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Cinema

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La versione di Villeneuve / La metafisica di Dune

Dune è Dune. Qualsiasi altra caratterizzazione sarebbe riduttiva. Dune sta all’immaginario collettivo come Cézanne sta all’arte contemporanea: colui che aveva reso possibile tutto quello che venne dopo (© Picasso). In modo analogo, dal 1965, quando è nato dalla penna di Frank Herbert, Dune non ha mai smesso di generare (o influenzare) una progenie sconfinata di opere. Se non ci fosse stato, non ci sarebbero stati Star Wars, Mad Max, Blade Runner, Alien, Terminator e Matrix. Eppure Dune, finora, è stato una promessa mancata.   Finalmente, dopo una gestazione lunghissima, il mondo cinematografico si è cimentato, sotto la direzione di Denis Villeneuve (Arrival, BladeRunner 2049), nell’impresa quasi impossibile di tradurre su pellicola le visioni di Herbert. La gestazione non è stata facile, sia per la complessità della trama sia a causa di due precedenti cinematografici non del tutto positivi (eufemismo): il tentativo di Alejandro Jodorowsky (1974) e la versione cinematografica di David Lynch (1984).   L’impresa di Jodorowsky, mai portata a termine, ha preso negli anni il colore della leggenda e, se fosse andata in porto, avrebbe unito Pink Floyd, Salvador Dalì, Mike Jagger...

Metamorfosi di un mito / Supereroi, antieroi, eroi dark

L’inflazione dei supereroi sta segnando il cinema degli ultimi decenni, con la produzione continua di enormi blockbuster. Ma anche con la conquista di spazi sempre più rilevanti dell’universo seriale: non si contano gli show a tema supereroico, con infinite varianti di genere.  Ed è proprio grazie alla complex tv del nostro tempo che assistiamo a una progressiva “maturazione” di universi narrativi frequentemente e anche giustamente criticati come infantili (e infantilizzanti). Il supereroe classico, così, si ammanta dei tratti dell’antieroe; e a volte persino di quelli del villain, il cattivo. Pensiamo a show complessi e fascinosi come Watchmen, Legion, The Boys, The Umbrella Academy, Jupiter’s Legacy, e ai recenti casi del 2021: WandaVision e Loki, serie prodotte con grande successo da Marvel espressamente per il piccolo schermo.  La domanda che pongo è quindi questa: si sta affermando un nuovo tipo di supereroe, un supereroe realmente dark? Qualcosa di diverso dalle cupezze un po’ sofisticate del Cavaliere Oscuro: un supereroe se non cattivo almeno patologico – e in più sdoganato popolarmente dalla tv.     L’ultimo ventennio è stato letteralmente dominato...

I premi / Venezia 78. Avere cura del buio

L’Évenément, di Audrey Diwan (Leone d’Oro Miglior Film); È stata la mano di Dio, di Paolo Sorrentino (Leone d’argento – Gran premio della Giuria); Il Buco, di Michelangelo Frammartino (Premio Speciale della Giuria). Le tre opere celebrate dai premi più prestigiosi di Venezia 78 sono molto diverse; eppure da strade, stili e sguardi distanti realizzano tutte proprio quello che Frammartino, mentre riceveva il suo premio, ha dichiarato di aver fatto: aver cura del buio. Ognuno dei tre film scava, dissotterra, restituisce linguaggio, forma, luce a ciò che era stato oscurato. Proverò a parlare di questi lavori tenendo presente che nessuno di essi è stato ancora distribuito – uno dei pochi film veneziani in sala è quello, bellissimo, di Martone, Qui rido io. Fermerò dunque alcune coordinate possibili di un paesaggio che si potrà arricchire ricominciando, finalmente, ad andare al cinema. L’Évenément L’Évenément, l’evento, è tratto da uno dei libri migliori della scrittrice francese Annie Ernaux (tradotto da Lorenzo Flabbi e uscito in Italia per l’Orma). È stato scritto tra febbraio e ottobre 1999, rielaborando la memoria dei fatti e del dolore intorno a un evento accaduto quasi...

