Alfabeto Pasolini

Lo spettacolo deve andare avanti

Tra le tante immagini che costellano l’iconografia teatrale novecentesca, il monticello di sabbia dentro cui Winnie è interrata è una delle più riconoscibili e potenti. Un tale successo si deve alla sintetica efficacia con cui manifesta la verità sottesa al dramma, a quel suo porsi come un unico, totemico segno capace di svelare la vacuità delle parole pronunciate e di denunciare l’inganno del titolo. Alla montagnola si rivolge, costante, il pensiero del lettore di Giorni felici, e su di essa si concentra anche lo sguardo dello spettatore: eppure, questo nuovo allestimento firmato da Massimiliano Civica sembra formulare un invito ad allargare il campo visivo, a soffermarsi su quei vuoti – della scena, finanche del testo – che l’imponente agglomerato di terra non sovrasta.

 

 


Al sollevarsi della saracinesca tagliafuoco, è infatti sui lati del palco che si sposta l’attenzione: là, dove la scenografia disegnata da Roberto Abbiati non giunge, appaiono nella loro nudità l’assito del palco del Teatro Metastasio e una teoria di quinte all’italiana. Civica ci ha abituati a scenografie essenziali, se non addirittura minimali: una panca e un fantoccio nell’Antigone, un tavolo e un paio di sedie in Un quaderno per l’inverno, impianti in grado di evidenziare la materialità architettonica degli ambienti in cui si inscrivevano e al contempo di fare esplodere con maggior fragore il dettato drammaturgico. Tuttavia qui, in questo primo confronto tra Samuel Beckett e il regista, il teatro appare come ulteriore punto di fuga di una prospettiva obliqua, al punto che anche a esso – per la prima volta in modo così esplicito, così cristallino – sembra rivolgersi il lungo monologare di Winnie, e il senso di un’operazione registica di straordinaria, commovente contemporaneità: dove però l’aderenza al presente si situa nella ricezione del fascio di tenebra che da esso promana.

 

Fra le impreviste torsioni che Civica impone a Giorni felici, quella metateatrale appare così non come l’astratta interrogazione sul significato stesso dell’arte – sul quale già dibatteva lo stanco professore protagonista di Un quaderno per l’inverno (scritto da Armando Pirozzi e diretto da Civica nel 2017) – quanto piuttosto come un oscuro vaticinio, o addirittura una rassegnata presa di coscienza. Non è soltanto una solitudine individuale e collettiva, nella quale chiunque può riconoscersi, a riverberare nella pervicacia con cui Winnie si ostina ad affastellare parole e dubbi, domande e preghiere, quanto piuttosto quell’isolamento crescente che assedia l’attrice e l’attore, il regista, la donna e l’uomo di teatro. E che sia Civica, neo-direttore del Tric toscano, a formulare quest'accorata disamina, rende l’esperienza di visione di Giorni felici ancor più drammatica. Se sornioni risultano i frammenti in cui Winnie si interroga sulla “strana sensazione” che qualcuno la stia guardando – “sono nitida, poi sfocata, poi spenta, poi di nuovo sfocata, poi di nuovo nitida, e così via, avanti e indietro, entrando e uscendo dall’occhio di qualcuno” – ben più dolorosa è la consapevolezza della propria soffocante marginalità, che dilaga nel ricordo degli “ultimi esseri umani a capitare da queste parti”. 

 

 

“Se solo avessi il coraggio di star sola, voglio dire di muovere la lingua senza un’anima che mi stia a sentire”: nella storica traduzione di Carlo Fruttero, la voce di Winnie risuona così in un teatro colmo di spettatori come l’ultimo, soffocato grido di un intero mondo in lento disfacimento. A differenza di quella distesa d’erba che Beckett indica, nelle note al testo, come il surreale spazio abitato dalla coppia, qui ogni cenno di vita è annichilito in una desertica, arida zolla di argilla: un cretto spaccato dall’arsura, dall’evaporazione di qualsiasi linfa vitale, che si estende oltre l’orizzonte in un grigio spento.

