Le intimità di Lisetta Carmi

5 Luglio 2023

A un anno dalla morte di Lisetta Carmi (Genova 1924- Cisternino 2022) diverse iniziative fra cui mostre e pubblicazioni celebrano questa figura per molti aspetti straordinaria e non incasellabile: fotografa, pianista, guida spirituale e molto altro, a detta di chi la conobbe. Mentre la mostra curata da Giovanni Battista Martini, Lisetta Carmi. Suonare forte, è passata dalle Gallerie d’Italia di Torino al museo Bardini di Firenze dove sarà visibile fino al prossimo ottobre, sono usciti in una nuova edizione il libro di Giovanna Calvenzi, Le cinque vite di Lisetta Carmi (Contrasto 2023), l’affettuoso ritratto di Anna Toscano, Con amore e con amicizia, Lisetta Carmi (Electa 2023) e I travestiti (a cura di G. B. Martini, Contrasto 2022) importante addizione al volume uscito nel 1972, frutto del ritrovamento nel 2017 di una serie di diapositive kodak a colori eseguite negli stessi anni e sui medesimi soggetti del progetto in bianco e nero.

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Per chi non conoscesse Lisetta Carmi, e io la conoscevo abbastanza poco, avvicinarsi a lei attraverso le biografie dedicate, o il bel film documentario di Daniele Segre, Lisetta Carmi. Un anima in cammino (2010) è come entrare in quella specie di agiografia felice e numinosa che la circonda: bambina prodigio che impara prestissimo a suonare il pianoforte e nonostante la persecuzione razziale e l’esilio in Svizzera riesce a diplomarsi e a diventare una concertista di fama europea, fotografa straordinaria anche se la prima macchina fotografica la impugna per caso in un viaggio del 1960 in Puglia, diventando per i vent’anni successivi un punto di riferimento per tutti i fotografi italiani e non solo, guida spirituale a partire dall’incontro con lo yogi Babaji avvenuto in India nel 1974 e quindi capo di un ashram da lei fondato a Cisternino, e poi ancora partner artistica dell’ex allievo Paolo Ferrari musicologo, terapeuta, medico e fondatore del Centro studi Assenza di Milano, infine negli ultimi anni pittrice di ideogrammi. Chiunque ne abbia scritto lo ha fatto sotto l’incanto di queste sue metamorfosi tanto consapevoli, quanto in una certa misura sfuggenti. “In ognuna delle mie vite ho avuto un “traghettatore” che mi ha portato su un gradino più alto. Il maestro They mi ha aiutata a superare il primo gradino, la fotografia mi ha insegnato a cercare la verità negli esseri umani. Quindi ho incontrato l’energia divina di Babaji. Infine Paolo Ferrari mi ha riportato alla musica, all’assenza, al vuoto che mi hanno aperto le porte della libertà”. Così, con il dono di sintesi connaturato a chi ha la capacità di passare da una disciplina all’altra senza perdersi per strada, Carmi riassumeva la propria vita.

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Lisetta Carmi, Travestiti, Genova, 1965 © Lisetta Carmi, Courtesy Martini Ronchetti.

E giustamente i suoi biografi ritengono che il filo rosso che lega la sua capacità di eccellere in campi così diversi, a prescindere dai molteplici talenti, sia una apertura all’altro, al prossimo e al mondo sostenuta da una curiosità autentica, scevra da pregiudizi, empatica, in grado di farle cogliere tanto l’essenza di operai sfruttati e anonimi, quanto il distacco e la rabbia superba di un grande poeta come Ezra Pound da lei immortalato nel 1966 con dodici celebri scatti. Il dato che mi colpisce di più, nel suo percorso professionale ed esistenziale, è la quasi totale assenza di una costruzione narcisistica dell’io, spesso, se non sempre, così risentita nelle personalità artistiche. 

Lisetta Carmi sembra non avere sentito la necessità di strutturare una maschera egotica per difendersi o imporsi, al contrario il suo sguardo e il suo operato si affiancano alle persone e agli oggetti ai quali si è avvicinata, ma per lasciare loro più spazio, lo spazio di una presenza/assenza che lei ha saputo accogliere.