1933-2021 / Jean-Paul Belmondo: quello sguardo in macchina

Dopo la scomparsa di Anna Karina nel dicembre 2019, con Jean-Paul Belmondo se ne va un’altra parte della Nouvelle Vague. Certo, per fortuna ci rimane Jean-Pierre Léaud, che insieme a loro – e a Jean-Claude Brialy, morto ormai da alcuni anni e oggi un po’ dimenticato – è stato uno degli interpreti-simbolo della Nouvelle Vague.  Belmondo ha lavorato con François Truffaut nel capolavoro La Sirène du Mississippi (La mia droga si chiama Julie, 1969) e con Claude Chabrol in uno dei suoi film meno belli, Docteur Popaul (Trappola per un lupo, 1972). Ma il sodalizio più importante è stato quello con Jean-Luc Godard: senza Godard, Belmondo non sarebbe diventato quel che è diventato. Dopo averlo diretto nel corto Charlotte et son Jules (dove è lo stesso regista a prestargli la voce, al doppiaggio), nel 1960 Godard lo sceglie come protagonista del suo primo lungometraggio, À bout de souffle (Fino all’ultimo respiro).    Una scena di questo film mi colpisce ancora oggi. A tre minuti dall’inizio, Belmondo, nel ruolo di Michel Poiccard, è al volante di un’auto rubata e sta fuggendo da Marsiglia verso Parigi. L’inquadratura è complessa, senza stacchi, quasi un piano sequenza. Raoul...

78ma Mostra d’Arte Cinematografica / Venezia: madri, colpe, espiazioni

C’è un nuovo “mostro” nella Laguna, e non è la creatura anfibia del capolavoro di Jack Arnold, bensì il sistema di prenotazione del posto in sala che è stato inflitto agli accreditati della 78ma edizione della Mostra del cinema di Venezia dai protocolli anti-Covid. Non è una novità di quest’anno, risale alla scorsa edizione, ma l’aumento degli accreditati e dell’hype per i film nella selezione ha creato una situazione di inedita scomodità. Non è più possibile, quindi, fare programmi dell’ultimo minuto, cambiare sala in corsa e scorrazzare liberamente da un film all’altro, ma tutto va prenotato in anticipo, spesso mentre si è in sala a vedere altro, con tanto di spiazzante cambio delle regole in corsa: 72 ore di anticipo sulla proiezione scelta per i primi tre giorni, poi 74. Per il momento è il grande scotto da pagare, quasi una forma di espiazione da attraversare per poter seguire questa edizione davvero eccellente del festival di cinema più antico d’Europa, che sta regalando, almeno per la prima settimana, un concorso di livello altissimo.  È sempre interessante cercare di leggere il festival come un macrotesto e di coglierne temi, spunti e tendenze ricorrenti. Difficile...

Complex TV / Loki eroico imbroglione

Nel 2011 Jason Mittell (professore di American Studies and Film and Media Culture al Middlebury College, Vermont, Usa) comincia a scrivere una serie di articoli accademici che per la prima volta cercano di comprendere la narrazione seriale televisiva da un punto di vista critico: Mittell ha poi raccolto gli articoli nel librone che Minimum Fax ha tradotto nel 2017: Complex Tv. Teoria e tecnica dello storytelling delle serie tv; l’autore scriveva nell’Introduzione: «Uno dei motivi per cui le caratteristiche formali delle serie tv sono sempre state ignorate è la convinzione che lo storytelling televisivo sia semplicistico.   I television studies si concentrano di solito sull’importanza dei generi narrativi, delle situazioni ripetitive, delle spiegazioni ridondanti e dei vincoli strutturali dettati dalle interruzioni pubblicitarie e da una rigida programmazione. Benché molti programmi di oggi seguano effettivamente questi parametri (anche se con maggior flessibilità rispetto a quella ammessa da certi critici), le innovazioni degli ultimi due decenni hanno portato alla diffusione di un modello di complessità narrativa che è specifico del mezzo televisivo e che deve essere...