 

Eppure, nonostante tutto, sembra dirci Massimiliano Civica, lo spettacolo va avanti e deve andare avanti: malgrado la liturgia dei tagli alla cultura, della quotidiana ricerca di finanziamenti, della compilazione di bandi sempre più astrusi, quello che ci attenderà in teatro sarà sempre “un altro giorno divino”, trascorso nell’attesa di un possibile, salvifico incontro. In una lettura del capolavoro beckettiano solo apparentemente filologica, Civica opera proponendo un’interpretazione non più metaforica, ma squisitamente umana del fato di Winnie e Willie. Ed è grazie a una superba Monica Demuru che l’operazione si mostra nella sua caleidoscopica ricchezza: in una performance difficile da dimenticare, Demuru evita qualsiasi deriva virtuosistica, e regala invece una prova di altissima umiltà attoriale. Nella voce che ora si spezza e ora riluce in canto, in quelle lacrime che a tratti le impastano le parole, nella misura con cui rifugge da guizzi e coloriture optando per una recitazione asciutta e tuttavia mai neutra, l’attrice ci consegna una Winnie struggente e straziata, colma di una compassione che la montagnola non riesce a imbrigliare.

 

Ancora una volta è però nei vuoti silenzi, quando il pieno della voce e del linguaggio si arresta, che Demuru squaderna i sensi inattesi di questo Giorni felici: nelle pause sospese con cui fissa la platea, deformando il volto in una smorfia, o nella gestualità reiterata con cui pulisce il manico dello spazzolino, Winnie si espone in bilico su un crinale, al di sopra di un abisso che spesso tutte e tutti noi abbiamo contemplato. “Naturalmente c’è la sporta”, ricorda a tutti noi questa donna in abito nero ricamato e lezioso cappellino: naturalmente c’è un mondo di oggetti, di cose, di piccole incombenze che ci sopravvivranno, eppure è solo in un dialogo che si sostituisca al chiacchiericcio con cui celiamo il silenzio, e che riesca a interrompere il monologo che portiamo avanti con ingenuità, che possiamo trovare il coraggio di affermare quanto questo sia “veramente un giorno felice”.

 

È che qui Civica sembra fare proprio il magistero di Martin Buber, e con esso quella riflessione di matrice ebraica sull’incontro tra un Io e un Tu come matrice essenziale della natura umana: un principio dialogico grazie al quale ciò che siamo, la nostra stessa soggettività, può finalmente trovare uno specchio in cui riflettersi. C’è qualcosa di religioso, seppur filtrato da una coltissima laicità, nel modo con il quale Massimiliano Civica ha lavorato sul testo: sulla scomparsa della ‘trascendenza’, sulla perdita di ‘fede’, non a caso, il regista riflette nelle note di regia pubblicate nel programma di sala, a ricordare quanto, come anche nella riflessione di Buber, quel Tu nel quale si sigilla l’incontro possa essere qualcosa di sacro, di assoluto.

 

 

“Guardami ancora, Willie”, sussurra non a caso Demuru al compagno, quando l’uomo abbandona il fondo della scena, l’invisibilità a cui la montagnola lo aveva relegato, e guadagna carponi il proscenio, indossando un tight écru e un cilindro: Roberto Abbiati, finora costretto in una pressoché muta coreografia di gesti, di subitanee apparizioni e repentine scomparse, si rivela gigantesco nel suo corpo contratto. Una manciata di parole, una sequenza di gesti inani e staccati – spiegare un giornale, ripararsi dalla canicola coprendosi la testa con un fazzoletto bianco – erano state per più di un’ora le uniche note di una partitura vissuta in attesa, che infine deflagra nei pochi minuti nei quali Willie arranca per contemplare, forse un’ultima volta, il volto di Winnie. Ecco che gli occhi estranei che fino ad allora sembravano fissare la donna, e nei quali si percepiva “nitida, poi sfocata, poi spenta”, diventano adesso quelli dell’uomo che l’ha ascoltata per un’ora o un’intera vita. Civica ci ricorda così quanto Giorni felici sia anche una straordinaria storia d’amore: il racconto di una giornata qualunque di una coppia non più giovane, cristallizzata nel confine, quanto mai sottile, tra lo scambio di un gesto d’affetto e la decisione di farla finita con tutto questo dolore, con tutto questo silenzio che la circonda e ci ingloba. E di cos’altro potrebbe parlare, se non di questo, il teatro di oggi?

 

Le foto a corredo di questo articolo sono di Duccio Burberi .

 

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