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Proviamo a guardare il libro fotografico I travestiti, la versione uscita nel 1972 in bianco e nero con rilegatura rosa la cui importanza fu presto riconosciuta dai fotografi contemporanei, Ferdinando Scianna per citare un nome dei nomi più noti, ma non certo dal grande pubblico, se Barbara Alberti dovetti salvare centinaia di copie dal macero. Un progetto durato sei anni, durante i quali Carmi conquistò la fiducia dei transessuali che si prostituivano nei bassi genovesi, ne divenne amica, assisté alla interviste che Elvio Facchinelli condusse con loro, s’impegnò a trovare un editore, impresa non facile: dopo un iniziale interessamento di Mazzotta, fu Sergio Donnabella direttore di una società di pubblicità per i giornali, tramite l’amico comune il fotografo Luciano d’Alessandro, a decidere di pubblicare un libro visto da tutti come difficile, rischioso.

Le fotografie di Lisetta Carmi ritraggono queste persone, che – dichiara nell’introduzione – l’avevano aiutata a superare quella divisione di ruoli maschile-femminile, nella naturalezza sconcertante dell’intimità, nel decoro borghese (i vestiti da signorine perbene, gli interni con carte da parati e pizzi da pochi soldi) in cui confondono la loro condizione emarginata: nude, allo specchio, riprese nelle stanze in cui lavorano, cioè offrono a pagamento il proprio corpo, nelle occasioni di festa fra di loro, in luoghi pubblici in mezzo ai loro clienti o alle gente comune. “Li ho sentiti subito come esseri umani che vivono e soffrono tutte le contraddizioni della nostra società come minoranza ricercata da una parte e respinta dall’altra (…) I travestiti mi hanno aiutata a capire meglio chi sono: una persona che vive senza ruolo. Osservare i travestiti mi ha fatto capire che tutto ciò che è maschile è anche femminile e viceversa. Non esistono comportamenti obbligati, se non in una tradizione autoritaria che ci viene imposta fin dall’infanzia”. 

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Le fotografie di Carmi, anche quelle a colori ora stampate nel bellissimo volume uscito postumo e a cinquant’anni dal primo, si mettono esattamente alla stessa altezza dei suoi soggetti e vengono incontro a chi guarda con una freschezza e una verità disarmanti, senza distanza di sicurezza perché nessuna distanza è avvertita da chi sta dietro l’obiettivo. Certo, c’era stato in precedenza il lavoro fatto da Carmi sugli scaricatori, i camalli del porto di Genova, o quello altrettanto difficile e inaudito sul parto all’ospedale Galliera, ma in I travestiti la capacità di indagine sociologica di Carmi s’innesta con quella di cogliere la bellezza anche laddove bellezza, in apparenza, non c’è.

Il libro, uscito nel 1972, ritrae un mondo mai visto prima, né in Italia né altrove. A quella data non erano ancora nate le immagini altrettanto cariche di umanità di Nan Goldin che solo qualche anno più tardi si sarebbe accostata al medesimo mondo di reietti ed emarginati circondati dal glamour, dall’illusione, dall’artificio scintillante o dalla miseria di una società che desidera e, al tempo stesso, stigmatizza quei corpi fuori dalla norma, fuori dalle convenzioni. 

I travestiti divenne col tempo un libro di culto, tanto che Martin Parr lo inserì nel primo volume della sua storia dei libri fotografici The Photobook. A History (Phaidon 2004) come uno dei più importanti del Novecento; eppure Lisetta Carmi, che nel frattempo era passata ad altro, non volle mai ripubblicarlo. Quello uscito nel 2022, a pochi mesi dalla sua morte, a cura di G. B Martini, con testi di Vittorio Lingiardi, Juliet Jacques e Paola Rosina è un ampliamento del primo, ma anche un’occasione per celebrare l’importanza e l’originalità di un’artista a tutto tondo e non secondo il paradigma romantico, ereditato dalla modernità, dell’equivalenza fra arte e vita, ma in un senso più proprio, poiché Lisetta Carmi ha saputo vivere con arte, cioè con intelligenza profonda e creatività, qualunque cosa abbia fatto. 

L'immagine di copertina è di © Lisetta Carmi.

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