Condividere la malattia / Il farmaco esistenziale

Nadia Toffa, inviata e conduttrice del programma televisivo “Le Iene”, rivelò di avere un tumore l’11 febbraio 2018. Da quel giorno iniziò la sua ricerca quotidiana di riconoscimento identitario attraverso i vari social network. Sì, di questo si è trattato: della ricerca di un nuovo riconoscimento identitario connesso a un’esperienza con una vita più profonda e complessa, distante dalle prevalenti rappresentazioni che siamo soliti assorbire sulle piattaforme mediatiche.  Sappiamo che le basi identitarie si costituiscono e si sviluppano primariamente se ciò che veicoliamo nel mondo, con le nostre diverse espressioni, viene riconosciuto senza riserve e con sguardo ammirato. Vediamo noi stessi negli occhi di chi ci guarda. La prima questione è quindi di ordine identitario. E ciò che dovrebbe essere normale – perché la malattia, anche nelle sue forme di estrema tragicità, possiamo considerarla un normale fattore esistenziale – a livello collettivo viene invece sovente nascosto, rimosso, negato o condannato.    Ciò che manca è la ricerca di un farmaco dell’esistenza capace di conciliare le parti (dentro e fuori di noi) in favore di qualcosa di infinitamente più grande,...

Due libri di Vanni Codeluppi / La pubblicità (e Fellini)

Per chi studia pubblicità, prima o poi, una domanda arriva. Questa, più o meno: com’è possibile che un linguaggio a tal punto pervasivo e ricco di implicazioni sia così poco studiato e affrontato tanto superficialmente? La sproporzione è fortissima e giustifica lo stupore. Da un lato una presenza molto più che quotidiana, spesso detestata, certamente innegabile. Dall’altro poco, pochissimo pensiero, fatte salve le ricerche degli specialisti.    Che un lavoro intellettuale sia possibile è dimostrato. Vanni Codeluppi raccolse a suo tempo (1994) le non moltissime analisi colte sull’argomento nell’antologia La sfida della pubblicità – da Horkheimer e Adorno fino a Barthes, Lash e Morin, e per l’Italia da Eco ad Abruzzese. Nell’introduzione al testo, tuttavia, anche lui si interrogava circa la scarsa attività sul tema proprio per il ruolo sociale che svolge. Frase che abbiamo già citato, qui su Doppiozero, celebrando due testi italiani che alla pubblicità volgevano lo sguardo (Coccia, 2014 e Nadotti, 2015). Perché c’è anche uno specifico italiano e nel duplice senso: un paese che negli ultimi decenni ha recepito una quantità immane di messaggi pubblicitari, ma anche una scena...

Un'arte della complessità / Edgar Morin e il cinema

"Da ogni spettacolo cinematografico mi accorgo di ritornare, nonostante ogni vigilanza, più stupido e più cattivo" scriveva Theodor W. Adorno. Nella sua critica radicale alla società e al capitalismo il sociologo tedesco invitava a diffidare di tutto ciò che è "leggero e spensierato, di tutto ciò che si lascia andare e implica indulgenza verso la strapotenza dell'esistente" (Minima moralia, 1954). Quando Edgar Morin, il filosofo francese oggi centenario (è nato nel 1921) scriveva i suoi articoli sul cinema, tra il 1954 e il 1960, ora raccolti in Sul cinema. Un'arte della complessità, a cura di Monique Peyrière e Chiara Simonigh, Raffaello Cortina editore, 2021), Marshall McLuhan non aveva ancora pubblicato Gli strumenti del comunicare, che uscirà in America nel 1964.   Ed è singolare notare che Morin, tesserato del Partito Comunista Francese, superando la critica alla società borghese della Scuola di Francoforte e anticipando i temi cardine del cattolico McLuhan, indirizzerà le sue riflessioni verso il rapporto dialogico tra l'immaginario del cinema e il "pensiero che si interroga", contro una certa ideologia che guardava con sospetto "tutti i media che non fossero il libro...

