L'analisi disegnata di Bobi Bazlen

30 Dicembre 2023

Il dottor S., quello della Coscienza di Zeno, gli avrebbe intimato “Scriva, signor Bazlen! Scriva! Vedrà come arriverà a vedersi intero”. Ma Ernst Bernhard non assomigliava affatto al personaggio di Italo Svevo. Lui, tra tanti psicanalisti, era “d’un’altra specie”. Quella, rarissima, degli allievi di Carl Gustav Jung che, nel ripensare l’insegnamento del maestro svizzero, avevano spalancato gli orizzonti della psicologia del profondo a un sapere arcano.
Nella pratica dell’analisi, Bernhard aveva introdotto tecniche del tutto inusuali. Come la lettura della mano, che aveva imparato dal chirologo Julius Spier. E, poi, aveva fatto spazio all’interpretazione dei Tarocchi, delle carte astrologiche e de I Ching, il libro dei mutamenti. L’antico testo divinatorio sopravvissuto alla distruzione delle biblioteche ordinata dal primo imperatore cinese Qin Shi Huang Di. Che lo stesso Bernhard aveva affidato da tradurre al suo paziente Bruno Veneziani, l’irrequieto cognato di Svevo.

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Quando Roberto Bazlen, il “bracco da libri” che gli amici chiamavano Bobi, l’instancabile segugio di sempre nuovi capolavori letterari che aveva convinto Eugenio Montale a leggere e valorizzare gli allora snobbati romanzi di Svevo, si era presentato nello studio romano di via Gregoriana, Bernhard non aveva esitato. E per iniziare il percorso di analisi gli aveva consigliato di lasciar perdere le parole, che già affollavano le sue giornate. Sarebbe stato meglio che trasformasse i sogni in disegni. All’inizio potevano essere semplici schizzi, poi il tempo avrebbe contribuito a trasformarli in piccole opere d’arte. Bernhard era sicuro che, così, quel nuovo paziente sarebbe riuscito a fare ordine nel suo inconscio. E avrebbe trovato un senso preciso, una direzione da dare alla propria esistenza. Una sorta di alchemico “solve et coagula” da portare fino al cuore della vita quotidiana.

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È assai probabile che Bazlen avesse intercettato il Verbo di Sigmund Freud, sul finire degli anni Venti, grazie a una frequentazione rimasta segreta con Edoardo Weiss, nello studio del medico in via San Lazzaro a Trieste. Ma a differenza del poeta Umberto Saba, l’ortodossia freudiana aveva deluso assai in fretta Bobi. Facile immaginare che a infastidirlo fosse stato proprio il tentativo di spiegare, in maniera del tutto razionale, fenomeni psichici e mentali assai sfuggenti.

Così, anni dopo, Bazlen decise di dare ascolto all’invito di Bernhard. Prese carta, matite, chine e acquarelli, e si convinse a trasformare in disegni le visioni che abitavano le sue notti. A persuaderlo che quella potesse essere la via adatta a lui era stato anche l’incontro con il pensiero di Jung, avvenuto molto prima che Bobi conoscesse, e poi frequentasse, Bernhard, lo psicanalista scappato da Berlino a Roma per sfuggire alle persecuzioni naziste. E che era diventato in fretta un punto di riferimento per tante persone lì, nel suo studio di via Gregoriana, non lontano da Palazzo Zuccari. La cosiddetta casa dei mostri, uno dei luoghi alchemici della capitale, intriso di oscure suggestioni come la Porta Magica di piazza Vittorio. 

Fu un percorso lungo e pieno di sorprendenti rivelazioni, quello che Bazlen intraprese come medium pittorico del proprio universo onirico. Durò esattamente sei anni: dal 1944 al 1950. E diede forma a centinaia di disegni, che la compagna di Bobi, Ljuba Blumenthal, avrebbe regalato all’amico Luciano Foà, “il braccio secolare” dell’intellettuale triestino ispiratore della casa editrice Adelphi, dopo la sua morte avvenuta in una camera dell’Albergo Torino a Milano il 27 luglio del 1965. Quel baule, spedito da Londra, era pieno di disegni, lettere, scritti vari, fotografie, agende, rubriche e appunti che non solo stavano lì a testimoniare quanto fosse imprecisa e frettolosa la leggenda costruita attorno a Bazlen: quella, insomma, che faceva di lui il profeta del rifiuto della scrittura. Glorificata da Daniele Del Giudice nel suo romanzo d’esordio Lo stadio di Wimbledon, e poi acriticamente accettata da molti altri intellettuali. Ma la massa di carte donata da Ljuba a Foà spalancava, soprattutto, un mondo di informazioni, arcane epifanie, suggestioni profonde e visioni private, in gran parte ancora da decodificare.

