, dove Giuliano e i suoi uomini aprirono il fuoco su dei contadini che festeggiavano la recente vittoria elettorale del Blocco del Popolo, l’occupazione delle terre e la riforma agraria.  Tre anni dopo, il 5 luglio 1950, il corpo senza vita del bandito viene ritrovato nel cortile di casa De Maria a Castelvetrano. La versione ufficiale vuole che Giuliano sia caduto in un conflitto a fuoco con le forze dell’ordine. A distanza di settant’anni sappiamo che la verità storica è un’altra: “Turiddu” (è il soprannome locale di Salvatore) e la sua morte sono al centro di un intrigo che vede coinvolti la mafia e lo Stato; egli non fu ucciso dai carabinieri nel cortile, ma portato lì cadavere dopo essere stato eliminato per ordine di Cosa Nostra.    Francesco Rosi (al...

L’auto-orientalismo italiano / Dal cinema di mafia al Made in Italy

L’“altrove” non è solo un luogo fisico. È il termine di una relazione che concorre, per differenza, a definire il “qui”. Tuttavia, a differenza dei grandi paesi coloniali, l’altrove rispetto al quale si definisce l’immaginario nazionale italiano non è esterno ai propri confini, ma fissato in un tenace catalogo di stereotipi che oppone Nord e Sud. Questa è una delle idee da cui muove l’ultimo libro di Emiliano Morreale, La mafia immaginaria. Settant'anni di Cosa Nostra al cinema (1949-2019), uscito per Donzelli nell’agosto 2020: “La Sicilia e la mafia sono un luogo in cui dislocare contraddizioni, un dispositivo che opera (come il sogno secondo Freud) per condensazione e spostamento”. Non solo nello spazio, anche nel tempo. La mafia è quasi sempre, nel cinema, “mafia d’una volta”. La storia del mafia movie è anche e soprattutto la storia di uno sguardo pubblico, d’un atteggiamento culturale nostalgico.    Questo sguardo si forma essenzialmente nel e attraverso il cinema, benché propaghi i suoi effetti ben al di là della sfera cinematografica. Secondo Morreale infatti, a parte pochi ma significativi riferimenti letterari (Sciascia, Tomasi di Lampedusa) e politici (...