29 luglio 1921 - 29 luglio 2021 / Il gatto, la civetta e Chris Marker

Immaginiamoci a Tokyo, nel quartiere di Shinjuku, appoggiati al bancone del bar “La Jetée”. A pochi passi da noi, un signore dai tratti orientali e uno dai tratti europei. Il primo è Toru Takemitsu, compositore, il secondo Chris Marker, cineasta e viaggiatore. I due discorrono in inglese. “We Japanese have a very special relationship with cats” dichiara il primo, mentre il regista vede passare davanti agli occhi immagini di gatti e di whisky. Più tardi Marker annoterà le immagini e i ricordi evocati dalla frase dell’amico musicista: appunti che saranno raccolti nel libro fotografico Le Dépays (1982) di cui proponiamo qualche passaggio. Marker parla del suo “spaese” (invenzione linguistica da dépaysement, spaesamento), del suo Giappone immaginato, guardandosi allo specchio e rivolgendosi a un «tu romanzesco» per calcare la distanza tra il sé stesso che ha scattato le fotografie tra il 1979 e il gennaio ‘81 e il sé stesso che scrive nel febbraio dell’anno successivo.     “È Toru Takemitsu che te lo ha detto ieri sera, nel piccolo bar di Shinjuku. Venendo da uno dei più grandi musicisti viventi, la confidenza è preziosa. Dietro di lui, disposte l’una dopo l’altra, le...

Una specie di spazio / Miliardari in orbita

Il 20 luglio 2021, Jeff Bezos, il fondatore e presidente di Amazon e l’uomo più ricco del pianeta, decolla insieme a altri tre compagni di viaggio, tra cui il fratello Mark, su una “navicella” posta in cima a un razzo della Blue Origin, azienda astronautica che ha fondato e possiede, raggiunge lo spazio – o meglio, raggiunge un’altezza dal suolo terrestre tale da essere convenzionalmente indicata come “spazio” – e torna a Terra. Qualche giorno prima, l’11 luglio, un altro miliardario, Richard Branson proprietario della Virgin Galactic, aveva partecipato a un volo della sua compagnia. Jeff Bezos e Richard Branson, con Elon Musk e la sua Space-X, sono i protagonisti di questa strana, affascinante, inquietante “corsa spaziale” tra miliardari. Una gara allo spazio che assomiglia (molto vagamente) a quelle delle superpotenze durante la Guerra Fredda: dietro un sapiente storytelling (l’investimento in public relation per queste imprese è pari solo a quello ingegneristico) fatto di “sogni di bambino finalmente realizzati” o “gara tra Paperoni” c’è la conquista (se non proprio l’invenzione) di un enorme business fatto di appalti con le agenzie spaziali nazionali, cargo privati, turismo...

2001 - 2021 / Genova vent’anni dopo: battaglia di immagini

“L’uomo moderno non coltiva più ciò che non si può semplificare ed abbreviare.” Walter Benjamin, Angelus Novus   Tutto sommato, dopo vent’anni (o meglio, vent’anno dopo) l’immagine più sconcertante che proviene da Genova è lontanissima dalla violenza di piazza. È quella, molto composta, dei partecipanti a “Un altro mondo è necessario”, il convegno che si è tenuto in quello stesso Palazzo Ducale che nel 2001 era il cuore della zona rossa, frequentabile solo dai potenti e dai loro apparati. Non si tratta soltanto di una riconquista simbolica, ma dell’ammissione oggettiva di un fatto profondo, che corre più o meno apertamente anche nei commenti dei media mainstream. Detto in soldoni, “Il Genoa Social Forum aveva ragione”. Non è mai troppo tardi, come si dice. O forse sì, purtroppo, perché molti dei problemi che allora potevano essere affrontati con una ragionevole programmazione, oggi sono delle emergenze probabilmente senza appello. Basta pensare al clima o a ciò che la pandemia ha scatenato. Ma anche alle migrazioni, alle guerre, alla giustizia sociale. Magra consolazione scoprire di essere stati dalla parte giusta quando molti buoi sono scappati. Meglio di niente, comunque....