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Una piccola parte, ma pur sempre un robusto contingente dei disegni prodotti da Bazlen sul finire degli anni Quaranta, compone adesso una mostra sorprendente e tutta da scoprire. Si intitola, senza troppi fronzoli, “Bobi Bazlen, i disegni dell’analisi”, resterà aperta al pubblico fino all’11 gennaio nella Sala Fontana nel Palazzo delle Esposizioni a Roma (dal martedì alla domenica dalle 10 alle 20. Lunedì chiuso). La curano Anna Foà e Marco Sodano, che l’anno scorso con la loro casa editrice Acquario Libri hanno dedicato al rabdomante editoriale triestino il volume collettivo di saggi, racconti e testimonianze intitolato Bazleniana.

Bazlen era affascinato dall’inspiegabile, convinto che si potesse leggere il destino di ognuno di noi interpretando i segni dello zodiaco, le congiunture astrali. Aveva studiato il pensiero taoista, che si era diffuso in Cina tra il IV e il III secolo a.C. Credeva in un’entità indeterminata e superiore che rappresenta il continuo mutamento della Natura, il suo alternarsi di fasi positive e negative. Un oscillare tra luce e oscurità, Yin e Yang, che l’uomo non deve tentare di modificare. Ma a cui deve adeguarsi. Prestava attenzione, con spasmodica metodicità, alle coincidenze della vita, che annotava su un libretto di pelle nera. Zhuang-zi (o Chuang-tzu, secondo la vecchia grafia), il filosofo e mistico cinese, gli aveva insegnato, tramite i suoi scritti, che il sapiente “vive come se galleggiasse”. Impara a stare nella cosa senza aderire alla cosa. E lascia il minimo di tracce. 

Infatti, le carte che ha lasciato Bazlen, dall’incompleto romanzo Il capitano di lungo corso alle Note senza testo, dalle Lettere editoriali alle schede sui libri che consigliava di pubblicare agli editori, fino ai disegni dell’analisi, sono tanti frammenti di un iniziatico percorso. Capace di trasmettere ai lettori la convinzione che sia possibile raggiungere quel livello di conoscenza e di coscienza, di cui parlava anche Georges Ivanovič Gurdjieff, soltanto grazie a un lavoro profondo di auto-trasformazione: “Fissa la tua attenzione su se stessa”. In una delle sue Lettere editoriali inviata a Luciano Foà il 25 luglio del 1964, l’anno prima di morire, parlando dell’autobiografia di Rosalind Heywood The sixty sense and the infinitive hive, Bazlen tracciava il ritratto di un’esistenza che sembrava fare al caso suo: del tutto normale, in apparenza, eppure accompagnata da “modeste e niente épatentes esperienze ‘para’ psicologiche”. Facile immaginare quanto potesse essere forte la sintonia che si era creata subito tra Bazlen e Bernhard. Proprio per il fatto che nello studio di via Gregoriana, Bobi aveva trovato uno psicanalista ebreo eretico, che, in fuga da Berlino e dal nazismo, si era fatto negare il visto d’ingresso a Londra. Dal momento che, nel compilare il questionario previsto per gli stranieri, alla voce “professione” non aveva esitato a scrivere: chirologo. Aggiungendo che era solito tracciare la carta astrale e il tema natale dei suoi pazienti.

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Arrivato a Roma, Bernhard non aveva smesso di accogliere persone leggendo loro la mano. Poi, le accompagnava in un percorso di vertiginosa discesa nei corridoi più oscuri del proprio essere grazie allo studio, alla conoscenza approfondita di strumenti esoterici che più d’uno non avrebbe esitato a definire “da ciarlatano”.

Cristina Battocletti lo racconta così nella sua preziosa biografia Bobi Bazlen. L’ombra di Trieste (La nave di Teseo, 2017): “Bernhard era una figura carismatica, circondata da un alone magico e taumaturgico, amplificato dalla posizione della studio di via Gregoriana, dietro piazza di Spagna, in un pullulare di campanili di chiese antiche della città, compreso San Pietro. Dalla finestra, all’ultimo piano, sospesi tra i tetti di Roma, si stava ‘come su una mongolfiera’, ebbe a dire Federico Fellini”.

Bernhard era un omone con in testa una coroncina di riccioli argentei che accompagnavano la sua incipiente calvizie, piccoli baffi grigi, spalle strette e occhiali con lenti dorate, un anello di ottone con le iniziali al dito. Accoglieva i suoi pazienti offrendo loro un bicchiere d’acqua con una scorza di limone e un cubetto di ghiaccio. Sulla sedia posta di fronte alla scrivania, in uno studio sobrio con una piccola statua del Buddha, qualche penna di pavone e le poltroncine foderate di velluto, si erano accomodati nel tempo Cristina Campo (“Mi ha insegnato a badare all’essenziale, e l’essenziale non può fare male”, racconterà), Natalia Ginzburg e Giorgio Manganelli, Luciano Emmer e Vittorio De Seta, Federico Fellini, Amelia Rosselli. Anche se, molto presto, lo psicanalista aveva preferito interrompere le sedute con la poetessa delle Variazioni belliche e Serie ospedaliera, figlia dell’antifascista Carlo Rosselli e Marion Catherine Cave, perché la considerava “una bomba a orologeria”. Nei casi impossibili da curare per Bernhard, spesso sarebbe subentrato Bazlen stesso. Che riceveva nelle sue due stanze in affitto di via Margutta 7 soprattutto donne che avevano bisogno di sfogarsi. Di trovare qualcuno che le ascoltasse e le consigliasse. Anche se lo psicanalista amava sempre mettere in chiaro che “Bazlen sono io a sostenerlo”. Come a voler sottintendere, spiega ancora Battocletti, “che il tutto era sotto il suo controllo e bastava una parola per far cessare quell’attività succedanea”.