La notte dei simulacri. Sogno, cinema, realtà virtuale / E se non ci fosse nessuno schermo nella mente?

C’è un famosissimo quadro di Magritte che raffigura un quadro collocato davanti a una finestra aperta. Sulla tela è dipinto quello che, con tutta probabilità, si vedrebbe se fossimo in quella stanza. Il quadro si intitola, significativamente, La condizione umana. L’opera è una allegoria della capacità di rappresentare il mondo esterno (in realtà è una meta-allegoria perché è un quadro che rappresenta un quadro che rappresenta un mondo …).  L’opera di Magritte incarna il mistero più insondabile che gli esseri umani abbiano affrontato: se stessi. Come è possibile che la persona faccia esperienza del mondo, se ne è separata? La soluzione più semplice, ma non per questo più giusta, da Platone alle neuroscienze contemporanee, è stata sempre la stessa: non facciamo esperienza del mondo, ma di una sua immagine vicaria; in altre parole, la nostra vita non sarebbe altro che sogno, auspicabilmente veritiero.   Circumnavigando questa domanda, Giancarlo Grossi affronta il nodo che divide e unisce sogno e tecnologia, adottando la prospettiva offerta dalla storia (o persino dall’archeologia) dei media nel suo libro La notte dei simulacri. Sogno, cinema, realtà virtuale (Johan and Levi...

Marx può aspettare / Marco Bellocchio e il fratello assente

Marx può aspettare, l’ultimo film di Marco Bellocchio, è un documentario presentato come evento speciale a Cannes 2021, dove il regista ha ricevuto anche la Palma d’Oro alla carriera. Il film inizia nel 2016 come diario privato, in occasione di una riunione pre-natalizia con fratelli, sorelle e nipoti, e si trasformerà nella messa in scena di una riflessione collettiva sul grande rimosso di tutta la famiglia Bellocchio: il suicidio di Camillo, gemello di Marco, unico tra gli otto fratelli (sei maschi e due femmine) a scegliere quel gesto assoluto. Una grave patologia colpisce altri due membri della famiglia: Paolo, affetto da schizofrenia, e Maria Letizia, sofferente di sordomutismo. La voce fuoricampo di Marco inizia il film con queste parole: «Il 16 dicembre 2016 Letizia, Piergiorgio, Maria Luisa, Alberto ed io, Marco, le sorelle e i fratelli Bellocchio superstiti ci riunimmo, con mogli, figli e nipoti al Circolo dell’Unione a Piacenza per festeggiare vari compleanni. Io avevo organizzato il pranzo con l’idea di fare un film sulla mia famiglia, ma non avevo le idee chiare. Non sapevo cosa volevo esattamente fare. In realtà lo scopo era un altro. Fare un film su Camillo, l’...

The Underground Railroad / Sui binari della libertà

Non sappiamo precisamente quando cominciò. Non sappiamo bene quando e dove finirà. Lo schiavismo è la forma storica dell’ideologia razzista. Il setting della crudeltà pineale dell’uomo: istintiva, arcaica. Da quando esiste una clava che spacca una testa esiste il primo sottomesso, il primo uomo privato della sua libertà e della sua dignità, condannato al dolore fisico e morale, alla disperazione e alla rassegnazione, alla rabbia e alla fuga, alla caccia e al definitivo tormento, al morire come alternativa all’impazzire. Il 25 giugno 2021 un giudice ha condannato l'ex agente di polizia di Minneapolis USA, Derek Chauvin, bianco, a 22 anni e mezzo di carcere per l'omicidio di George Floyd durante un arresto il 20 aprile 2020: omicidio involontario di secondo grado, omicidio di terzo grado e omicidio colposo di secondo grado nella morte di Floyd, afroamericano. «È la sentenza più pesante mai inflitta a un ex agente di polizia per l'uso illegale della forza negli Stati Uniti» ha detto ai giornalisti il procuratore generale del Minnesota, Keith Ellison. Da quell’omicidio, lento e intenzionale, ripreso dallo smartphone di un passante, si scatenò il potente movimento di protesta mondiale...

Un film di Emerald Fennell / Pink is Not Dead. Una donna promettente

Quasi tutto appare molto rosa e “carino” nel primo film scritto e diretto da Emerald Fennell (Oscar per la miglior sceneggiatura originale), interpretato da Carey Mulligan. Vediamo rosa confetto ovunque, fino all’iperrealismo cromatico: sono rosa i maglioncini, le t-shirt, i capelli, gli sfondi del telefono, la tappezzeria, le penne, le lenzuola, i tovaglioli dei ristoranti, i camici delle infermiere, i rossetti, le valigie, gli interni domestici, il Bar dove lavora la protagonista. A parte la sequenza iniziale girata in notturna, che serve a costruire subito il sentimento filmico di una storia fatta di sdoppiamenti e ambiguità, per la maggior parte del tempo sembra di trovarsi dentro una casa di bambola. Siamo in un mondo pieno di fiocchetti, braccialettini, quadernini e leziose tinte pastello; eppure quel colore, usato di solito come marchio di genere e rinchiuso convenzionalmente in una certa idea di deliziosa fragilità “al femminile”, deborda dai confini narrativi e visivi presupposti dal codice, fino a saturarsi e procurare invece, un sentimento complessivo di inquietudine, perché crea distonia anziché grazia. Il rosa stavolta agisce da significante impazzito.   ...

Locale e globale / Netflix & C. verso il World Cinema

Quando ero piccola guardavo cartoni americani e cartoni giapponesi. I cartoni americani erano per lo più basati su vecchie favole europee, o note leggende dal mondo: dai miti greci alle Mille e una notte, dai fratelli Grimm alla leggenda di Fa Mulan. Ne esploravo le città: Parigi, New York, Londra, Pechino; vedevo la savana, le dune del deserto, la giungla e la campagna francese – li vedevo, questi luoghi, come l’America me li mostrava. I cartoni giapponesi invece erano tutti ambientati in Giappone, c’erano demoni e mostri e combattimenti e misteri, fiori di ciliegio, montagne innevate, malinconia. Questo è ciò che sapevo dei luoghi che avevo visto, basandomi su ciò che avevo visto: gli animali, quando non li guardiamo, sono umani. Guardarsi sempre e comunque dalle tigri. In ogni dove non ci sono madri, solo matrigne. In Giappone esiste ogni sorta di magia, i bambini sono adulti e vivono sempre con i nonni.    Crescendo, la televisione ha ristretto di molto il mio immaginario, piuttosto che ampliarlo. Le serie televisive, forse anche per questioni di budget, non viaggiavano con la fantasia – restavano sempre lì, nella lontana vicina America. Ho quindi scoperto che la...

L’Italia tra fragilità e bellezza / Ho fatto un Giro

Nonostante il sottotitolo reciti Diario di una corsa fuori stagione, fin dalle prime pagine di Ho fatto un giro, libro scritto da Gino Cervi ed edito dal Touring Club Italiano (2021), il lettore non ha l’impressione di trovarsi di fronte solo alla cronaca del Giro d’Italia 2020.  Nella scorsa edizione, causa pandemia da coronavirus, la corsa a tappe si è infatti svolta a ottobre e non nella tradizionale collocazione primaverile, a maggio. Nel libro c’è la cronaca, tappa per tappa della “seconda corsa ciclistica più famosa al mondo”; una cronaca fatta di fughe, di vittorie e di fatiche, cronaca di scalatori, passisti e sprinter secondo la tradizionale classificazione dei corridori, ma tutto un po’ lontano, come uno sfondo sfuocato. Una cronaca fatta di partenze e traguardi, con i giornalisti al seguito ma in realtà sempre ad anticipare i ciclisti lungo il percorso per cercare storie e personaggi, per raccontare meglio, dopo, la corsa. Eppure. fin dalle prime pagine, si capisce che c’è dell’altro. Per la scrittura innanzitutto, che ha ben poco della cronaca sportiva ma ben più della letteratura da viaggio, quella colta e misurata di una volta, come nello stile di Bruno Barilli...