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Passare in rassegna con gli occhi i disegni di Bazlen, esposti a Roma, significa accettare di imbarcarsi in un viaggio onirico inaspettato e sorprendente. Del resto, era Bobi stesso ad affermare che “l’unico valore è la primavoltità”. Ovvero, il confronto con qualcosa che, per la prima volta, riesce a squadernare davanti al nostro sguardo idee e suggestioni assolutamente originali, stupefacenti, capaci di comunicare emozioni mai provate. Il mondo onirico a cui Bazlen dà forma con i segni sulla carta non assomiglia a niente. Perché, in ogni foglio racconta lo scomporsi e il ricomporsi del quotidiano divenire delle cose. Lega all’immaginazione il ricordo del mito, il linguaggio simbolico degli archetipi, l’enigmatico sussurro dei miraggi. Osservate così, una dopo l’altra, le opere in mostra cesellano una personalissima visione del Tutto allineando quello che di sfuggente e segreto si specchia nell’apparente limpidezza della vita quotidiana. Ogni disegno diventa, così, un incontro straordinario con il possibile e l’impossibile 

Può succedere di trovarsi ad ammirare un’evanescente figura di donna che monta un cavallo dalla silhouette picassiana mentre va incontro alla figura di un saggio cinese, con lunghi baffi a incorniciare un volto a cui mancano i tratti somatici fondamentali: occhi, bocca, naso, sopracciglia, orecchie. Questo personaggio riapparirà in un altro disegno, accanto a una figura di bimba, mentre sullo sfondo un’ingombrante pantofola accompagna l’incedere di un uomo, in frac e bombetta, che spinge una carrozzella con dentro una neonata.

La figura del cinese con i baffoni ritorna in parecchie esercitazioni grafiche di Bazlen. Imperscrutabile guardiano della soglia, nel suo galleggiare tra il sogno e la realtà, lo ritroviamo nel disegno in cui un uomo e una donna, ciascuno con un fiore in mano, sembrano rendergli omaggio dalla cima di una scalinata. Mentre sul fondo spicca una gigantesca testa coronata. 

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In mostra non si può non notare il luminoso disegno in cui una figura dalla testa allungata spalanca le braccia, stando in equilibrio su un orizzonte convesso, mentre alla sua destra compare il Sole e alla sinistra la Luna. Il tutto colorato in una tricromia rossa, azzurra e verde. Perturbante e piena di fascino è la tavola in bianco e nero in cui un equilibrista cammina su una fune tesa tra una croce e un gigantesco paio di forbici. Al centro delle due asole fanno capolino altrettante facce: una sorridente, l’altra corrucciata. Mentre, sul fondo della scena, un pescesega nuota tra le onde e si avvicina alla croce. 

Splendida anche la sezione che la mostra dedica ai mandala di Bazlen. Dove si possono ammirare Buddha seduti nella posizione yoga del Sukhasana, con il bindi rosso disegnato al centro della fronte, simbolo del terzo occhio spalancato sulla conoscenza profonda. 

In una delle sue Note senza testo, Bazlen scriveva: “La grande opera è fatta senza ambizione. Con ambizione si fa soltanto cultura”. I disegni dell’analisi, insieme ai suoi scritti, sono lì a dimostrare che lui, per tutta la vita, ha cercato di rifuggire dal “fare cultura”. Convinto che gli uomini del suo tempo, a differenza degli antichi, fossero nati morti. E che soltanto ad alcuni, dopo un lungo e coraggioso lavoro su di sé, fosse consentito di “diventare a poco a poco vivi”.

Per tutta la lunghezza del suo percorso terreno, Bazlen non ha smesso di inseguire questo traguardo: diventare a poco a poco vivo. Perché dal Tao aveva imparato che l’uomo non è mai lo stesso. Cambia, si trasforma in continuazione. E se cambia lui, seguendo la via della conoscenza, tutto potrà cambiare attorno a lui. Anche un mondo che, giorno dopo giorno, ci regala sempre nuovi brividi di paura. 

Bobi Bazlen. I disegni dell'analisi, a cura di Acquario Edizioni, Roma Palazzo Esposizioni, fino all’11 gennaio 2024. Ingresso Gratuito

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