Il Divin Codino / Baggio senza magia

Alla base di tutto c’è l’affetto, se non l’amore, che ciascuno di noi prova per Roberto Baggio. Questo sentimento (credo) muove gli sceneggiatori Ludovica Rampoldi e Stefano Sardo e la regista Letizia Lamartire; questo sentimento sta muovendo tutti quelli che in queste settimane (Il Divin Codino è uscito su Netflix il 26 maggio) si sono precipitati a guardarlo. Non sono esente da questo sentimento, perciò ho dovuto concentrarmi molto per approcciare il biopic come uno che sta andando a guardare un film e non una partita, non una somma sintetica di molte partite, di molti gol. Mi sono seduto davanti al televisore con in mano il taccuino e ho cominciato a guardare, prendendo appunti senza schiacciare il tasto “pausa” come se fossi al cinema, come se fossi allo stadio. Sapevo che le scelte della regista e degli sceneggiatori indirizzavano la storia in maniera molto precisa: non avrei visto un film sulla carriera di Baggio, ma sull’uomo e su alcuni fatti, momenti, che ne hanno indirizzato la carriera. Sapevo, perciò, che ai miei occhi sarebbe mancato qualcosa e che forse non sarebbe stato così importante. Non è andata proprio così.   Il racconto attraversa tre grandi blocchi...

13 giugno 1953 / Didi-Huberman. Canarini in miniera

Forse per una momentanea amnesia percettiva, convive con il nostro essere presente una sorta di cecità per il paesaggio, che ci impedisce di cogliere in anticipo i segni che preannunciano una catastrofe. Informatissimi, presi da una narrazione storica unicamente rivolta al passato, osserviamo il mondo a cose fatte e solo allora ne abbiamo notizia, sempre un attimo dopo, un po’ tardi per cambiare le cose. Eppure esistono organismi viventi in grado di preconizzare l’evento, sempre che si abbia l’accortezza di osservarli e di prenderne nota.   Per potere restare vigili sul presente e i suoi momenti singolari, occorrerebbe riconnetterli in un disegno unitario come accade nel montaggio cinematografico. Infatti, i fotogrammi, le scene, le riprese, le singole unità sono accostate le une accanto alle altre ma anche ricucite per ricreare un ordine che renda loro un senso e che in particolare nelle immagini in movimento somiglia al palpitare di un sofferto e concreto ragionamento poetico. Un ossimoro vivente.  Nel cinema, le immagini girate sopravvivono nel presente indicando costantemente un percorso che si sviluppa progressivamente verso un tempo futuro. La...

Oscar al miglior film internazionale / Vinterberg. Bere per non dimenticare

A Thomas Vinterberg i quarantacinque secondi concessi ai vincitori per il loro discorso di ringraziamento non sarebbero bastati. Per sua fortuna, ha vinto il Premio Oscar al miglior film internazionale in un anno molto particolare. Quanti hanno deciso di partecipare di persona alla cerimonia nonostante le difficoltà logistiche e sanitarie sono stati premiati con una maggiore libertà di gestire il tempo a disposizione sul palco, senza temere l'implacabile aumento di volume della musica a coprire le loro voci. Il regista danese si è trattenuto per ben quattro minuti: un'eternità per i rigidi tempi televisivi e il peggiore degli incubi per i produttori dello spettacolo. Ma aveva un ottimo motivo per farlo.    Il suo ultimo film Un altro giro ha ottenuto il premio più prestigioso al termine di un lungo percorso che lo aveva visto selezionato per l'edizione di Cannes del maggio 2020 cancellata a causa della pandemia, partecipare a tutti i principali festival dell'autunno scorso (era anche nella selezione ufficiale della Festa del Cinema di Roma) e vincere altri importanti premi, tra cui risalta il trionfo agli European Film Awards. Vinterberg, nelle varie occasioni in...

Un libro di Guido Tonelli / Il sogno di uccidere il tempo

Niente potrebbe essere più rivelatore del contrasto tra la concretezza di un cavatore di marmo delle Apuane e l’ardire di uno scienziato che cerca di cattura il più effimero dei problemi scientifici: la natura del tempo. In Tempo, Il sogno di uccidere Chrónos (Feltrinelli, 2021), sorprendentemente, Guido Tonelli riesce nell’impresa. Non è un caso. Infatti l’autore non è un solo un teorico, ma un fisico sperimentale che ha contribuito alla scoperta del bosone di Higgs al CERN di Ginevra. Grazie a questo percorso (e forse chissà alle sue radici), nel suo nuovo volume, la tensione tra empirico e teorico attraversa ogni pagina.  Il tema del tempo, si sa, è quanto mai sfuggevole, almeno come gli istanti di cui è fatta la nostra esistenza. Ogni momento, infatti, esiste solo nella misura in cui sta già scomparendo nel passato. Vivere è un po’ morire e la cifra del nostro esistere non è altro che, ovviamente, il divenire, che a sua volta implica il cambiamento. Che cosa sappiamo oggi del tempo? Siamo riusciti a scoprirne la natura? In breve, posso anticipare che la risposta è rimasta in gran parte negativa. Il tempo ha cambiato molte volte struttura ma continua a eludere filosofi e...

Rifkin’s Festival / Woody Allen: i conti non tornano

Il protagonista dell’ultimo film di Woody Allen si chiama Mortimer ma tutti lo chiamano Mort. La Morte. Delle circostanze – tentativi di cancellazione, denigrazione, esilio etc. – che hanno determinato la produzione all’estero di Rifkin’s Festival si è praticamente già detto tutto. Di queste circostanze, Rifkin’s Festival, però – e questo si è detto meno – fa problema, sublimandole artisticamente, ovvero astraendole dalla tanto odiata concreta realtà, alla ricerca del loro valore esistenziale, delle loro grandi domande.  E conosciamo, allora, Mort, professore di cinema in pensione perennemente alle prese con il suo romanzo. Egli appare sullo schermo mentre si accinge a raccontare la sua strana avventura allo psicanalista, nella cui posizione Allen sceglie di collocare proprio lo spettatore, come a dire che toccherà al pubblico il compito di trarre le conseguenze di quanto raccontato. Il film si trasforma, quindi, in un lungo flashback che dallo studio dello strizzacervelli si sposta fino in Spagna, nella bella San Sebastian, illuminata per l’occasione da Vittorio Storaro. Tutto ha, infatti, inizio quando Mort accetta di seguire la propria moglie al festival del cinema della...

Storia d'Italia attraverso i sentimenti (11) / Don Roberto Sardelli: la vita dei baraccati

Sul volto affilato di don Roberto Sardelli ho visto impresso il coraggio, più di ogni altro sentimento. Il coraggio, e una forza ostinata, irriducibile: quella dell’uomo che reclama e grida giustizia, e non per sé ma per altri. “Non tacere” è la parola-chiave che circoscrive il nucleo del suo agire, ed è anche il fondamento della sua pratica pedagogica. Non posso tacere perché ho visto e ho vissuto, sembra dire don Sardelli, perché ho condiviso la vita dei baraccati dell’Acquedotto Felice, una discarica di umanità, per anni la macchia nera di ogni piano di modernizzazione di una città che a lungo ha cercato di non vedere. Cominciare a parlare è l’inizio di un itinerario di riscatto. Prendere la parola, scoperchiare la pietra tombale della sottomissione, può voler dire diventare protagonisti della propria vita. Questo ha insegnato don Sardelli ai bambini della sua scuola, la “725”, dal numero della baracca che la scuola occupava. Le loro voci, prima deboli, impastate da un lungo silenzio, poi sempre più forti e distinte, hanno vinto la sordità di un’intera città.   La città è Roma, sul finire degli anni sessanta e i primi settanta. Il quartiere è l’Appio Claudio, tra san...